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12.03: memoria del nostro venerando padre Nicodemo l’Umile

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

Nicodemo l’Umile

E’ priva di dati cronologici anche la Vita di san Nicodemo l’Umile, nato a Sicrò (per un seicentesco equivoco, in passato si disse: Cirò di Catanzaro), un villaggio nella Regione delle Saline, il cui nome ricorre anche nella Vita dello Speleota, ma a noi sconosciuto. In verità, si ignorano anche i confini della stessa Regione delle Saline (ma vedi la Passio di san Pancrazio): essa, più che un luogo geografico, fu un luogo dello spirito: quella valle destinata a coloro che saranno trasformati dalle increate Energie, di cui parla il salmo 59. Illuminato dalle divine Energie, Nicodemo si affidò alla guida del ghèron Anania, che allora praticava l’esicasmo presso il tempio del taumaturgo San Fantino il Cavallaro [a Tauriana]. Dopo qualche tempo, il ghèron rivestì Nicodemo dell’abito monastico. Il beato perseverò con quel santo ghèron, combattendo la guerra contro la carne per molti anni, con i digiuni, le preghiere e le veglie, impegnandosi nell’obbedienza e nell'umiltà. Aveva come intermediario con Dio il venerato ghèron, e si serviva dell’arma delle sue sante preghiere contro le tentazioni demoniache. Poiché gli Agareni devastavano a quel tempo tutta quanta la terra, Nicodemo credette che ciò fosse ira di Dio e, fuggendo per monti e spelonche, si fermò in luogo deserto, posto molto in alto, detto Kelleranà, intransitabile per gli uomini e piuttosto abitata da demoni. Qui il nobile asceta, affrontando combattimenti sovrumani, vinse eserciti di malvagi demoni. Da essi fu messo alla prova per tre mesi: facevano strepiti, scuotendo la cella per farla cadere, ma egli resisteva immobile come una colonna, e li fece scomparire da quel luogo: avendo costruito una casa di preghiera dedicata all’arcangelo Michele, nessuno può raccontare la vita che egli trascorse là per molti anni. Ogni giorno macinava il grano e faceva il pane, ma non per se stesso: per quelli che accorrevano a lui e per i bisogni dei discepoli; egli per oltre 50 anni non mangiò mai pane né bevve vino o acqua. Aveva questa dieta: metteva castagne ad ammollare in una pentola, e le mangiava a sera bevendo quel decotto. Se qualche volta riceveva pesci, diceva a se stesso: “Nicodemo, mangia pure; ma non come vuoi”; li seccava al sole, come un pezzo di legno, e li mangiava senza ammollarli. Come vestito, egli aveva un mantello di pelle e una corta tunica che lo copriva fino alle ginocchia; per tutta la notte faceva infinite metànie, prostrazioni, dedicandosi alla Preghiera continua. Un giorno, i fratelli cominciarono tutti assieme a dirgli: “Padre, è difficile vivere qui”. Ed egli: “Bene; e dove volete trasferirvi?” Risposero: “Dalla parti di Vukìto [?] c’è il glorioso tempio della Madre di Dio. Se tu vuoi, ci trasferiremo là”. Egli non si oppose, pur sapendo ciò che sarebbe successo: era infatti la festa del Transito della Purissima, e ogni anno si riuniva una moltitudine di popolo. La vigilia della festa li svegliò: “Andiamo, figli, dove avete proposto”. Quando essi però giunsero e videro la folla, ricordando la tranquillità d’un tempo, caddero ai piedi del grande uomo, dicendo: “Perdonaci, padre! Guidaci dove eravamo prima”. Ed egli, avendoli riuniti, con gioia tornò indietro. Una volta Nicodemo lavorava nell’orto e uno scorpione gli si attaccò al piede. Disse: “Ora che mi hai morso, che utilità hai avuto?” E poiché i presenti cercavano di uccidere la bestia, il santo disse loro: “Lasciatela andare; non mi ha fatto male”. Ponendo nel cuore divine ascesi, andava verso la più alta vetta dell’impassibilità, come il profeta Elia; come Mosè risplendeva nel volto, partecipando alle divine Energie. Il nostro padre aveva ricevuto da Dio il carisma di lottare gli spiriti impuri e cacciava i demoni, terrorizzandoli anche da lontano. Un giovane sofferente fu portato dai genitori che scongiuravano: “Prega perché sia liberato dallo spirito che lo domina”. Ma egli, essendo molto umile, rispose: “Portatelo ad Elia lo Speleota, perché io sono un peccatore e non ho questo potere”. Ma intanto il demone spingeva il giovane a buttarsi nudo tra le spine, e allora il santo terribile ai demoni, prendendo il bastone, minacciò l’impuro spirito: “Esci, sciagurato!” E quegli subito uscì. Una donna era impazzita. I familiari la portarono al santo ed egli disse: “Andate via! Perché avete trascurato i santi taumaturghi Elia il Nuovo e lo Speleota, e venite da un peccatore? Correte là con fede e desiderio, per venerare le loro sante reliquie”. Ma ecco che lo spirito cominciò a beffeggiare il santo, chiamando gherondaaa! e occhi-belliii! Il taumaturgo, agitando il bastone contro di lui, gli comandò di tacere, e il demonio fuggì. Il bellissimo Basilio, figlio di un sacerdote, era tormentato dal demonio, nemico del bello. Nicodemo pregò tutta la notte e cacciò da lui l’impuro spirito. Una volta il meraviglioso padre andò [a Melicuccà] nella grotta del grande Elia. Quando fu vicino, tutti festosamente uscirono incontro al santo e tra questi uscì il sacerdote Leone, che da molti anni soffriva di mal di testa e appunto per guarire era andato là da un paese lontano. Diceva: “Abbi pietà, perché sono sconvolto da uno spirito”. Nicodemo gli afferrò la testa, dicendo: “Leone, come mai tu mi riconosci medico?” E con l’applicazione della sua santa mano subito lo spirito uscì fuori. Kallo, uno dei personaggi più illustri del paese, diventò diabolico per amore. Con l’autorità del suo potere separò una donna dal marito, e la prese con sé. Il santo padre andò a parlargli: “Per azione di qualche demonio hai desiderato e tieni con te una donna: restituiscila a suo marito”. Ma quello, gridando, mandò via il santo: l’indomani - giorno della divina e splendente risurrezione di Cristo - proprio mentre andava in chiesa, fu ucciso dal suo stesso figlio. Una cerva aveva preso l’abitudine di divorare l’orto senza curarsi delle preghiere e minacce del santo: una belva allora la portò via. Una volta gli Agareni lo catturarono. Nicodemo elevava al Signore le abituali preghiere ed essi lo deridevano, dicendo: “A che ti serve questa preghiera?” Mentre quello perseverava nella preghiera, la Potenza divina spinse l’uno contro l’altro a rissa mortale; e il santo si liberò. Una volta gli Agareni avevano fatto prigionieri nove uomini di Bisignano e li portavano schiavi in Sicilia. Giunti a Pilio, sbarcarono e dormivano mentre i prigionieri si rivolgevano a Dio, invocandolo di venire in loro aiuto. Uno dice: “Conosco un santo esicasta, un taumaturgo che vive in un luogo deserto: preghiamolo!” Mentre fiduciosamente pregavano, vedono d’essere liberi dalla catene. Raggiungono di corsa il loro salvatore, ed egli disse: “Ringraziate il Signore!” Diventato pieno di giorni, giunto a circa 70 anni, il divino e grande nostro padre fu sciolto dai legami della carne il 12 marzo. Il suo viso subito dopo la morte sprigionò raggi di luce e di fuoco, come bagliori, anche fin dentro la tomba. Cori di angeli elevarono un grido di esultanza; folle di arcangeli si radunarono, vedendo che giungeva il trionfante lottatore che aveva vinto eserciti di demoni; Cristo accolse quella santa e felice anima nella reggia celeste. La Vita che ho qui sunteggiato non ha date: poiché però si fa riferimento al culto dello Speleota, si può pensare che Nicodemo sia vissuto nell’11° secolo. Alcune reliquie di san Nicodemo sono conservate a Mammola, in provincia di Reggio; sul Passo della Limina, tra i ruderi dell’antico monastero, si può venerare la tràpeza, l’altare che gli ultimi monaci ortodossi sotterrarono per impedire che vi potessero celebrare i r.cattolici.

 


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