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24.07: La tradizione Italica su Santa Cristina martire

 

a cura del Protopresbitero Giovanni Festa




 

La tradizione Italica su Santa Cristina martire

Tratto dal Quotidiano Avvenire

Le varie versioni della «Passio» di Cristina sono discordanti. Quelle greche la dicono originaria di Tiro, le latine di Bolsena. A suffragare questa seconda ipotesi sta il fatto che nella cittadina laziale – di cui la santa è patrona – fin dal IV secolo si è sviluppato un cimitero sotterraneo intorno al sepolcro di una martire Cristina. Il racconto della «Passio» è considerato favoloso e narra di una undicenne che il padre fece rinchiudere in una torre con dodici ancelle per preservarne la bellezza. In realtà questa misura venne adottata dal genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, per costringere la figlia ad abiurare la fede che aveva abbracciato: il cristianesimo. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/64100


Cristina fa parte di quel gruppo di sante martiri, la cui morte o i supplizi subiti si imputano ai padri, talmente snaturati e privi di amore, da infliggere a queste loro figlie i più crudeli tormenti e dando loro la morte, essi che l’avevano generate alla vita.
Da scavi archeologici eseguiti fra il 1880 e il 1881 nella grotta situata sotto la Basilica di Santa Cristina a Bolsena, si è accertato che il culto per la martire era già esistente nel IV secolo; dal fondo della grotta-oratorio si apre l’ingresso alle catacombe, che contengono una sua statua giacente in terracotta dipinta e il sarcofago dove furono ritrovate le reliquie del corpo della santa.
Al tempo dell’imperatore Diocleziano (243-312) la fanciulla di nome Cristina, figlia del ‘magister militum’ di Bolsena, Urbano, era stata rinchiusa dal padre insieme con altre dodici fanciulle, in una torre affinché venerasse i simulacri degli dei come se fosse una vestale.
Ma l’undicenne Cristina in cuor suo aveva già conosciuto ed aderito alla fede cristiana, si rifiutò di venerare le statue e dopo una visione di angeli le spezzò.
Invano supplicata di tornare alla fede tradizionale, fu arrestata e flagellata dal padre magistrato, che poi la deferì al suo tribunale che la condannò ad una serie di supplizi, tra cui quello della ruota sotto la quale ardevano le fiamme.
Dopo di ciò fu ricondotta in carcere piena di lividi e piaghe; qui la giovane Cristina venne consolata e guarita miracolosamente da tre angeli scesi dal cielo.
Risultato vano anche questo tentativo, lo snaturato ed ostinato padre la condannò all’annegamento, facendola gettare nel lago di Bolsena con una mola legata al collo.
Prodigiosamente la grossa pietra si mise a galleggiare invece di andare a fondo e riportò alla riva la fanciulla, la quale calpestando la pietra una volta giunta, lasciò (altro prodigio) impresse le impronte dei suoi piedi; questa pietra fu poi trasformata in mensa d’altare.
Di fronte a questo miracolo, il padre scosso e affranto morì, ma le pene di Cristina non finirono, perché il successore di Urbano, il magistrato Dione, infierì ancora di più.
La fece flagellare ma inutilmente, poi gettare in una caldaia bollente piena di pece, resina e olio, da cui Cristina uscì incolume, la fece tagliare i capelli e trascinare nuda per le strade della cittadina lagunare, infine trascinatala nel tempio di Apollo, gli intimò di adorare il dio, ma la fanciulla con uno sguardo fulminante fece cadere l’idolo riducendolo in polvere.
Anche Dione morì e fu sostituito dal magistrato Giuliano, che seguendo i suoi predecessori continuò l’ostinata opera d’intimidazione di Cristina, gettandola in una fornace da cui uscì ancora una volta illesa; questa fornace chiamata dal bolsenesi ‘Fornacella’, si trova a circa due km a sud della città; in un appezzamento di terreno situato fra la Cassia e il lago, nel Medioevo fu inglobata in un oratorio campestre.
Cristina fu indomabile nella sua fede, allora Giuliano la espose ai morsi dei serpenti, portati da un serparo marsicano, i quali invece di morderla, presero a leccarle il sudore, la tradizione meno realistica della leggenda, vuole che i serpenti si rivoltarono contro il serparo mordendolo, ma Cristina mossa a pietà, lo guarì.
Seguendo le ‘passio’ di martiri celebri come s. Agata, la leggendaria ‘Passio’ dice che Giuliano le fece tagliare le mammelle e mozzare la lingua, che la fanciulla scagliò contro il suo persecutore accecandolo. Infine gli arcieri, come a s. Sebastiano, la trafissero mortalmente con due frecce.
Questo il racconto leggendario della ‘Passio’ redatta non anteriore al IX secolo, il cui valore storico è quasi nullo, precedenti ‘passio’ greche sostenevano che Cristina, il cui nome latino significa “consacrata a Cristo”, fosse nata a Tiro in Fenicia, ma si tratta di un errore dovuto al fatto che la prima ‘passio’ fu redatta in Egitto e che per indicare la terra degli Etruschi chiamati Tirreni dai Greci, si usava l’abbreviazione ‘Tyr’ interpretata erroneamente come Tiro.
Le reliquie ebbero anche loro un destino avventuroso, furono ritrovate nel 1880 nel sarcofago dentro le catacombe poste sotto la basilica dei Santi Giorgio e Cristina, chiesa risalente all’XI secolo e consacrata da papa Gregorio VII nel 1077.
Le reliquie del corpo, anzi di parte di esso sono conservate in una teca, parte furono trafugate nel 1098 da due pellegrini diretti in Terrasanta, ma essi giunti a Sepino, cittadina molisana in provincia di Campobasso, non riuscirono più a lasciare la città con il loro prezioso carico, per cui le donarono agli abitanti.
Questo l’inizio del culto della santa molto vivo a Sepino, le reliquie costituite oggi solo da un braccio, sono conservate nella chiesa a lei dedicata; le altre reliquie furono traslate tra il 1154 e 1166 a Palermo, che proclamò la martire sua patrona celeste, festeggiandola il 24 luglio e il 7 maggio; la devozione durò almeno fino a quando non furono “scoperte” nel secolo XVII le reliquie di santa Rosalia, diventata poi patrona principale. A Sepino, s. Cristina viene ricordata dai fedeli ben quattro giorni durante l’anno
A Bolsena, s. Cristina viene festeggiata con una grande manifestazione religiosa, la vigilia della festa il 23 luglio sera

 

 

 

 


La Passio di Santa Cristina
Tratto da
https://forum.termometropolitico.it/594481-24-luglio-s-cristina-di-bolsena-martire.html
paragrafo 4

Viveva in Etruria, sulle rive del lago di Bolsena, una fanciulla di undici anni di nome Cristina, figlia di Urbano, magister militum, e di una donna di sangue romano appartenente alla gens Anicia.
Desiderosa di mantenersi vergine, la fanciulla venne rinchiusa dal padre in una torre insieme a dodici ancelle, circondata di ogni ricchezza e protetta da preziose statue di idoli. Cristina, anziché offrire incenso sugli altari degli idoli, lo poneva su di una finestra posta ad oriente, e contemplando le bellezze del creato pregava il vero Dio. Una sera, la beata Cristina afferrò le statue di Giove, Apollo e Venere e, legata alla finestra la fascia che le cingeva i fianchi, si calò dalla torre, distrusse le statue degli idoli e donò i preziosi frammenti ai poveri, così come gli abiti che la ricoprivano.
Un tale comportamento sconcertò le dodici ancelle che non riuscivano a capire il gesto di carità della fanciulla, la quale, ritornata nella torre, le ammaestrò nelle verità del vangelo.
Il padre Urbano, entrando nella torre e vedendo che le statue degli idoli non erano più collocate sui loro altari, interrogò la figlia e, scoperta la sua fede, cercò di riappropriarsi della fanciulla manifestandole il suo affetto di padre, il suo dolore e la sua delusione per avere mal riposto tante speranze in lei. Cristina comprese i moti contrastanti che turbavano profondamente il cuore del padre, comprese il suo dolore, ma il suo amore per Cristo andava oltre ogni affetto terreno.
Siamo agli inizi del IV secolo, e nel mondo romano infuriava una delle più cruente persecuzioni contro i cristiani. Urbano, oltre che padre, rappresentava il potere costituito di un impero che stava ormai per veder concludere la parabola del suo splendido millennio. Le leggi dovevano essere rispettate e, cosciente del suo ruolo, il padre divenne, da quel momento, anche il persecutore della figlia. La fece rinchiudere in un carcere per farla recedere dalle proprie convinzioni, ma a nulla valsero le lacrime, le carezze e i baci della madre. Nella notte due angeli entrarono nel carcere per confortare la fanciulla e annunciarle una lunga battaglia prima di poter eternamente abbracciare il suo sposo celeste.
Il mattino seguente, Urbano fece condurre la figlia al cospetto del suo tribunale dove venne lungamente interrogata, istigata ad adorare gli idoli, a giurare fedeltà all'imperatore e a riconoscerlo come divinità.
Vista la fermezza della fanciulla, la fece allora legare a un'alta colonna e colpire con verghe da dodici uomini. Tanta fu la forza che la preghiera donò a Cristina che gli uomini caddero a terra esausti per lo sforzo. Il padre comandò allora che fosse legata a una grande ruota, che al suo girare avrebbe inesorabilmente stroncato le esili membra della santa, e sotto la quale fece accendere un grande fuoco.
Cristina si adagiò dolcemente e senza timore sullo strumento di tortura, pregando il suo Dio. E Dio, che mai abbandona chi pone la speranza nella sua misericordia, inviò il suo angelo, che spezzò la ruota, mentre un gran vento si levò dal vicino lago per allontanare le fiamme dal corpo di Cristina.

Di fronte a questo straordinario episodio molti degli astanti riconobbero in Cristo il vero Dio. Il padre la fece ricondurre in carcere; il dolore attanagliava il suo cuore, egli desiderava ormai non rivedere più la figlia; preferendo farla scomparire per sempre ordinò allora a cinque uomini di condurla nella notte successiva, in gran segreto, sul lago e di gettarla nei flutti.
La barca navigava tranquilla sulle acque di quel bellissimo lago, la fanciulla contemplava il cielo stellato e la riva che si allontanava permeata da una leggera foschia; quell'incantesimo era rotto soltanto dal piacevole sciabordìo delle acque. Giunti al centro del lago, gli uomini legarono al corpo della santa una pesante macina da mulino e la gettarono nelle acque. Ma ecco che gli angeli del Signore la sollevarono nelle loro braccia, una grande luce squarciò quella notte e Cristo discese fino a lei battezzandola e affidandola poi all'arcangelo Michele per ricondurla sulle acque fino all'arenile.
Era l'alba. Urbano uscì dal suo palazzo e si recò sulla spiaggia, e riandò triste al luogo da dove aveva assistito alla partenza della barca con la figlia … Vide fluttuare in lontananza sull'acqua un non so che, come un'immagine di fanciulla. Spinta dai flutti quella figura si avvicinò ancora, e quanto più la guardava, tanto più la sua mente si smarriva. E ormai la vedeva accostarsi sempre più alla riva, sempre più ormai la poteva riconoscere: era la figlia che, salda alla macina, galleggiava come un fiore di ninfea.
A quella vista Urbano urlò e si straziò insieme viso, chioma e vesti, e tendendo le mani tremanti verso il cielo imprecò gli dèi per la sconfitta. Il suo cuore non resse a tanto dolore e, tormentato dai dèmoni, Urbano morì. Cristina fu ricondotta in prigione, dove gli angeli la fortificarono con il pane dell'immortalità.
Successe ad Urbano un altro persecutore di nome Dione, uomo lussurioso e superstizioso, che cercò di ricondurre la fanciulla all'antica religione con le lusinghe di un matrimonio e con crudeli minacce. Ma, visto inutile ogni tentativo, a disprezzo della tenera età della santa, la immerse in una culla metallica ripiena di olio e pece, e ordinò a quattro uomini di agitarla su un gran fuoco.
Cristina lodava Dio nella caldaia e lo ringraziava perché, da poco nata alla fede, le permetteva di essere dolcemente cullata.
Il giudice, adirato, fece radere il capo della santa dai biondi capelli e ordinò che fosse condotta nuda fino al tempio di Apollo. Le donne, vedendo la fanciulla trascinata per le vie della città senza alcun riparo alla sua nudità, commosse tolsero dalle loro spalle i mantelli e crearono una cortina attorno al corpo di Cristina. Giunti al tempio, la santa fu nuovamente invitata a bruciare incenso sull'altare degli idoli. Ferma nella fede, ella pregò Dio di manifestare la sua grandezza. In quel momento, la statua di Apollo scese dal suo piedistallo frantumandosi al suolo; una scheggia colpì Dione che rimase morto.
Sulle rive del lago di Bolsena giunse un nuovo tiranno. Venuto a conoscenza della fama di Cristina, andò a visitarla nel carcere, sottoponendola a un lungo interrogatorio, che non riuscì a scalfire la fede adamantina della fanciulla. Giuliano, questo era il suo nome, fece accendere una grande fornace da mattoni per gettarvi Cristina.
La notte, l'angelo del Signore visitò la santa nel carcere, confortandola e preannunciandole che presto avrebbe finalmente abbracciato il suo sposo. Il mattino seguente Cristina venne condotta in un luogo poco distante dalla città e gettata nella fornace. Dopo cinque giorni i persecutori riaprirono il forno, pensando di trovare solo cenere; invece, con spavento e stupore, videro Cristina in conversazione con un gruppo di angeli che con il loro battere d'ali avevano tenuto lontano il fuoco dal corpo della santa.
Quando Giuliano seppe ciò, attribuì il prodigio alle arti magiche possedute dalla fanciulla e ordinò che fossero aizzati contro di lei vipere, aspidi e colubri; ma le vipere le si arrotolarono ai piedi, gli aspidi le circondarono il
seno e i colubri le leccarono il sudore intorno al collo. L'incantatore cercava di eccitare gli ofidi contro la fanciulla, ma questi, alle preghiere della santa, gli si rivoltarono contro uccidendolo. Nella sua grande carità, Cristina, nel nome di Cristo, riportò alla vita il poveretto.
L'alba del 24 luglio sorse radiosa, indorando le morbide colline e le acque del lago; una lama di luce illuminò il tetro carcere dove Cristina, nella preghiera, attendeva il momento supremo. Quando il sole fu più alto e cocente, un gruppo di arcieri prelevò la fanciulla e la condusse nell'anfiteatro. Giuliano ordinò allora che le fossero strappate le mammelle e la lingua; dai suoi seni recisi uscì latte anziché sangue e la sua bocca continuò a cantare le lodi del Signore. Cristina raccolse un pezzo della sua lingua e la gettò in faccia a Giuliano che fu percosso in un occhio e subito perse la vista. Gli arcieri presero la santa e la legarono a un palo trafiggendola con le loro frecce nel petto e nei fianchi. Così solamente cessò di battere quel cuore che tanto aveva amato il Signore, per unirsi eternamente, nella pienezza della grazia, allo sposo tanto atteso.
Venne poi un tale della sua famiglia, che grazie a lei aveva creduto in Cristo, prelevò il corpo esangue di Cristina, lo cosparse di aromi e lo depose in un luogo apposito nei pressi del tempio di Apollo.


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