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La Madre di Dio nella spiritualità della Chiesa Ortodossa: Ponte verso il mistero della salvezza

 

Protopresbitero Iossif Restagno

2007

argomento: Madre di Dio




 

La figura della Theotòkos detiene un posto speciale nella coscienza dei fedeli della Chiesa Ortodossa. E’ la santa dei santi, la madre di Cristo e il principio della salvezza del genere umano. Questa sua eminente posizione è stata sottolineata particolarmente nella tradizione ecclesiastica, che ne ha inneggiato le virtù ed i carismi, glorificandola con elogi. La Chiesa Ortodossa, a causa del ruolo della Panaghìa nel mistero della divina incarnazione, l’ha circondata di profondo rispetto e di gran devozione, proponendola quale modello di santità, di perfezione e di divinizzazione dell’uomo. La figura della Madre di Dio, nel suo splendore eterno e intramontabile è un perenne invito al ritorno ai valori morali e agli obiettivi spirituali. La vergine Maria incarna nella tradizione ortodossa il vero prototipo della morale e della virtù.
    La salvezza del mondo è la più alta aspettativa umana e in essa è riposta tutta l’opera dell’economia divina. La caduta allontanò l’uomo da Dio, conducendolo nella condizione del peccato, caratterizzata dalla corruzione della natura e dalla morte. Era impossibile per l’uomo decaduto salvarsi senza la rivelazione di Dio.
La Panaghìa con la nascita di Cristo diventa il punto di partenza della salvezza del mondo. Come dunque viene compreso il ruolo della Madre di Dio nell’opera salvifica di Cristo? La posizione della Chiesa Ortodossa e della sua teologia è chiara: la Panaghìa è la Theotòkos, la Genitrice di Dio, colei che ha generato il salvatore del mondo. Questa fede è dimostrata con energia nella tradizione liturgica della nostra Chiesa. La Panaghìa viene iconografata, inneggiata e venerata insieme con il Cristo. Così, dunque, in tutte le arti che vengono utilizzate per esprimere l’insegnamento della Chiesa Ortodossa, traspare la verità della figura della Madre di Dio, sempre in relazione con il Figlio Suo.
L’umanità precedente la venuta di Cristo recava le conseguenze della maledizione dei progenitori, procurata da uno solo, Adamo, l’antenato di tutto il genere umano. La stirpe intera era afflitta dalle conseguenze di quella caduta che annichiliva e amareggiava tutta la natura. Giungendo però Cristo, il liberatore della natura, la maledizione venne trasformata in benedizione, avendo assunto la natura umana dalla purissima Vergine Maria. Per questa sua partecipazione e collaborazione viene riconosciuto giustamente onore e rispetto alla figura della Panaghìa. La partecipazione in particolare ha un significato assai profondo. In primo luogo significa adesione libera e volontaria alla volontà divina, spontaneo adeguamento ad essa e ancor di più, offerta pura e immacolata di tutto il suo essere in vista della realizzazione della salvezza del mondo intero.
Simboli e figure veterotestamentarie vengono riferite al ruolo della Panaghìa in riferimento alla salvezza e risurrezione del mondo. La Panaghìa Maria è la scala che fa salire gli uomini verso Dio e li guida dalla terra al cielo. E’ la porta da cui è uscito il salvatore.
La Vergine Maria in quanto persona umana, essa stessa diviene, mediante l’incarnazione, collaboratrice della salvezza del genere umano. Proprio dal V secolo la tradizione della Chiesa circa il ruolo e la persona della Madre di Dio diviene oggetto di grande riflessione e studio da parte dei padri della Chiesa anche all’interno delle discussioni sinodali che si svolgono durante la celebrazione dei 7 grandi Concili Ecumenici: sono secoli difficili e duri per la fede, sorgono figure di eresiarchi che tentano di ridimensionare e ridiscutere quanto la tradizione cristiana ha trasmesso nel culto e nella fede alle varie generazioni di credenti, attraverso persecuzioni e martirio. L’insieme stesso della Chiesa riesce a conservare il giusto rispetto e la degna venerazione che la Panaghìa merita. Questa venerazione si sviluppa in differenti modi: le feste a lei dedicate, con le solenni ufficiature, arricchite di esuberanti componimenti innografici; vengono edificate Chiese e cappelle a Lei dedicate, l’architettura e la poesia liturgica collaborano nell’esprimere la purezza della fede e della teologia divina. Ne viene sottolineata l’efficacia della mediazione e il particolare potere della sua intercessione presso Dio in relazione al raggiungimento della perfezione spirituale e alla salvezza individuale e cosmica. Tutto  ciò si spiega con il riconoscimento dell’eccelsa santità della Panaghìa e del purissimo e decisivo ruolo che ricopre nell’opera salvifica di Cristo. Ma anche la sua memoria, come pure l’imitazione della sua vita, delle sue virtù e delle sue attitudini spirituali vengono considerate un grande aiuto al compimento della salvezza degli uomini e questo proprio perché essa è il più perfetto prototipo umano della santità e imitarla significa imitare Cristo.
Gli scrittori ecclesiastici, nella totalità, esaltano le caratteristiche della personalità della Madre di Dio, che in qualche modo attirarono il divino assenso all’incarnazione di Dio. Secondo san Giovanni Damasceno si tratta in primo luogo del suo intelletto spirituale, sempre e soltanto rivolto verso Dio e indirizzato da Lui; il suo desiderio, unicamente sospinto dall’amore e dall’affetto per il Creatore, insieme con l’ira rivolta contro soltanto il peccato  e ciò che lo provoca. La condotta di vita mantenuta al di sopra della condizione naturale, dal momento che non viveva per se stessa, ma per Dio e per essere utile alla salvezza universale, in cui si inquadra anche la prospettiva della divinizzazione per grazia dell’uomo.
Con lo stesso spirito si esprime anche Nicola Kavàsilas, quando approfondisce un particolare aspetto, secondo cui la Panaghìa, nell’avvenimento dell’incarnazione divina, non ha partecipato solamente come ricettacolo, fornendo materia inerte, ma ha realizzato essa stessa quelle condizioni che hanno attratto Dio sulla terra attraverso il concepimento e il parto verginali. Essa stessa infatti ha preparato le condizioni preliminari necessarie all’accoglienza del Teantropo attraverso il suo perfezionamento spirituale personale. La sua fu una esistenza assolutamente virtuosa, priva di qualsiasi macchia o malizia. Mai cessò di esercitarsi nella virtù, respingendo ogni principio di tentazione esercitato dalla seduzione del male. Il suo intelletto spirituale rimaneva costantemente rivolto verso l’alto ed ogni desiderio della sua anima era riposto nell’amore di Dio sempre custodita e guidata da questo amore divino, al quale si congiungeva con tutta l’anima. Con tutte queste caratteristiche costruì il compimento della sua bellezza, grazie alle quali ha potuto far risplendere una nuova bellezza nella natura umana.
L’immagine più efficace della sublimità della condizione della Madre di Dio è fornita da san Gregorio Palamàs attraverso una metafora comparativa tra le proprietà umane e quelle divine. E’ come se Dio avesse voluto, scrive il santo, abbellire una icona di ogni ornamento visibile ed invisibile attraverso un miscuglio di grazie divine ed umane, di straordinaria bellezza per adornare entrambi i mondi, quello sensibile e quello spirituale. Quando Dio completò, infine, questa icona, vide che era assolutamente corrispondente e somigliante all’immagine della Madre della luce.
Negli inni della nostra Chiesa emerge la necessità del rafforzamento etico dell’animo umano, appesantito e indebolito dal peccato e dalla trascuratezza. Per questo l’anima che rivolge la sua preghiera alla Panaghìa, domanda quel rafforzamento necessario per opporsi al maligno. La sovreminente santità della figura della Theotòkos domina l’anima e il pensiero di Romano il Melode, come l’animo dell’umanità stessa. La Panaghìa viene inneggiata come pietra miliare e spartiacque di tutta la storia, avendo inaugurato un periodo che riceve senso e significato proprio dalla sua santità.
La Panaghìa, in quanto mediatrice, guida l’uomo verso Cristo e intercede per la sua salvezza. Nell’iconografia e nell’innografia che danno forma alle liturgie della Chiesa, nei poemi liturgici, come i canoni e l’Inno Akàthistos nei Theotokària, che sono le raccolte di poemi liturgici dedicati alla Theotòkos, nelle suppliche sacerdotali e diaconali, come poi in ogni tipo di componimento ad uso liturgico, la Theotòkos viene invocata per i fedeli come Madre di tutti. Si comprende ancor più chiaramente tutto questo dalle solennità a Lei particolarmente dedicate, in cui sono specificati tutti i temi cui abbiamo brevemente accennato, soprattutto la protezione e il rifugio che essa offre a tutti i cristiani.
La Panaghìa si trova molto vicino a Dio. Da questo sua prerogativa deriva anche la particolare parrisìa, cioè la confidenza e la franchezza con cui può rivolgersi a Lui, in favore del genere umano e di ciascun uomo, sempre ascoltata ed esaudita. Quando i fedeli rivolgono suppliche e preghiere a lei, come anche ai santi, questo non vuol dire che trascurano il Cristo salvatore: è Lui in definitiva a salvare il genere umano. Così cantiamo all’inizio della Divina Liturgia: Per le preghiere della Madre di Dio, Salvatore, salvaci.
In un antico inno di supplica risalente all’ottavo secolo, che i più antichi codici liturgici attribuiscono ora al monaco Teostiricto, ora ad un non precisato Teofane, il Canone della Paràclisi, che con l’Inno Akàthistos è il testo più diffuso nella devozione popolare ortodossa, ci si rivolge alla Panaghìa con queste parole: Salva dai pericoli i tuoi servi, Madre di Dio, poiché dopo Dio è in te che tutti ci rifugiamo, inespugnabile baluardo e protezione. Questi concetti servono opportunamente a chiarire qual è il sentimento teologicamente corretto che l’ortodossia propone non come un arricchimento facoltativo della spiritualità individuale, ma come un elemento costitutivo della fede e del dogma cristiano, senza il quale la fede in Dio è gravemente mutila e di scarsa efficacia in vista della salvezza dell’anima e dell’umanità intera.
La salvezza e la speranza della risurrezione provengono dallo stesso unico Dio vivente. La possibilità della salvezza, comunque, è messa a disposizione agli uomini attraverso la Madre di Dio, la quale, fornendo il prototipo completo e perfetto della vita di santità, è in grado di guidare gli uomini verso la virtù e la conversione. Questa profonda e spontanea attenzione del popolo ortodosso verso la figura della Madre di Dio nei termini che abbiamo descritto trae origine dall’esperienza religiosa dei primi cristiani. La Madre di Dio era stata sempre percepita come consolatrice degli afflitti e pronto soccorso per tutti quelli che la supplicano. Essa stessa si avvicina agli uomini, prova compassione per loro e desidera la salvezza di tutto quanto il mondo, con il suo abbraccio riunisce ognuno a Dio salvatore, sempre pronta a intervenire come mediatrice ben accolta con le sue intercessioni sempre esaudite presso lo stesso Creatore e Salvatore del genere umano da Lei generato. Con il suo intervento le molteplici situazioni umane complicate e appesantite dall’egoismo e dal peccato, vengono semplificate e risolte, i mali e i dolori si affievoliscono e tutto diventa sopportabile attraverso la pura e solida consolazione interiore che la sua presenza e il Suo intervento garantiscono.
E’ concessa dunque agli uomini una potente protezione nella figura della Panaghìa con le sua caratteristiche e prerogative: il male che assale l’uomo può essere arrestato, contenuto, arginato, ridimensionato, guarito. Essa sorveglia dall’alto compassionevole e sollecita, quale invincibile stratega, secondo le efficaci e realistiche parole dell’Inno Akàthistos, il gregge che è esposto ad assalti visibili ed invisibili da parte dei nemici e soprattutto da parte dell’antico e malvagio nemico e tiranno del genere umano, secondo quanto scrive san Filoteo Kokkinos. La mediazione della Madre di Dio è quel mezzo, che non solo da lustro al genere umano, ma soprattutto lo rafforza, avendo la forza di allontanarlo e preservarlo dal dominio dei mali interiori ed esteriori, dalle cattive abitudini e dalle loro cause. I fedeli supplicano la Theotòkos affinché guarisca le passioni delle loro anime e diradi gradualmente la nebbia della percezione carnale, questa coltre terrosa e pesante che grava sugli occhi dello spirito.
Spesso infatti la svogliatezza e l’ignavia tipica della natura umana e la greve materialità e carnalità del pensiero rendono l’uomo indolente verso la virtù, la quale richiede sforzo continuo e costante. Il perseguimento della virtù è impresa ardua ed esposta a numerosi intralci e impedimenti: Tali e tante sono le tribolazioni, le preoccupazioni della vita e le tentazioni che circondano da ogni parte il credente, a tal punto da render necessaria e indispensabile la potente protezione della Panaghìa, sempre pronta a soccorrere e ad intervenire in favore di quanti la supplicano.
San Giovanni Damasceno sostiene che l’esistenza umana sarebbe vuota e persino disumana per i credenti se non avessero la Madre di Dio con cui conversare e a cui domandare protezione e consolazione. La Madre di Dio, grazie alla sua vicinanza con Dio e alla sua partecipazione alla condizione della natura umana, come qualsiasi altro essere umano, diviene il chirografo, il documento, l’attestato scritto di correzione mediante il quale la creatura è riconciliata con il Creatore.
La particolare posizione della Panaghìa nella vita religiosa dei fedeli  ortodossi riveste le stesse caratteristiche che la sua persona e il suo ruolo nelle vicende storiche della salvezza hanno espresso. La pietà personale diffusa nel popolo credente ha inneggiato le sue virtù e la sua santità dedicandole attributi e appellativi che potevano esprimerne e tratteggiarne le qualità interiori. La grandezza della sua figura viene percepita molto intensamente nelle anime religiose come la grande Madre, protezione e soccorso nei bisogni spirituali, ma anche nelle necessità e nelle lotte quotidiane. Nell’iconografia mariana ortodossa contemporanea, depositaria e continuatrice dell’arte raffigurativa cristiana tradizionale antica, come ben testimoniato anche nell’arte cristiana occidentale delle origini, la Madre di Dio è rappresentata, com’è noto, con il bambino Gesù fra le braccia: è questa l’immagine che la pietà popolare cristiana ha sempre conosciuto dalle origini, dalla Mesopotamia alla penisola Iberica, dall’Etiopia alla Georgia, dall’Armenia all’Irlanda; questa immagine, questo tipo di icona ha ispirato nel popolo ortodosso di tutti i luoghi e di tutte le epoche, le più genuine e liriche espressioni di amore e fiducia. Nella tradizione locale dell’isola di Rodi, ad esempio, la Madre di Dio è stata celebrata solennemente dedicandole innumerevoli chiese e monasteri con titoli e dedicazioni che assomigliano molto nel concetto e nell’immagine alle espressioni che spesso riscontriamo anche in occidente, come la Panaghìa delle Grazie, del Patrocinio, la Regina dell’universo, oppure con espressioni che ricordano un particolare toponimo o avvenimento, come la Panaghìa del castello, del deserto o dell’apparizione.
Molti padri della Chiesa dichiarano di non avere a disposizione, né il coraggio, né le parole necessarie per poter descrivere o elogiare l’eccellenza e l’altezza della santità della Theotòkos. Per poter parlare di Lei in modo adeguato, è necessario possedere molta purezza nell’anima e nel corpo; siccome è piuttosto difficile con le proprie forze raggiungere una condizione del genere, è proprio a Lei che bisogna chiedere la liberazione e il distacco del cuore dalle passioni carnali e dai desideri materiali. Solo chi si innalza verso una purezza simile alla Sua sarà in grado di celebrarne degnamente la santità.

LE FESTE MARIANE
Ogni giorno ed ogni ora la nostra santa Chiesa offre inni e lodi alla santissima Theotòkos. Non esiste una sola ufficiatura o Sacramento della nostra Chiesa, che non preveda ad un certo punto inni e dossologie particolari a Lei rivolte.
    La santissima Theotòkos in verità non ha affatto bisogno delle nostre lodi. Perché allora Le viene dedicato una parte del culto quotidiano e anche dei giorni speciali in cui viene solennemente celebrata? Innanzi tutto è un esperienza reale il beneficio che si ricava in questo esercizio: anche soltanto sostare davanti ad una sua icona ortodossa fa discendere nell’animo un certo indescrivibile splendore, mentre le affidiamo i segreti e gli affanni del cuore insieme con tutte le difficoltà e i problemi quotidiani che il vivere e mantenere una famiglia o l’avere comunque delle responsabilità comporta. L’intelletto spirituale, le profondità del cuore, il centro dell’anima vengono liberati dagli affanni e dalle preoccupazioni materiali ed innalzate verso le cose celesti. Nella liturgia dei sacramenti e soprattutto nella Liturgia eucaristica, che noi ortodossi denominiamo Divina Liturgia, è presente la grazia divina, che è la grazia del figlio di Lei. Si tratta in definitiva di vivere, sperimentare personalmente e tutti insieme, comunitariamente con tutte le forze e le energie dell’anima questa realtà cosmica e salvifica. Quando l’anima, lo spirito e il cuore vengono ricolmati di questa realtà increata, la misericordia e la grazia di Dio onnipotente e compassionevole discendono abbondanti.
    Per questa ragione la nostra Chiesa ha individuato alcuni avvenimenti storici della vita della Panaghìa perché vengano festeggiati ogni anno in date fisse. Si tratta appunto delle feste mariane, che ora descriviamo brevemente.
    Il Concepimento (9 dicembre) e la Nascita (8 settembre) della Theotòkos.
    Il Concepimento avuto da s. Anna è descritto nel Sinassario della festa, che attinge dai Vangeli apocrifi, soprattutto dal cosiddetto Proto-Vangelo di Giacomo: si narra come il  Signore inviò un angelo ai giusti Gioacchino ed Anna, per annunziar loro che la sterilità di Anna era finita: essa avrebbe concepito e dato alla luce in tarda età e in modo completamente naturale, come avvenuto a Sara, la moglie del patriarca Abramo. La creatura che stava arrivando sarebbe divenuta Madre di Dio mediante un concepimento ed un parto al di sopra delle leggi di natura.
    Concepimento e nascita della Madre di Dio sono in realtà il frutto della temperanza e della virtù, oltre che delle preghiere dei santi progenitori e nonni di Cristo Dio, Gioacchino ed Anna. E’ la loro condotta di vita virtuosa ad attrarre lo sguardo e la predilezione di Dio, che li rende genitori della Madre di Dio e progenitori di Dio.
    Con la Nascita della Theotòkos ha inizio la salvezza della stirpe umana e di tutto l’universo. In quello stesso giorno fu stabilita sulla terra quella scala vista nel sogno profetico dal patriarca Giacobbe: la scala che congiunge la terra e il cielo, da cui discese il Signore Gesù per congiungersi a noi e condurci fino alla destra del Padre, sul trono della gloria. La nascita della Panaghìa è l’inizio del ritorno al Paradiso. Non appena appare nel mondo la Theotòkos, tutto il creato esulta e festeggia.
L’ingresso nel Santo dei Santi (21 novembre).
    I progenitori di Dio Gioacchino e Anna, ricevuta la Panaghìa in dono da parte di Dio, promettono di restituirla al Signore, consacrando a Lui la creatura prodigiosamente ottenuta contro ogni ragionevole speranza. All’età di tre anni la fanciulla è condotta dai genitori al tempio di Gerusalemme e da loro affidata al sommo sacerdote. Nel Tempio la Vergine trascorre dodici anni, vivendo come in Paradiso, a faccia a faccia con Dio stesso, in un tipo di vita simile a quello degli angeli, completamente ed esclusivamente dedicandosi al servizio di Dio, con il quale la familiarità si accresce a tal punto da non esser nemmeno più nutrita da cibo materiale. Questa nuova esistenza prepara la strada che dovrà percorrere non solo lei individualmente, ma tutta l’umanità che vorrà ricongiungersi col cielo.
Solleviamo il nostro intelletto spirituale dal turbamento del mondo e sospingiamolo verso i cieli eccelsi, nel Santo dei Santi in cui ora dimora la Theotòkos (San Gregorio il Teologo, detto anche il Nazianzeno).
L’Annunciazione della Theotòkos (25 marzo).
    La Panaghìa dopo la sua permanenza nel Tempio, visse a Nazareth nel periodo del suo fidanzamento a Giuseppe, futuro sposo. Mentre si trovava là, riceve la visita dell’arcangelo Gabriele, inviato da Dio per annunziarle e spiegarle l’imminente concepimento e nascita del Figlio di Dio nel suo purissimo grembo.
    Fu sufficiente dunque la virtù di un’unica anima ad arrestare il male e la malvagità di tutta l’umanità in tutte le epoche. L’ombra dello Spirito Santo si stende su di Lei, non appena ha espresso il suo libero assenso con le parole: Ecco la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua parola: in quell’istante avviene il concepimento secondo la carne nella natura umana del Creatore dell’universo.
Viene plasmato da verbo materno il Verbo del Padre e viene creato con voce di creatura il Creatore.
La Sinassi della Santissima Madre di Dio (26 dicembre).
    Il giorno immediatamente successivo al Natale di Cristo, cioè il 26 dicembre, viene venerata la persona che è stata il laboratorio dell’unione delle due nature (umana e divina) del Signore. Diventando madre del Creatore la Panaghìa è diventata veramente Theotòkos (Madre di Dio) e regina di tutte le creature.
L’ incontro del Signore (2 febbraio)
E’ una delle più antiche celebrazioni religiose. È il giorno della purificazione della Panaghìa durante il suo puerperio (Luca 2,12), il giorno della presentazione del Signore Gesù Cristo come bimbo al tempio e l’accoglienza da parte del vecchio Simeone, quaranta giorni dopo la nascita. Anche se la Panaghìa non era tenuta ad osservare la legge mosaica, avendo concepito in modo soprannaturale, rispettò comunque la legge mosaica. Questo comportamento dovrebbe fare da modello per tutti noi nel seguire i nostri doveri religiosi (Santa Confessione, Santa Comunione ecc.) tramite i quali ci purifichiamo e ci santifichiamo.
L’inno divino che ha cantato Simeone al bambino Gesù è il cantico dell’Antico Testamento di fronte al Nuovo Testamento: il profeta incontra l’ispiratore e l’oggetto della profezia stessa, il liberatore e salvatore del mondo, l’unico vero Dio, venuto ad illuminare tutti i popoli con la sua manifestazione. La Madre del Verbo creatore incarnato, regge fra le sue braccia materne l’Onnipotente,  Colui che fa tremare la terra ed è inneggiato e lodato dagli angeli e venerato dagli arcangeli.
Questo giorno celebra anche l’offerta spontanea che la madre vergine compie nel tempio: è l’offerta e la consacrazione legale del primogenito che si compie, realizzando tutte le consacrazioni di primogeniti che venivano fatte nel tempio dall’epoca di Mosè in poi.
La realizzazione psicologica, l’equilibrio, la salvezza, la santificazione, il futuro eterno della donna dipendono dalla sua calorosa corrispondenza alla sua missione di essere madre come ha comandato Dio senza limiti razionalistici e vincoli egoistici. Proprio quello che ha fatto la nostra Panaghìa.
La Dormizione della Panaghìa (15 agosto)
e la conclusione della celebrazione nove giorni dopo (23 agosto)
Il ciclo delle celebrazioni dedicate alla Panaghìa si conclude con la Dormizione che celebriamo il 15 agosto. L’inno principale del giorno si esprime in questo modo:
    Nel partorire hai conservato la verginità, con la tua dormizione non hai abbandonato il mondo, o Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu che sei madre della vita e che con la tua intercessione riscatti dalla morte le anime nostre.
San Giovanni Damasceno presenta la Panaghìa come una persona che non solo accetta la morte, ma si affretta ad incontrare l’Unigenito, perciò lo prega di accettare tra le sue braccia la sua anima divina che  si separa dal suo corpo che ha cresciuto Dio.
Dopo la Dormizione la Panaghìa, avendo nel cielo il suo regno appropriato, è stata innalzata alla destra del Re Gesù. Secondo la tradizione della Chiesa, quando è stata aperta la sua tomba per uno degli apostoli che non era riuscito ad essere presente il giorno della sepoltura, non si trovò il suo puro e immacolato corpo, ma solo la sua veste.
Come, dopo la nascita, Cristo ha preservato la verginità della Panaghìa, così ha voluto venerare il suo corpo rendendolo immortale e trasferendolo in eternità prima della resurrezione comune (P.G. 96,741 B,728 C).
Di solito la conclusione delle celebrazioni del Signore e della Panaghìa avevano luogo l’ottavo giorno dopo la celebrazione principale (eccetto Pasqua). La celebrazione della Dormizione della Panaghìa si conclude il nono giorno, secondo  il rito della Chiesa antica per le commemorazioni funebri, che si tengono appunto il nono giorno dopo la morte del defunto.
Secondo il typikòn costantinopolitano si celebrano ancora due solennità della Madre di Dio, collegate agli avvenimenti appena ricordati: il 2 luglio La deposizione della Santa Veste a Vlacherne, risalente ai tempi di Leone il Grande e il 31 agosto la Deposizione della Santa Cintura, giorno in cui si ricorda anche la guarigione di Zoì, moglie di Leone il Saggio, ottenuta dalla intercessione della Panaghìa.
Il primo ottobre il calendario ortodosso universale riporta la celebrazione della Santa Protezione; in tempi recenti il Santo Sinodo della Chiesa di Grecia ha spostato al 28 ottobre questa celebrazione collegandola ad una festa civile. Anche questa celebrazione ebbe inizio ai tempi di Leone VI il Saggio (886-911) in seguito ad una famosa apparizione all’interno di una chiesa della Panaghìa nell’atto di ricoprire tutto il popolo con il suo manto.
Ancora legata a Costantinopoli  è l’inaugurazione del Tempio della Fonte Vivificante, ricordata anch’essa nel nostro calendario universale il venerdì dopo Pasqua e collegata a suggestivi ricordi e leggende popolari, ben tramandati dai profughi che negli ultimi 50 anni hanno abbandonato, per motivi che potete immaginare quella città che hanno voluto rinominare Istanbul.
Esistono più di 300 designazioni della Panaghìa, come Mirtidiotissa, Glikofilousa, Portaitissa, Paramithia, Panaghìa di Soumelà, di Tinos, di Paros… Sfortunatamente spesso l’entusiasmo popolare trascura il consiglio dato da San Gregorio Teologo di celebrare non in modo sfarzoso o mondano, ma spirituale, senza cercare la soddisfazione dei nostri desideri, ma seguendo quello che piace a Dio, col rischio di aggravare le nostre malattie spirituali, anziché raggiungere la guarigione e la rigenerazione dello spirito: non corone e danze, ma la parola e la legge di Dio.
APPELLATIVI DELLA PANAGHÌA
1. Theotòkos
Quando l’angelo disse a Mariam che avrebbe partorito per virtù dello Spirito Santo, allo scopo di dimostrare l’onnipotenza di Dio, le rivelò la gravidanza di una sua parente, l’infeconda e vecchia Elisabetta (Luca 1, 34-38). Mariam andò subito in Giudea a congratularsi con lei ed aiutarla. Elisabetta, udendo il suo saluto, percepì il bimbo Giovanni sussultare in grembo e piena di Spirito Santo rispondeva riferendosi alle due gravidanze in questo modo:
Benedetta tu fra tutte e donne e benedetto il frutto del tuo ventre. Ma come è successo a me questa cosa? Venire da me la madre del mio Signore? Perché appena mi hai salutato, ho sentito il bimbo esultare con esultanza. Beata colei che ha creduto che si sarebbe realizzato tutto quello che le era stato detto dal Signore (Luca 1,42-45).
E’ lo Spirito Santo a porre in bocca ad Elisabetta le espressioni madre del mio Signore e madre del mio Signore, cioè Theotòkos.
La nostra Chiesa al Terzo Concilio Ecumenico ha difeso questo appellativo di Mariam, per esprimere la sua convinzione che Gesù Cristo era davvero Teantropo. Le due nature, umana e divina si erano unite in Cristo. La salvezza dell’umanità iniziò nel momento dell’Annunciazione, quando Dio unì la sua natura divina con quella umana. A Natale, Mariam non ha partorito un semplice uomo, ma un Teantropo. Proprio perciò la chiamiamo Theotòkos. Questa salvezza si è compiuta con la passione e la resurrezione della natura umana. La passione ha avuto un gran valore perché la natura umana era unita inconfondibilmente e indivisibilmente con quella divina (Quarto Concilio Ecumenico).
2. Panaghìa
Santo ha come possibili sinonimi termini quali devoto, puro, altruista, disposto a sacrificarsi per la sua fede, ma c’è qualcosa di più. Isaia udì gli angeli cantare a Dio l’inno trisagio: Santo, santo, santo il Signore Sabaòth… (Is. 6.3). L’appellativo Panaghìa (Tuttasanta) non toglie nulla a Dio, che è l’unica fonte della santità; è di fronte agli uomini che Dio ha santificato, che essa è la più santificata fra tutti i santificati. La Madre di Dio, colei che ha generato Dio stesso, non sarebbe anche Santissima? Non mancano nemmeno ai nostri giorni detrattori della Madre di Dio; sfortunatamente per loro (i testimoni di Geova e i protestanti in genere) proprio con questo atteggiamento che presentano come un cristianesimo più puro, anzi, l’unico vero cristianesimo, finiscono con l’allontanarsi dalla rivelazione e dalle Sacre Scritture. La storia religiosa dell’occidente degli ultimi cinque secoli è caratterizzata dalla contrapposizione dualistica tra protestanti e cattolici e quando le posizioni si contrappongono si finisce con l’esasperare la polemica ed estremizzare le teologie. Come risulta inaccettabile a noi ortodossi la riduzione razionalistica che il mondo religioso nord europeo ha operato sulla esperienza religiosa cristiana, così alcuni aspetti del culto mariano della Chiesa Cattolica Romana, maturati dogmaticamente non più di due secoli fa restano estranei alla tradizione ortodossa, anche se qualcuno dei vostri studiosi è riuscito nell’intento di trovare uno scrittore ortodosso, ma sembra solo uno, comunque, che sarebbe favorevole. Come l’iconografia cristiana antica, così anche la devozione, il culto e la teologia dei Padri sono accuratamente studiate e trasmesse dall’ortodossia.
Mariam disse ad Elisabetta: D’ora in poi mi glorificheranno tutte le generazioni (Luca 1, 48). Gli Anticristi che non accettano Cristo come Dio e gli eretici non sono dunque compresi nella profezia della Panaghìa perché non la glorificano.
Viene spesso sollevata la questione dei fratelli di Gesù: Mariam sarebbe stata certamente una brava donna, madre di diversi figli, oltre che di Gesù, ma non ci sarebbe per lei alcun ruolo nella salvezza del mondo; in questo caso perché venerarla?
Il Vangelo di Matteo (Mt. 12, 46) riferisce un episodio in cui Gesù era cercato da sua Madre e dai suoi fratelli e in Marco 6, 2-3 leggiamo come i Nazareni vedendo la sapienza e i miracoli di Cristo dicevano: Non è lui il falegname, il figlio di Mariam e il fratello di Giacomo e di Iosis e di Giuda e di Simone? E non sono qua con noi i suoi fratelli?
La Chiesa Ortodossa, che esiste da un’epoca ben anteriore ai “riformatori” moderni e ai loro epigoni, ha sempre avuto notizia del fatto che il giusto Giuseppe non era affatto vergine, né giovane, ma vedovo e dal suo primo matrimonio aveva avuto quei figli che i Vangeli citano per nome. Inoltre c’erano anche dei cugini, i figli di Cleopa, fratello di Giuseppe.
Le fonti che sostengono queste affermazioni sono note; si parla molto ai giorni nostri degli apocrifi del Nuovo Testamento, come se dovessero sconvolgere i fondamenti della Chiesa: a noi pare che anzi, li rafforzino.  
I fratelli di Gesù, come risulta dal Vangelo di Giovanni (Giov. 7,5), all’inizio non credevano in Lui. Negli Atti (1,14) vediamo che dopo l’Ascensione di Cristo erano tra i suoi discepoli, il che significa che dopo la resurrezione di Cristo hanno creduto in Lui. L’apostolo Paolo (I Cor 9, 5) presenta i fratelli del Signore come missionari insieme con i dodici. Inoltre, nella lettera ai Galati (1, 19) scopriamo Giacomo, il fratello del Signore, come prima autorità in Gerusalemme. Giacomo è colui che parlò al concilio apostolico di Atti 15,13, quello che inviò uomini a sorvegliare l’operato di Pietro ad Antiochia.
Cristo, presumibilmente all’età di due anni era fuggito in Egitto e tre anni dopo, cioè all’età più o meno di cinque anni, fece ritorno in Palestina. Se Mariam avesse avuto relazioni coniugali con Giuseppe, avrebbe partorito qualche figlio in Egitto. Ma questo non è scritto da nessuna parte nei Vangeli. Quando Cristo dodicenne è presentato al Tempio, non è scritto da nessuna parte che la Panaghìa aveva altri figli. Nel libro dei Proverbi (4, 3) incontriamo una profezia del Messia stesso che si definisce il figlio unigenito di mia madre.
Sorge una domanda:
Perché Cristo sulla Croce non ha detto a Sua madre di trovare  protezione presso gli altri suoi figli, ma le ha detto di trovare protezione presso il suo discepolo Giovanni?
La risposta è che Mariam non aveva altri figli. Mariam, si è realizzata come madre del Teantropo e in questa maternità unica si è esaurita la sua maternità una volta per tutte. L’assenso dato all’angelo per la nascita del Messia: Ecco la serva del Signore, fece di lei lo strumento dell’incarnazione di Dio e della salvezza dell’umanità.
3. Sempre Vergine
Isaia profetizza che la madre del Messia sarà Vergine: Ecco la Vergine partorirà e darà alla luce un figlio…  (Isaia 7,14). L’iconografia tradizionale prevede tre stelle sulla figura della Theotòkos: sulla fronte e sulle due spalle. Le tre stelle simboleggiavano la verginità di Mariam prima, durante e dopo la nascita di Cristo. La chiesa ortodossa crede che la Vergine Mariam sia Sempre Vergine, cioè vergine prima, durante e dopo la nascita del Messia e che questa condizione sia collegata alla salvezza dell’umanità.
Tu che sei il tesoro da cui viene la nostra risurrezione, o degna di ogni canto, solleva dalla fossa e dall’abisso delle colpe quanti confidano in te: perché hai salvato noi, soggetti al peccato, partorendo la salvezza, tu che sei vergine prima del parto, vergine nel parto e ancora vergine dopo il parto.
Il parto verginale nel tempo e nello spazio della seconda persona della Trinità è specchio, ma anche partecipazione secondo l’immagine e la somiglianza della sua eterna generazione dal Padre: senza concorso di padre è generato nella natura umana, senza concorso di madre è generato nella Divinità. Dio Padre è il vergine generante nella Trinità, così come Mariam di Nazareth è la vergine generante nell’umanità: questa è la energia e la potenza caratteristica della generazione divina. E siccome Dio è uno, Chi lo genera, genera una volta sola, per cui il Verbo, seconda ipostasi della Trinità, non ha fratelli, per così dire consanguinei, né nella Trinità, né nell’umanità. Dal Padre vergine solo Lui viene generato in quel particolare modo, dalla Madre vergine solo Lui viene generato in quel particolare modo. Le due generazioni del Verbo avvengono con la stessa potenza divina che viene partecipata alla Theotòkos dallo Spirito Santo, che getta su di lei la sua ombra. Non è con le forze umane, non è con una potenza generatrice umana che Dio viene generato nella natura umana.
Questa particolarità e unicità del parto verginale mostra da subito come Cristo non è un semplice uomo, nato secondo le risorse della natura umana, ma il  Teantropo, generato secondo l’energia della Divinità. Non vi furono doglie al parto di Mariam: la nascita di Cristo era esclusa dalla maledizione di Adamo e Eva. Dopo la nascita di Cristo, la Panaghìa si è dedicata alla cura di Cristo e alla preghiera. La sua esistenza era piena di amore per Dio. Non c’era posto per un amore carnale per Giuseppe.                
LA PANAGHÌA CONFORTO IN UN MONDO DESOLATO
Conforto significa anche consolazione: proprio ciò di cui ha bisogno chi è colpito dalla tristezza e dal dolore. L’umanità è colpita da tristezze e dolori di ogni tipo. La civilizzazione ha coperto numerosi bisogni e ha contribuito al superamento di tanti problemi, nonostante ciò il dolore nel mondo è in aumento e nessun potere e sforzo terreno è in grado di riportare la gioia perduta. E questa cosa incredibile succede nel mondo attuale, pieno di comodità. Le persone vivono nella depressione e lo dimostra la quantità e la varietà di antidepressivi che vengono assunti al punto di esserne dipendenti: nicotina, alcol, stupefacenti e droghe di ogni tipo, naturali e sintetiche che dominano non solo più le esistenze di molti individui, ma influenzano generazioni intere e trasformano la società. Stupefacenti e allucinogeni, in particolare rivelano qualcosa di preoccupante e desolante al tempo stesso: chi li assume cerca di trovare un altro senso o un diversivo alla vita. Se le persone si fossero accontentate della loro vita perché avrebbero cercato di illudersi con una vita falsa? Non esiste mezzo artificiale, né sostanza stupefacente, per quanto costosa, in grado di restituire la gioia di vivere perduta, quell’allegria che per i bambini piccoli è una situazione naturale. La più grande tristezza dell’uomo di oggi, che soffre soprattutto per i suoi peccati e le loro conseguenze, è che non ha due braccia che lo consolano, dandogli sollievo dal dolore e speranza per un futuro migliore. A questo mondo desolato, Dio ha dato il conforto della Panaghìa.
La Vergine Theotòkos ci consola perché ci assicura che esiste ancora virtù nel mondo, non è perduta. Essendo lei stessa un essere umano come noi, ci dimostra che l’uomo non ha perduto la capacità di diventare nuovamente virtuoso.
Sappiamo che la Panaghìa ha iniziato la sua opera di salvezza con l’obbedienza all’Annunciazione, mentre il peccato è rivolta e disobbedienza alla volontà di Dio e innalzamento della nostra volontà; la Vergine Maria con le sue parole Ecco la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto capovolge la disobbedienza del mondo e riconduce l’umanità che degnamente rappresenta davanti a Dio, dalla disobbedienza prepotente all’obbedienza secondo lo spirito del Paradiso.
Le persone oggi credono di perdersi e di annientarsi quando obbediscono a Dio o a qualsiasi loro superiore. La Panaghìa con la sua salvifica obbedienza ha ridato al mondo la dignità dell’obbedienza, accettando la grande missione di partorire Gesù Cristo. Cristo come figlio di Dio, ma anche come uomo è nato dalla Vergine Maria, la quale ha nei suoi confronti sia la franchezza della madre sia l’adorazione della serva. E noi che siamo battezzati nel nome della Santa Trinità riceviamo la grazia (il potere secondo San Giovanni Evangelista) di diventare figli di Dio: comunicando al Suo Corpo e al Suo Sangue diventiamo per grazia Cristi! Così abbiamo la Panaghìa diventa nostra madre naturale e possiamo chiedere la sua mediazione e aspettare la sua risposta materna.
In questo sta il nostro conforto, che acquisiamo come madre naturale la  Theotòkos e tramite lei diventiamo anche noi figli di Dio. Ormai non c’è colpa per i nostri peccati perché Cristo ci offre indulgenza gratuita. Il motivo principale della depressione nel mondo è il senso di colpa; non sarà la psicoterapia a liberarcene, bensì l’essere incorporati realmente nel Cristo, mediante la confessione e la penitenza.
La penitenza converte l’uomo a Cristo, passando attraverso una serie di tentazioni. L’umiliazione dell’orgoglio e dell’egoismo conducono la persona allo stupore provocato dall’esperienza della grandezza di Dio; non si può sostenere con la mente e con il cuore la grandiosità gloriosa del mistero della salvezza gratuita. L’intervento della Panaghìa è reso ancor più efficace dalla sua relazione materna sia con noi sia con Cristo,
Tu che per noi sei nato dalla Vergine e ti sei sottoposto alla crocifissione, o buono, con la morte hai spogliato la morte e come Dio hai manifestato la risurrezione, non trascurare coloro che con la tua mano hai plasmato, mostra, o misericordioso, il tuo amore per gli uomini: accogli, mentre intercede per noi, la Madre di Dio che ti ha partorito e salva, o Salvatore nostro, il popolo che non ha più speranza.
La trappola della giustizia e della colpa sono superate: l’uomo è peccatore, ma è consanguineo e concorporeo del Figlio di Dio, generato dalla Vergine. Possiamo perciò diventare figli innocenti di Dio ed eredi del suo Regno, ogni dolore e tristezza diventano eventi temporanei senza importanza, non più in grado di sbarrarci la strada verso il Regno di Dio. Ogni passione e ogni colpa vengono tolti attraverso l’adozione filiale in Cristo, che la generazione e il parto della Panaghìa ha reso possibile. E’ richiesto soltanto il nostro consenso perché ci venga offerto ogni potere.
Con questa gioia e la dignità dei figli di Dio e della Sovrana Theotòkos possiamo camminare felici nella nostra vita. Abbiamo come consolazione, dopo Dio la stessa Madre di Dio.

 


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