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La Liturgia come elemento unificante dei popoli: Testi Sacri. Testi Liturgici. Edizioni varie. Analisi di un progetto per le edizioni in lingua italiana

 πρώτη δημοσίευσις ἐν / prima pubblicazione in:
ΠΟΙΜΑΝΤΙΚΗ ΤΗΣ ΟΡΘΟΔΟΞΟΥ ΔΙΑΣΠΟΡΑΣ
PASTORALE DELLA DIASPORA ORTODOSSA

Τόμος πρός Tιμήν τοῦ Σεβασμιωτάτου Μητροπολίτου Ἰταλίας καὶ Μελίτης κ. Γενναδίου
Volume di Riconoscenza dedicato a Sua Eminenza Reverendissima il Metropolita Gennadios Zervos, Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

Archimandrita del Trono Ecumenico Athenagoras Fasiolo

2011




 

Il ruolo del Patriarcato Ecumenico, di cui la nostra Arcidiocesi è parte integrante, si manifesta in modo visibile nella comunione liturgica tra le diverse Chiese Ortodosse, quale sede primaziale inter-pares, offrendo uno spunto o meglio ponendo un obiettivo responsabile anche per quanto concerne l’adattamento linguistico tra i vari popoli che compongono il variegato mondo ortodosso. La formazione multi-etnica della maggioranza delle comunità della nostra Arcidiocesi, obbligano i pastori, qualsiasi sia la loro origine, ad un cambio di mentalità che faccia uscire da un rigido nazionalismo linguistico e quindi liturgico-linguistico verso l’incontro dell’altro, verso l’apertura dell’altro, che implica una sintonizzazione anche della sensibilità linguistica.
D’altra parte questo è d’obbligo, dal momento che per molte realtà la Liturgia soprattutto, resta l’unico momento di condivisione di una esperienza cristocentrica e dossologica. Questo si traduce in un contesto multi-etnico con la necessità di una κοινή linguistica, che nel nostro caso è rappresentato dall’italiano.
Cercherò brevemente di analizzare tre punti, quali spunto per un inizio, piuttosto che offrire delle ricette ben confezionate, ma prive del carisma della κοινωνία che deve invece caratterizzare un arduo compito come quello della traduzione linguistico-teologica della Tradizione Liturgica della nostra Chiesa.
Il primo punto è una analisi storica: Fin dagli inizi la Chiesa nascente sviluppa l’anafora liturgica nel contesto culturale e linguistico in cui si trova a predicare l’Evangelo. La famiglia liturgica che si raduna attorno al rito alessandrino produrrà il rito copto che si esprimerà in copto in Egitto ed in gheez in Etiopia. Il rito antiocheno si collocherà in un ambiente siriaco e nel rito siro userà il siriaco, un dialetto aramaico, che resta in uso fino ad oggi nelle chiese siro-giacobite. Il rito caldeo, o siriaco orientale conoscerà i vari dialetti in uso fino in India mentre la Chiesa Armena, in un crocevia tra il rito antiocheno, caldeo e bizantino, formulerà una sintesi liturgica tra le più ricche dell’Oriente cristiano, usando da sempre l’armeno classico.
Nell’ambiente greco lo sviluppo della famiglia liturgica bizantina troverà ovviamente nella lingua greca la sua massima espressione liturgica. Giova comunque citare la Chiesa di Georgia, la prima chiesa autocefala, che svilupperà il suo dinamismo liturgico sul georgiano.
Questa rapida panoramica intende richiamare come fin dalla formazione delle anafore liturgiche o dei riti in modo più particolare, si fosse imposto l’uso delle lingue parlate anche nel servizio liturgico. D’altra parte il mondo ebraico era già ricorso alla Traduzione dell’Antico Testamento in greco, con la famosa Traduzione dei LXX, testo ancora in uso nella nostra Chiesa.
Nella Chiesa bizantina, la necessità di rendere capibile la Liturgia durante il suo sforzo missionario, si concretizzerà con l’invenzione dell’alfabeto glagolittico da parte dei Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori degli slavi, e nella traduzione del patrimonio liturgico- teologico in paleoslavo.
Questo processo continuerà nella Chiesa Russa nel periodo pre-sinodale ma anche successivamente, ad opera di numerosi missionari che si spingeranno ad evangelizzare il Nord, la Siberia e l’Alaska. Per citarne alcuni esempi quello di Santo Stefano di Perm’ e la sua missione tra i Komi-Zyrjani, dei Santi Trifon di Pecenga e di San Feodorit di Kola tra i Lapponi, di San Germano tra gli Aleuti, di San Innocenzo d’Alaska e di San Nikolaj Kasatkin in Giappone.
Il problema linguistico si presenterà anche successivamente con la formazioni nell’Ottocento delle varie autonomie ecclesiastiche, ma la sua soluzione non ha trovato ancora la fine.
Già il Concilio di Mosca del 1917-1918 aveva posto in esame la necessità di una riforma linguistica della Liturgia, con l’uso del russo o delle altre lingue dell’Impero al posto dello slavo-ecclesiastico. Ricordiamo che l’allora Metropolita Tikhon Bellavin, futuro patriarca di tutte le Russie aveva iniziato l’utilizzo dell’inglese durante la sua permanenza in America. I venti della rivoluzione però hanno spazzato via questa primavera della Chiesa, e allo stato attuale in Russia appare ancora inopportuno una verifica in tal senso.
Valutando la situazione odierna, essa appare più complessa di un tempo, e anche diversificata a seconda delle Chiese locali. La Chiesa di Romania, dopo l’abbandono nell’800 dello slavo ecclesiastico, ha introdotto l’uso del romeno parlato e della tonalità bizantina. Recentemente l’attuale Patriarca Daniele, ha redatto una nuova edizione della Liturgia in lingua romena. Anche la Chiesa serba, pur mantenendo l’uso dello slavo ecclesiastico, ha introdotto il serbo parlato, così come la Chiesa non canonica di Macedonia, del dialetto macedone. La Chiesa bulgara continua invece l’uso dello slavo ecclesiastico nella sua tonalità bizantina, ma ha introdotto il bulgaro nella lettura dell’Apostolo e del Vangelo. La Chiesa di Albania usa l’albanese così come la Finlandia ed la Estonia si usano le lingue locali. Diversa la situazione in Grecia e a Cipro dove neppure l’uso del greco parlato per l’Apostolo ed il Vangelo ha trovato grande risonanza. In Ucraina, per una situazione più nazionalistica che ecclesiastica, prevale l’uso dello slavo ecclesiastico tra gli ortodossi e dell’ucraino tra i greco-cattolici. Gli antichi Patriarcati si pongono in situazioni diverse: il Patriarcato di Antiochia ha abbandonato l’uso del greco per l’uso dell’arabo, la lingua parlata dai propri fedeli; il Patriarcato di Gerusalemme contempla l’uso sia del greco che dell’arabo, come il Patriarcato di Alessandria, ma quest’ultimo – nella sua missione africana, ha sollecitato l’uso delle lingue africane.
Qual è allora la situazione della diaspora, passando al secondo punto, soprattutto delle Diocesi del Patriarcato Ecumenico. La Grande Chiesa di Cristo, formatasi in ambiente ellenistico, usa il greco nella Liturgia, ed il greco fanariota nei documenti ufficiali (una katharevousa tipica di Costantinopoli), ma spinge fortemente verso l’uso delle lingue moderne. Ne consegue che le maggiori famiglie linguistiche vengono usate nella Liturgia: Inglese, Francese, Tedesco, Spagnolo, ma anche coreano, fiammingo, portoghese, etc. Non sempre il loro uso però è canonizzato ufficialmente dalla Chiesa, ed inoltre ci sono situazioni in cui le diverse gerarchie ortodosse operanti in un unico paese non concordano per un testo comune. E’ il caso per esempio dell’America dove i testi liturgici in inglese non concordano nel lessico tra Arcidiocesi Greco-Ortodossa d’America, Arcidiocesi Antiochena d’America e Orthodox Church of America, nonostante il lavoro del Sinodo dei Vescovi Ortodossi canonici (SCOBA).
Una analisi più dettagliata merita la situazione italiana. In mancanza ancora di un testo ufficiale della Arcidiocesi d’Italia, tra le parrocchie italiane, girano i più svariati testi, frutto molte volte di un lavoro personale ed autonomo dei rispettivi parroci. Il testo più conosciuto, ed uno dei primi apparsi nel palcoscenico italiano è la traduzione edita dalla Abbazia cattolica di Grottaferrata, con testo greco a lato. Se il testo appare corretto della traduzione, spesse volte invece risente delle sfumature della teologia cattolica. Negli anni ’50 una traduzione è stata proposta dall’Archim. Benedictos Katzanevakis a Napoli e nel 1963 è apparsa una traduzione dell’Archim.Timotheos Moschopoulos di Milano. Negli anni ’80 fu composto il Compendio Ortodosso, in un italiano toscano-aulico e secondo la tradizione bizantina slava. Numerose traduzione di parti liturgiche sono poi apparse in diversi testi non a carattere liturgico. (La Settimana Santa, ecc).
Senza dubbio l’opera più corretta da un punto di vista scientifico-linguistico e l’edizione dell’Anthologhion in quattro volumi, edito dalla casa editrice cattolica Lipa. Al momento, in modo particolare di traduzione si occupano i Padri Antonio Scordino (Testi Sacri), Iosif Restagno (Innologia) ed il sottoscritto (Liturgia).
Quale proposta allora per il futuro, arrivando al terzo punto di questa breve riflessione. Bisogna dire che allo stato delle cose, la maggioranza dei testi sono stati ormai tradotti. Una Commissione - di non molte persone – nominata da Sua Eminenza il Metropolita tra coloro che hanno conoscenze filologiche e teologiche dovrà elaborare una metodologia di lavoro comune. Si dovrà iniziare col raccogliere quanto già esistente, per una analisi comparata linguistica e teologica, la quale a mio modesto avviso dovrà tenere conto del seguente criterio:

Per quanto riguarda il criterio linguistico:
Uso della lingua italiana corrente, evitando arcaismi o particolarità regionali o traduzioni troppo letterarie.
Uso di espressioni comuni alla maggioranza, evitando fondamentalismi linguistici (p.es.: il Santo Spirito - per lo Spirito Santo; immergere per battezzare, etc.).
Analisi di vocaboli con significati e significanti diversi (es.: immacolata-intemerata-purissima).
Analisi dei testi comparati greco-paleoslavo, con alcune lingue moderne, es.: romeno, inglese, francese, spagnolo…)
Il ricorrere ad esperti filologi bizantini (ad esempio al Prof. Antonio Rigo dell’Università di Venezia, uno dei maggiori filologi e storici bizantini mondiali), qualora vi siano dubbi o disaccordo tra i membri della Commissione.

Per quanto riguarda il criterio teologico:
Analisi che il concetto linguistico espresso dal significato, concordi col concetto teologico ortodosso espresso dal significante (con la collaborazione anche di validi teologi).
Allo stesso tempo la stesura del testo concordato dovrà trovare applicazione sui toni della musica bizantina, che a sua volta avrà delle esigenze di adattamento. E’ necessaria quindi anche la collaborazione di un innografo di canto bizantino. Il Monastero di Montaner gode della collaborazione di uno dei massimi rappresentanti di musica bizantina in Grecia, e grazie al suo aiuto una nostra sorella ha già scritto la musica di diverse parti liturgiche.
La Commissione dovrebbe iniziare i lavori col suddividere tra i vari membri, i compiti da seguire: Liturgie e Funzioni varie (Ieratikòn e Euchològion) – Tropàri e apolitìki (Orològion e Minei) – Sacra Scrittura (Vangelo, Apòstolo, Salmi) – Testo per i Lettori e Coro (Anagnòstou) – Musica Bizantina. Allo stesso tempo sarebbe opportuno creare una banca dati di tutte le pubblicazioni in lingua italiana di testi liturgici, spirituali, teologici e quant’altro riguardino l’Ortodossia.     Tutti i testi elaborati o corretti dovrebbero essere raccolti da una commissione più ristretta, che appronterà un testo più o meno definitivo. Questo è indispensabile, facendo mio un pensiero di padre Antonio Scordino, per assicurare unità di stile o di linguaggio e uniformità dei criteri grafici. I testi liturgici dovrebbero essere utilizzati prima da un ristretto cerchio di chierici, per valutare eventuali cacofonie, difficoltà di dizione, errori di traduzione e quant’altro. Dopo un periodo di prova, un testo semi-ufficiale dovrebbe essere sperimentato da tutto il clero e solo dopo si potrà consegnare alla tipografia il testo “ufficiale della Arcidiocesi Ortodossa d’Italia”.
Resto convinto che come Arcidiocesi del Patriarcato Ecumenico abbiamo l’obbligo morale di coinvolgere in questa Commissione le altre giurisdizioni canoniche ortodosse operanti in Italia (Patriarcato di Mosca, Esarcato Russo di Parigi, Chiesa Serba, Chiesa Romena), chiedendo ai rispettivi Vescovi di nominare un membro esterno collaboratore. Ciò darebbe più forza alla presenza ortodossa in Italia e alla nostra Arcidiocesi un ruolo visibile di guida di tutta la Ortodossia.

 


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