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04.05: memoria del nostro venerando padre Niceforo l’Esicasta

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

La vittima più illustre dell’Inquisizione in Italia Meridionale è senza dubbio san Niceforo l’Esicasta. A lui può certamente essere attribuito un eccezionale documento (sembra autografo), nel quale l’autore si presenta col dire che “la mia patria è la Calabria, nel meridione dell’Italia”. I suoi genitori – continua – erano ricchi di beni materiali, ma spiritualmente meschini, “tanto che aderirono alle eresie”. Convertiti quindi alla nuova religione importata dagli invasori normanni, i genitori abbandonano il figlio – “sin dalla tenera età” – in qualche monastero della Calabria. Egli così cresce in un ambiente di grande vivacità culturale: studia Logica, Filosofia aristotelica, Sacra Scrittura, Patristica. Apprende così che “i Latini sono falsari e trasgressori della tradizione degli Apostoli e dei Padri, poiché confondono le proprietà delle tre ipostasi, insegnando due processioni del santissimo Spirito in modo empio e blasfemo”. Ma il Nostro non si limita a studiare le eresie, e ricorda: “non mi stancavo dal discutere con i loro dotti, dimostrando per mezzo della Scrittura e della dottrina dei Padri che si erano allontanati ed estraniati dalla fede ortodossa, e provavo con stringenti sillogismi che essi penzolavano ora verso l’eresia di Sabellio, ora verso quella di Macedonio”. Alle pubbliche discussioni, il Nostro fa seguire scritti e trattati con i quali tenta “di trarre fuori dalla loro fede strampalata quei nemici, sacrileghi, eretici, bestemmiatori”. Egli spiega che la ‘ekpòrevsis’ dello Spirito “è la modalità stessa dell’essere” e che quindi il santo Spirito “è senza principio, perché ha l’essere dal Padre, allo stesso modo della generazione del Figlio”. E’ perciò “del tutto empio e blasfemo sostenere che il santo Spirito procede dal Padre e dal Figlio”. Le Autorità locali rispondono dapprima con insulti; poi con l’isolamento (“mi evitavano con orrore… mi trattavano come un nemico”) e - come sempre, in questi casi - la diffamazione (“dicevano che ero un deviato”). Infine parte la denuncia ufficiale, e dalla lontana Avignone in tutta fretta scendono in Calabria i membri del Tribunale della Santa Inquisizione: “il Papa aveva mandato gli Inquisitori per indagare sui Greci, e se ne avessero trovato uno che non aderiva ai dogmi r.cattolici, avrebbero dovuto mandarlo al rogo”. Il Nostro non vuole parlare del processo e delle torture subite (“ci vorrebbe troppo tempo ...troppo spazio per dire tutto”); si limita a riportare la sentenza: “domani, in pubblica piazza, sia bruciato vivo” perché “eretico incallito”. Ma il Nostro può contare su compatrioti e correligionari fidati che, per quanto terrorizzati dalla minaccia del rogo, nella notte riescono a farlo evadere e fuggire. Nel documento citato, il Nostro quasi si scusa: “se avessi abiurato, avrei perso la vita eterna; se resistevo, quella terrena: non volendo perdere né quella né questa, fuggii la sera prima”, quando era stata già innalzata la catasta di legna pronta a prendere fuoco. Per amore della fede ortodossa Niceforo fugge, e si nasconde all’Athos, facendosi eremita presso Glossìa. Fiero avversario delle eresie del Filioque e del Purgatorio (che aveva già lottato in Calabria), Niceforo fu nuovamente arrestato dagli Unionisti, dai fautori cioè dell’unione dei cristiani ortodossi ai r.cattolici. Condotto a Cipro per essere processato da un delegato pontificio (che ebbe la peggio nel confronto teologico), Niceforo scampò al rogo appellandosi a un Concilio ecumenico (ma, ancor più, perché intanto era cambiata la politica filo-papista dell’Impero romano). Niceforo fa quindi rientro all’Athos, dove si  lega d’amicizia spirituale con Teolepto, futuro metropolita di Filadelfia, e Atanasio, futuro Patriarca ecumenico. All’Athos, Niceforo ha come discepolo anche un certo Ponimazio, al quale detta due trattati: il Discorso utilissimo sulla sobrietà e la custodia del cuore e Le tre forme della preghiera. Il primo trattato è un po’ come una piccola Filocalia, un’antologia di testi patristici sulla preghiera, che Niceforo indirizza a tutti quelli che sono protesi a ottenere la divina illuminazione e vogliono ricevere nel cuore, sensibilmente, il fuoco celeste; a loro egli spiegherà la scienza della vita celeste, il metodo senza fatica e senza sudore che conduce al porto dell’impassibilità. Egli, in sintesi, insegna: “Raccogli l’intelletto e introducilo nel cuore; spingilo, costringilo a scendere insieme con l’aria che respiri. Quando esso sarà giunto là, non seguirà più nulla che sia privo di gioia e di grazia; come un uomo che è stato lontano dalla propria casa, così l'intelletto - dopo essersi unito all’anima – sarà pieno di piacere e di gioia. Abitua l’intelletto a non uscire di là troppo presto, poiché il regno dei cieli è dentro di noi: appena il tuo intelletto ha raggiunto quel luogo, da quel momento non tacere né stare inattivo, ma abbi come opera l’invocazione continua: Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, pietà di me”. Ne Le tre forme della preghiera (un tempo attribuito a san Simeone il Nuovo teologo) Niceforo sconsiglia quella preghiera che “consiste nel guardare al cielo, nel levare le mani in alto, nel tenere l’intelletto nelle realtà celesti e di là cercare aiuto”, oppure quella preghiera che tende a “custodire con l’intelletto i propri sensi, e così impedirsi di vedere le guerre interiori dell’anima prodotte dai nemici e quindi guardarsene”. Egli sostiene che migliore di tutte è una terza forma di preghiera: quella in cui l’intelletto “dal profondo del cuore eleva le preghiere a Dio. Appena, dall’interno del cuore, avrà gustato che buono è il Signore e ne avrà avuto dolcezza, l’intelletto non vorrà ormai più allontanarsi dal luogo del cuore... I nostri santi padri (udendo il Signore che dice che dal cuore escono i cattivi pensieri, omicidi, fornicazioni, adulteri, furti, false testimonianze, bestemmie), lasciarono ogni opera spirituale e lottarono per questa sola opera, cioè la custodia del cuore. Alcuni nostri padri hanno chiamato questa opera isichìa del cuore; e il Vangelo dice: Non distraetevi (Lc 12, 29), non disperdete il vostro intelletto qua e là. E il Vangelo ancora dice: Beati i poveri (Mt 5, 3), cioè beato chi nel cuore è povero di pensieri mondani. Chi non fa attenzione a custodire il suo intelletto non può divenire puro nel cuore, ed essere fatto degno di vedere Dio. … Perciò, siedi in un luogo appartato e silenzioso, da solo, in un angolo; chiudi la porta e raccogli il tuo intelletto da ogni cosa vana ed effimera; poggia quindi il mento sul petto, per esercitare l’attenzione all’interno di te stesso con il tuo intelletto e i tuoi occhi sensibili. Trattieni il tuo intelletto nel cuore: al principio, ti troverai dentro una grande oscurità, insensibilità e durezza. Ma quando avrai realizzato l’opera dell’attenzione, troverai una gioia incessante: l’intelletto raggiungerà il luogo del cuore e subito vedrà là dentro quelle cose che mai aveva visto né conosciuto, vedrà l’aria che si trova nel cuore, vedrà se stesso luminoso…” C’era allora a Costantinopoli un avventuriero  che poco poteva capire di questi insegnamenti, essendo più un professore universitario che un monaco: Barlaam. Come Niceforo, anch’egli era fuggito dalla Calabria per amore della fede ortodossa, anzi s’era fatto un nome nella Capitale per alcuni ottimi trattati contro il Primato pontificio e altre eresie occidentali. Barlaam forse non aveva avuto una solida formazione spirituale; forse frequentò troppo certi salotti paganeggianti di Costantinopoli; di sicuro il suo carattere era segnato da due gravi menomazioni fisiche. Per mettersi in vista (era piuttosto basso, anzi proprio nano), Barlaam cominciò a scrivere (discutere, no: era balbuziente) contro i monaci che praticavano l’esicasmo, ingiuriandoli più o meno come ‘guarda-ombelico’. Curiosamente, per più di venti anni [1337\58] la Chiesa fu messa in subbuglio a causa di due calabresi: san Niceforo l’Esicasta e, direttamente, Barlaam (il dotto Niceforo Gregoras però disse: Barlaam è calabrese, ma non ragiona come i calabresi). La difesa dei santi esicasti fu assunta dal più noto e illustre tra i discepoli di Niceforo: san Gregorio Palamas, uno tra i più grandi Padri e Dottori della Chiesa. Di Barlaam si sa invece che – condannato come eretico – abbandonò Costantinopoli e si trasferì ad Avignone, dove si fece assumere alla Corte pontificia come buffone (ne aveva le doti fisiche) e dove scrisse alcuni trattati – questa volta in difesa delle eresie – che gli furono ben pagati con la nomina a vescovo di Gerace.

 


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i santi di domani 16-12-2019

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