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12.05: memoria del beato Filippo, presbitero apostolico, il Cacciaspiriti

 

Archimandrita Antonio Scordino




 

Un altro santo venuto da lontano è il beato Filippo, detto presbitero apostolico e Cacciaspiriti: la sua Vita è tra le poche che non abbiano subito una ri-scrittura in stile metafrastico. Essa perciò ci appare confusa, anche perché scritta forse da qualcuno che aveva più dimestichezza con gli apocrifi (e persino con il Corano) che con la Sacra Scrittura, quasi mai citata. Vale perciò la pena riportarla (sia pure sunteggiata, come al solito). Al tempo dell’imperatore Arcadio, nella provincia di Tracia c’era un uomo di nome Teodosio, siro di stirpe e di lingua, che aveva preso in moglie la nobildonna Augia. Avevano tre figli, i quali erano commercianti di bestiame. Il giorno dell'esaltazione della Croce questi erano soliti andare a Costantinopoli, dove stavano i genitori, per celebrare insieme la festa. Ma un triste giorno, mentre traversavano il fiume Sàngari in piena, la corrente li portò via. La loro madre non trovò pace, né di giorno né di notte, finché le apparve il Creatore del mondo, nelle sembianze d’un vecchio che le diceva: “Togliti il lutto, alzati e impasta tre pani con fior di farina e offri a Dio i tuoi doni in letizia”. Augia si alzò e fece proprio così; e quando Teodosio si uni a lei, concepì e partorì un maschio e lo chiamò Filippo. Quando il bambino giunse all’età di sette anni, la madre gli fece tagliare i capelli e lo consegnò alla Chiesa, e quando Filippo giunse ai ventuno anni, ve lo lasciò come diacono. Egli progrediva nella pace interiore e nella conoscenza, istruendosi nella scienza ecclesiastica in lingua siriaca. Spesso soleva ripetere: “Se potessi andare a Roma!” Teodosio, vedendo l’ardore del figlio, pregò allora in lingua siriaca guardando a oriente, e disse: “Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe, nelle tue mani affido il tuo servo; tu che sei buono, abbi cura di lui”. Poi lo baciò e lo mandò via. Quando, dopo tre giorni, di domenica, raggiunse Roma, Filippo sbarcò con il monaco Eusebio, che lo accompagnava, e insieme andarono in chiesa. Mentre stavano dalla parte sinistra del tempio, davanti all’iconostasi, il Papa mandò a chiamare un diacono e gli disse: “Va’ al lato sinistro del tempio; vi troverai un diacono. Chiamalo e digli: Vieni con noi nel santuario a celebrare la Liturgia”. Quegli lo prese per mano e lo condusse dinanzi all’ambone, giacché Filippo non sapeva parlare in lingua latina; il monaco Eusebio traduceva. E così tradusse al Papa le parole di Filippo: “Perdona il tuo servo; non so dire nemmeno una parola in lingua latina”. Il Papa stese allora la mano e benedisse il giovane diacono sirto, dicendo: “Nel nome di Cristo nostro Dio, apri la bocca ed esprimiti con parole latine”. Egli allora aprì la bocca e subito si trovò a dire in lingua latina: Nella pace del Signore, preghiamo, e ciò che segue. Trascorsi là tre mesi e dodici giorni, Filippo era scoraggiato, perché in chiesa poteva esprimersi con parole latine, ma per ogni altro affare non poteva dir parola. Il Papa allora gli disse: “Diacono Filippo, parla anche tu come noi”. Subito usci un fuoco dalla lingua del Patriarca e toccò le sue labbra; e in modo manifesto a tutti egli leggeva usando parole latine. Lo prese allora e lo ordinò presbitero; e dandogli in mano un volume scritto disse: “Ricevi questo decreto apostolico. Quando nel tuo viaggio di ritorno passerai in Sicilia, troverai in quei luoghi un posto, di nome Arghirion [Agira, Enna], dove avvenne una migrazione di spiriti provenienti da Gerusalemme. Essi erano stati chiusi in vasi di bronzo da Salomone; ma quando Nabucodonosor entrò in città con i suoi soldati, essi, avendo sfondato le porte del tempio, aprirono i vasi di bronzo, pensando di trovarvi cose preziose. Subito gli spiriti fuggirono e andarono ad abitare in cavità della roccia, di fronte al monte chiamato Etna, che emette un fiume di fuoco. Di esso Satana deve diventare erede, assieme agli spiriti che vi abitano e con tutto il suo esercito e la sua potenza. Terrai dunque in mano il decreto, e non potrai tornare dai tuoi genitori finché tu non abbia distrutti tutti gli spiriti”. Filippo ricevette il decreto affidatogli e subito si imbarcò con il monaco Eusebio; raggiunse per mare Reggio Calabria, si recò poi a Messina e, proseguendo a piedi, giunse al luogo assegnatogli. Si sedette in una grotta ove c’erano tre colonne e tre gradini, tagliati da pietre perfette; là Filippo stava seduto e compì guarigioni per due giorni. Poi salì di fronte all’Etna: fece una benedizione con il volume che teneva in mano e apparve la turba dei demoni che, come pietre, rotolavano giù. Fuggendo, gridavano: “Guai a noi! Il presbitero Filippo ci caccia anche da qua!” Un giorno Filippo stava facendo una fervente preghiera per una fanciulla tormentata da uno spirito. Il beato Filippo le toccò la mano e disse: “Esci e vattene nel luogo che ti è stato preparato!” Lo spirito gridò: “Filippo, esco dalla fanciulla, ma non uscirò mai da questo luogo con i miei compagni, bensì vi abiterò con te, fino all’ultimo giorno!” Subito la fanciulla divenne sana. C’era molta folla di oppressi da spiriti immondi, in numero di circa quattrocento, i quali divennero sani. Come era costume fra quella gente prima dell’arrivo del santo, per timore degli spiriti gli uomini portavano loro doni; infatti i demoni, trasformatisi a somiglianza umana, come se un padre defunto chiedesse a un figlio di offrirgli delle sostanze di sua proprietà, dicevano: “Figlioli, date anche a noi dei beni a vostra disposizione!” Questo uomo ammirevole innalzava in diversi luoghi edifici sacri. Un giorno uscì per scendere dalle parti settentrionali di quel luogo a pregare, e gli venne incontro un uomo con sua moglie, i quali piangevano di un pianto violento, e dissero: “Pietà di noi! Nostro figlio ha bevuto alla fonte Mamoniea ed è morto all’istante”. Egli andò di corsa alla sorgente, fece sul morto il segno di croce con il volume apostolico e lo chiamò: “Giovanni, Giovanni, Giovanni, nel nome di Dio, sorgi!” E subito il giovane sorse come da un sonno; egli lo consegnò alla madre dicendo: “Da’ gloria al Signore Dio. E tu, spirito immondo, se vuoi rimaner qui, non recar più alcun danno; se invece persisti, ti incolga il castigo di venir legato con cinghie di ferro dallo Spirito Santo e da Gabriele, comandante in capo delle Potenze divine; e così starai legato sino alla fine del mondo”. Filippo se ne stava seduto tenendo in mano il vangelo, quand’ecco venne un certo Atanasio, morso da una vipera: il suo corpo era ormai tutto piagato. Il servo di Dio sputò a terra, mischiò la polvere con la saliva, gli spalmò la ferita e subito divenne sano. Una donna aveva in ventre un feto morto da quattro giorni e, non potendo partorire, era ormai vicina alla morte. Passò Filippo, prese dell’acqua con le due mani, la versò in una tazza e ordinò che la bevesse. E subito uscì fuori il feto imputridito. Un giorno, verso mezzodì venne un pecoraio; Filippo prese della polvere dalla terra, fece su di essa il segno della croce con il volume e gli disse: “Spargi questa sostanza nell’ovile e quando verranno le belve dici: Il presbitero Filippo, nel nome del Signore, vi comanda di stare lontane”. Il pastore fece come gli era stato comandato e le bestie pericolose furono scacciate piene di paura. Una donna che aveva un flusso ininterrotto di sangue, venne da lui che stava celebrando, e pregò il suddiacono perché le desse l’acqua in cui il santo aveva lavato le sue mani, e gli porse un asciugatoio di lino, perché egli asciugasse le sue mani. Il suddiacono prese l’acqua e la diede alla donna. Questa, dopo aver bevuto, fu sanata. Poi portò a casa sua l’asciugatoio e, trovando una tale gravemente malata, le mise addosso l’asciugatoio, dicendo: “Nel nome di Dio e del santo sacerdote Filippo, sorgi dal tuo letto e va’ al suo sacro tempio”. E quella fu subito sanata. Un uomo aveva una figlia oppressa da elefantiasi. Venne ai piedi di Filippo, piangendo: “Santo padre, sia guarita la tua serva!” Egli ordinò al diacono di portargli il velo che si pone sui Presantificati, e di avvolgervi completamente la fanciulla per circa un’ora. Pregò per lei e la fanciulla diventò rilucente di uno splendore più vivo dell’oro, e andò a casa sua glorificando Dio. Un giorno Filippo celebrava la festa dell’apostolo Pietro, quando venne un uomo di nome Leonzio, che aveva una ferita in putrefazione. Filippo si lavò le mani e disse al diacono: “Va’ alla porta centrale della chiesa, impasta con questa acqua la polvere che sta là, fa’ un unguento con tale fango e ponilo sulla ferita”. E quello guarì. Un tale portò un giumento che non poteva essere addomesticato. Il santo sorrise e fece un segno di croce sull’animale, dicendo: “Obbedisci al tuo padrone; non colpirlo più con morsi e calci”. E il giumento divenne più mansueto di una pecora. Vicino al tempio del santo c’era un’arca, e col permesso di Dio vi abitava uno spirito il quale, verso mezzogiorno, privava della vista gli uomini che vi passavano. Un tale, colpito da una grave malattia, venne a quest’arca per riposarsi e subito fu privato della vista. Lo portarono per mano alla porta del tempio, ed egli gridò: “Santo di Dio, ho fatto molti stadi per venire da te ed essere guarito, ma fui privato della vista nell’arca che sta vicino al tuo venerabile tempio, mentre vi stavo seduto verso mezzogiorno”. Il santo, pieno di sdegno, disse: “Dico a te, spirito immondo che privi della vista gli uomini: sarai cieco d’ora innanzi e sino alla fine del mondo, abiterai dentro all’arca ridotto in miopia e fuori di essa non potrai aggredire alcun uomo o bestia”. E quell’uomo fu liberato dalla cecità, ricevendo allo stesso tempo anche la guarigione dalla malattia. Un uomo fu morso da un cane arrabbiato. Il beato Filippo ordinò che portassero erba, la bruciassero e, disciolta in acqua, la introducessero nelle sue ferite. E quell’uomo guarì. L’arconte di Agrigento accusò dodici uomini di cospirazione. Essi però pagarono i soldati che li conducevano a Catania, perché li facessero passare dal sacerdote Filippo. Giunti al suo tempio, levarono lamenti: “Pietà! Ingiusta è l’accusa scritta contro di noi!” E gli mostrarono l’atto d’accusa, sigillato con il piombo. Il santo di Dio disse: “Per la potenza di Dio, questa pergamena sia scritta così nel suo interno: Questi uomini li si vuole condannare ingiustamente, perché il loro arconte è contro di loro”. Giunsero quegli uomini dal governatore e questi, letta la pergamena, disse: “Siano sciolti i prigionieri e tornino di corsa a casa loro”. I prigionieri se ne andarono dando gloria al Signore Dio che li aveva liberati. Colui che li aveva mandati ingiustamente, quando li vide tornare, fu preso dall’ira; e subito si impadronì di lui un demonio assai molesto. Gli dissero allora quegli uomini: “Va’ ai piedi del sacerdote Filippo, e anche tu sarai liberato dallo spirito”. Egli si recò di corsa al tempio gridando: “Pietà di me, servo di Dio Filippo!” Il santo disse allo spirito: “Esci e allontanati da costui, per la potenza di Cristo”. E quegli fu subito risanato, e ricevette dal santo il comando di non accusare più falsamente nessuno per motivi d’interesse. L’igumena del Monastero dei Santi Sergio e Bacco era oppressa da uno spirito. Andò dal santo e, mentre quegli stava pregando, diede un morso al lembo del suo mantello: in quel momento divenne sana. Tre uomini, provenienti dalla Lidia, vennero in Sicilia per comprare grano, ma Satana suggerì a uno di loro di rubare il denaro che avevano in comune. Sconcertati per aver perso il denaro e sentendo parlare di Filippo, si recarono in fretta da lui e gli dissero: “Avevamo in comune una somma di denaro per degli affari, ma ci fu rubato”. Il santo disse: “Prendete una manata di fango”. Essi presero una manciata di fango, ed egli disse di nuovo: “Aprite le mani”. Quando due di essi stesero le mani, apparvero come lavate con acqua limpida; a colui invece che aveva commesso il furto, il fango si era seccato e gli tratteneva le dita, sì da non lasciargliele stendere. Gridando disse: “Servo del Signore, sia sanata la mia mano!” E subito la mano fu sanata ed egli restituì il denaro. Un giorno Filippo andò a pregare con il monaco Eusebio nel tempio dell’apostolo Pietro. Verso mezzanotte si udì uno spirito che diceva: “Saltate giù! saltate giù! Scappate! il nostro persecutore è salito sul monte e un fuoco ci distrugge”. Allora Filippo disse: “Sono migrati qui spiriti immondi da una regione lontana. Stiamo immobili in preghiera, finché Dio li scacci di qua”. E mentre stavano pregando usci dal tempio un fuoco, come un fiume in piena, che li scacciò via. Quando infatti a Catopidunte, di notte o a mezzogiorno, si sentiva il grido per la caduta di un demonio, una pietra scendeva giù rotolando e uccideva o un uomo o un animale. Ma d’allora tutti poterono passare da lì restando illesi. Un uomo di Palermo era senza figli. Raggiunse Agira e si gettò ai piedi di Filippo dicendo: “Padre, tu sai perché sono venuto”. Il santo disse: “Certo, lo so; torna a casa tua”. Quell’uomo, tornato a casa, si uni alla moglie ed ella concepì, e generò un maschio che chiamò Filippo. Quando il bambino ebbe circa otto anni, lo condusse dal sacerdote Filippo; egli con gioia lo prese per mano e lo portò nel tempio, lo benedisse e gli disse: “Torna nella tua terra e costruisci un tempio del Signore”. Il bambino Filippo prese dal presbitero Filippo, come ricordo, una delle sue venerabili tuniche, un asciugatoio e la fascia con cui si cingeva i suoi santi fianchi; partito dunque di là, trovò per strada un uomo che era stato paralizzato dal veleno d’un serpente. Volendo il bambino completare i miracoli del santo, svolse la cintura che aveva preso dal santo, e ne cinse quell’uomo. E in quel momento quegli sorse sano come prima. I palermitani, come seppero che le tuniche del santo erano state portate nella città di Palermo e che si ottenevano guarigioni per mezzo di esse, furono pieni di gioia inesprimibile. Subito un monaco, oppresso da uno spirito, mentre Filippo giungeva per attraversare la prima porta della città, gridò: “Il presbitero Filippo tu porti con te, o diacono Filippo! Io mi affretto ad andare da lui per essere liberato da uno spirito che si è impadronito di me”. Ma quando quegli arrivò, Filippo era già morto. Dopo aver infatti compiuto i divini misteri, il santo si coricò nella sua arca e disse: “Questo è il mio riposo per i secoli dei secoli”. Visse 63 anni. Subito il monaco Eusebio fuggì per timore di Orbiano [?] toparca (signorotto del luogo), riparò ad Alessandria, e affidò al patriarca Apollinare una relazione sulla vita del beato Filippo. Perché il servo di Dio risplendesse anche dopo morte, venne alla veneranda arca il monaco Evlavio di Palermo, tormentato da uno spirito. Il santo stese la mano con il volume, e fece un segno di croce: e subito quello divenne sano. Al quattordicesimo giorno dalla morte venne un certo Eutropio, semiparalizzato. Si strofinò contro la bara e subito divenne sano: tutti quanti vengono alla sua santa bara sono liberati da tentazioni, pericoli, spiriti, calunnie, guerre intestine, malattie, sterilità dei campi, ira di Dio e del Governo. Quaranta giorni prima della sua dormizione, Filippo era apparso anche al nobile Belisario che venne ad Agira, per mostrargli la pianta a forma di croce di una costruzione ecclesiastica. Lo stesso Belisario  costruì due arche, una per il monaco Eusebio, e una per il beato Filippo; poi costruì anche il venerando tempio. Fin qui la Vita che, come si vede, è largamente influenzata dagli Apocrifi dell’apostolo Filippo, dalla 27a Sura del Corano, dal celebre storico Diodoro d’Agira, dai miti ellenici (Augia ed Eracle, Trittolemo, Sagari, Arge e Bronte…), ecc. Per qualche incomprensibile motivo, non pochi eruditi hanno in passato confuso san Filippo d’Agira con san Calogero del Monte Cronio; forse a causa di questa confusione, ai nostri giorni il beato Filippo è raffigurato – in statue e immagini popolari – come un negro, anche se (a onor del vero) tele del ‘6\’700 ancora non lo considerano… ‘africano’.

 


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