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22.05: Memoria dei Ss. Giulia di Corsica, l’Africana; Aureliano Venerato a Pavia; Romano monaco a Subiaco; e Giovanni pellegrino in Terrasanta e poi abate a Parma

 




 

Nell’isola di Corsica, commemorazione di santa Giulia, vergine e martire. 

 

Secondo un'antica tradizione corsa, Giulia nacque a Nonza, un piccolo paese sulla punta ovest di Capo Corso, nel III secolo. In quegli anni, particolarmente feroci erano state le persecuzioni contro i cristiani, e l'ormai decadente Impero Romano, nel tentativo di risollevare dalle ceneri le vecchie divinità pagane, nel 303 organizzò grandiose feste nelle quali fu invitata a partecipare tutta la popolazione. In particolare, molte donne furono inviate per onorare il Pantheon Latino, e fra esse vi era anche Giulia. Quando le venne ordinato d'inchinarsi di fronte alla statua di Giove, ella si rifiutò ed andò ad inginocchiarsi a pregare davanti alle porte chiuse di una chiesa. Questo fece infuriare i presenti, che le imposero di rinnegare la sua fede cristiana. Al suo netto rifiuto, la condannarono al supplizio della croce. Ma, vedendo la calma e la serenità della Santa, le strapparono i seni e li gettarono davanti ad un masso. Dopodiché la crocifissero. Ai piedi della pietra lo stesso giorno cominciò a sgorgare una sorgente calda, dove venne costruita una cappella che ancora oggi si può ammirare a Nonza, di cui Santa Giulia è patrona.

 

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Sant’Aureliano Venerato a Pavia

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/77150
È un martire romano, il cui corpo fu trasferito a Pavia e dove è venerato il 22 maggio. La sua ‘Passio’ compilata da scrittori di Pavia è leggendaria, ed i personaggi narrati sono mostrati in modo grottesco e deformato. 
Ma non avendo altre notizie, non resta altro che riportare queste, con la consapevolezza che Aureliano fu certamente uno delle migliaia di vittime martiri di quel triste, eppure glorioso periodo del primo cristianesimo. 
Era un cristiano vissuto e morto a Roma, nella prima metà del III secolo e al tempo dell’imperatore Decio (200-251) che nel 249 ordinò la settima persecuzione contro i cristiani; Aureliano si fece scoprire per le sue aspre critiche contro la religione pagana e la corruzione dei costumi. 
Condotto dal prefetto Hylas, subì le consuete torture e mentre soffriva per i supplizi, le statue degli dei, a cui si era rifiutato di sacrificare, furono rinvenute in altro posto con le teste fitte in terra, mentre lo stesso prefetto fu colpito dalla paralisi. 
Allora Hylas meravigliato dai prodigi, chiese ad Aureliano di risanarlo, ma una volta guarito prese a minacciarlo di pene orribili, se non avesse fatto ritornare gli idoli al loro posto nel tribunale. 
Aureliano si rifiutò e quindi venne condotto dall’imperatore Decio, al quale senza paura, lo rimproverò d’idolatria. L’imperatore colpito dall’audacia del cristiano e informato dei prodigi che gli davano una fama di mago, propose ad Aureliano di guarire la figlia, posseduta dal demonio, promettendogli la sua conversione e molte ricchezze. 
Guarita la figlia, anche Decio come Hylas, lo minacciò di morte; a questo punto Aureliano avvicinatosi agli idoli li infranse in polvere. Decio gli fece mozzare la lingua, ma il martire in qualche modo continuava a rimproverarlo, allora l’imperatore lo fece decapitare insieme al figlio Massimo; i loro corpi furono seppelliti nel cimitero di Callisto al terzo miglio della via Appia. 
Non si conosce il periodo in cui le reliquie furono trasportate a Pavia, forse in epoca Longobarda o Franca.


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San Romano monaco a Subiaco con San Benedetto e poi fondatore di monastero in Francia nel territorio della Borgogna (verso il 560)

Il Martirologio Romano del Baronio riportava l'elogio del beato Romano alla data del 22 maggio: 
« In pago Antisiodorensi beati Romani Abbatis, qui sancto Benedicto ministravit in specu; inde, in Gallias profectus, ibi, aedificato monasterio relictisque multis sanctitatis alumnis, quievit in Domino. » 
(In una villa d'Auxerre il beato Romano Abate, il quale servì a San Benedetto, quando stava nella spelonca: e di là andatosene in Francia e fondatovi un monastero, avendo lasciato molti allievi della sua santità, si riposò in pace.)


Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/92338: 
La spiritualità del grande San Benedetto, patrono d’Europa, ebbe origine con un ritiro di tre anni presso il cosiddetto Sacro Sepolcro di Subiaco. In questa profonda grotta quasi inaccessibile il giovane Benedetto si dedicò anima e corpo ad una durissima pratica ascetica. Non tutti però sanno che fu proprio San Romano, monaco nei pressi del paesino laziale di Subiaco, a vestire il celebre santo di Norcia con l’abito eremitico, ad aiutarlo a calarsi nel Sacro Speco ed a fornirgli per ben tre lunghi anni tutto il necessario per la sua sopravvivenza. Tutto ciò, però, con ogni minima attenzione, onde evitare che qualcuno potesse sospettare della presenza di Benedetto nella grotta e turbare eventualmente la sua ascesi. Quotidianamente San Romano forniva dunque al ragazzo penitente un po’ di pane recuperato dalla mensa del suo monastero: arrampicandosi sulla rupe sovrastante l’ingresso della cavità, avvertiva Benedetto del suo arrivo con una campanella e gli calava quanto necessario con una fune. La leggenda vuole che un giorno la campanella fu infranta dal diavolo, infuriato per le forti virtù ascetiche e caritatevoli che riscontrava rispettivamente in Benedetto e Romano.
Quest’ultimo, però, non si limitò esclusivamente a fornire al santo di Norcia aiuti materiali, ma grazie alla sua esperienza ed alla sua saggezza seppe rivelargli i segreti dell’ascesi monastica, che si rivelarono di fondamentale importanza nella stesura della Regola benedettina.
Non ci è purtroppo noto con certezza storica se i due santi siano rimasti in contatto anche al termine dei tre anni di collaborazione al Sacro Sepolcro di Subiaco, quando San Benedetto divenne finalmente celebre come abate di Montecassino.
La tradizione propende piuttosto per un trasferimento di San Romano in Francia, ove si prodigò nella fondazione di un nuovo monastero e nella formazione di molti giovani monaci. Qui, alla sua morte, fu venerato per i suoi immensi meriti spirituali, concretizzatisi principalmente nell’ispirazione di San Benedetto nella fondazione della nuova famiglia religiosa, che formo l’anima cristiana del vecchio continente.

Tratto da http://www.benedettini-subiaco.it/san-benedetto/
Quando San Benedetto giunse a Subiaco la popolazione era già cristiana: la chiesa parrocchiale era probabilmente dedicata a San Lorenzo e il parroco si chiamava Fiorenzo. La vita monastica era conosciuta.
San Gregorio Magno ricorda il monastero non lontano da Subiaco, i cui monaci invitarono San Benedetto come loro superiore, e quello vicinissimo allo Speco, governato da Adeodato. Forse il giovane ne aveva sentito parlare; comunque, salendo il Talèo, sulla riva destra dell’Aniene, s’imbatté nel monaco Romano, che gli indicò un’orrida grotta situata nella zona sottostante al suo monastero.

Tratto da https://tanogabo.com/san-romano/
Il celebre personaggio il cui nome è legato all’alta Valle dell’Aniene è l’imperatore Nerone, che si fece costruire una villa intorno ai tre laghi artificiali ottenuti sbarrando il corso del fiume Aniene. Il villaggio che si formò per ospitare gli schiavi al seguito dell’imperatore fu il primo nucleo di Sublaqueum, la futura Subiaco. 
La spiritualità del grande San Benedetto, patrono d’Europa, ebbe origine con un ritiro di tre anni presso il cosiddetto Sacro Sepolcro di Subiaco. In questa profonda grotta quasi inaccessibile il giovane Benedetto si dedicò anima e corpo ad una durissima pratica ascetica. Non tutti però sanno che fu proprio San Romano, monaco nei pressi del paesino laziale di Subiaco, a vestire il celebre santo di Norcia con l’abito monastico, la così detta melote, il mantelletto di pelle caprina in uso presso i monaci d’Oriente; fu sempre lui ad aiutarlo a calarsi nel Sacro Speco ed a fornirgli per ben tre lunghi anni tutto il necessario per la sua sopravvivenza. Romano è fedele alla consegna, e custodisce il segreto del rifugio nel quale Benedetto, per tre anni, conduce una vita aspra e solitaria. Quotidianamente San Romano forniva dunque al ragazzo penitente un po’ di pane recuperato dalla mensa del suo monastero: arrampicandosi sulla rupe sovrastante l’ingresso della cavità, avvertiva Benedetto del suo arrivo con una campanella e gli calava quanto necessario con una fune. La leggenda vuole che un giorno la campanella fu infranta dal diavolo, infuriato per le forti virtù ascetiche e caritatevoli che riscontrava rispettivamente in Benedetto e Romano.
Quest’ultimo, però, non si limitò esclusivamente a fornire al santo di Norcia aiuti materiali, ma grazie alla sua esperienza ed alla sua saggezza seppe rivelargli i segreti dell’ascesi monastica, che si rivelarono di fondamentale importanza nella stesura della Regola benedettina.
Non ci è, purtroppo, noto con certezza storica se i due santi siano rimasti in contatto anche al termine dei tre anni di collaborazione al Sacro Sepolcro di Subiaco, quando San Benedetto divenne finalmente celebre come abate di Montecassino.
La tradizione propende piuttosto per un trasferimento di San Romano in Francia, ove si prodigò nella fondazione di un nuovo monastero e nella formazione di molti giovani monaci. Qui, alla sua morte, fu venerato per i suoi immensi meriti spirituali, concretizzatisi principalmente nell’ispirazione di San Benedetto nella fondazione della nuova famiglia religiosa, che formo l’anima cristiana del vecchio continente.
Attorno alla grotta dove San Romano aveva fatto rifugiare San Benedetto sorse il monastero del Sacro Speco.
Più che un monastero vero e proprio è un complesso di due chiese sovrapposte e da varie cappelle scavate nella roccia; sembra abbarbicato alla parete della montagna, sorretto da un muraglione ad arcate. 
Varcato un arco gotico e un corridoio, sull’architrave della porta, che immette alla sala successiva, detta del Capitolo vecchio, leggiamo “Sit pax intranti sit gratia digna precanti. Laurentius cum Jacobo filio suo fecit hoc opus“

 


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San Giovanni pellegrino in Terrasanta e poi abate a Parma (verso anno 982)


Tratto dal quotidiano Avvenire
Il monastero di San Giovanni Evangelista a Parma è celebre oltre che per la chiesa e il convento, per l'antica "spezieria", cioè la farmacia. Il complesso risale alla fine del X secolo, precisamente al 983, quando fu fatto edificare dal vescovo Sigefrido, che a guidarlo chiamò il santo venerato oggi, di nome proprio Giovanni. Questi era monaco benedettino e aveva vestito l'abito a Gerusalemme, dopo essersi recato molte volte in Terra Santa da pellegrino. Nato da una nobile famiglia della città emiliana, prima di divenire religioso era stato canonico della cattedrale. Guidò per sette anni il monastero, il quale sin dalla nascita era stato influenzato dalla riforma cluniacense, che prevedeva l'elezione dell'abate e la lotta alla simonia. Si recò puntualmente ogni anno pellegrino a Roma, fino alla morte, avvenuta probabilmente proprio nel 990. Dal 1534 è patrono della diocesi di Parma
Martirologio Romano: A Parma, san Giovanni, abate, che, seguendo i consigli di san Maiólo di Cluny, fissò nel suo cenobio molti precetti per promuovere l’osservanza della disciplina monastica.

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/91381
Giovanni nacque a Parma in una nobile famiglia. Fu presbitero e canonico della Cattedrale. Più volte pellegrino in Terrasanta. Proprio a Gerusalemme vestì l'abito monastico. Il vescovo Sigefredo lo scelse come primo abate del Monastero di San Giovanni Evangelista da lui fondato (983). Alla fondazione partecipa l'abate Maiolo di Cluny, nelle cui consuetudini riformatorie si colloca all'inizio la nuova fondazione, stabilendo la libera elezione dell'abate da parte dei monaci e la lotta agli usi simoniaci. Da abate, ogni anno va pellegrino a Roma. Dopo sette anni di guida abbaziale, muore il 22 maggio, probabilmente nel 990. 
Eletto come patrono di Parma il 2 giugno 1534, la sua festa è già ricordata nel calendario parmense del sec. XIV. Fin dall'istituzione di un calendario diocesano, con la riforma tridentina, S. Giovanni abate è celebrato in tutta la diocesi.

Tratto (con annessa bibliografia) da http://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-da-parma-santo_(Dizionario-Biografico)/
GIOVANNI da Parma, santo. - Nulla di certo sappiamo sulle origini familiari e la data di nascita di questo personaggio, fiorito a Parma nella seconda metà del X secolo, di origine probabilmente parmense e di estrazione aristocratica.
Già l'Affò dimostrò l'infondatezza delle speculazioni genealogiche degli eruditi cinque-seicenteschi (Garofani, Pico, Sansovino, Ferrari), che lo volevano figlio del nobile Gerardo da Correggio e di tale Eufrosina Bravi (morta, secondo un corrente motivo agiografico accolto nella Vita Iohannis, poco prima del parto, avvenuto prodigiosamente grazie al taglio dell'utero durante la sepoltura). Tuttavia, dal contesto politico-sociale ed ecclesiastico degli anni in cui G. visse e operò non sembra affatto arbitrario accogliere il nocciolo di verità che anche in questo caso può celare il tópos della nascita nobiliare ("ex optimo genere originem duxisse": Vita, § 1). In particolare, a suffragio di questa ipotesi, oltre il suo legame con il parmense Sigifredo (II), vescovo dal 981 al 1015, membro della dinastia canossana, sembra deporre la dichiarata appartenenza al capitolo della cattedrale parmense, cui venne affidato dalla famiglia, forse ancor puer, dopo una prima fase di formazione letteraria in ambito domestico. Potrebbero riferirsi a G. due documenti conservati presso l'Archivio di Stato di Parma: rispettivamente, un placito tenutosi a Reggio Emilia nel maggio 944 e un contratto di livello concluso a Palasone, nei pressi di Parma, nel maggio 945, in cui si fa menzione di un Giovanni diacono e prevosto della cattedrale di Parma (cfr. G. Drei, Le carte degli archivi parmensi dei secoli X-XI, I, Parma 1924, pp. 155 s., 170 nn. LI, LII). Ciò indurrebbe a collocare la sua data di nascita intorno al secondo decennio del secolo X, per quanto l'anonimo autore della Vita affermi, molto genericamente, che G., appena "juvenis", quand'era già membro del capitolo cattedrale, avrebbe deciso di abbandonare il secolo e dedicarsi totalmente al servizio divino. 
L'esistenza di G. è infatti documentata in via pressoché esclusiva da una Vita (Bibliotheca hagiographica Latina, n. 4419), verosimilmente composta nel quinto decennio dell'XI secolo da un monaco anonimo del cenobio parmense di S. Giovanni Evangelista, che ascoltò, sia pure in tarda età, i racconti di molti confratelli che, dopo la fondazione del monastero (post 981 - ante 987), avevano professato nelle mani di G. ed erano stati testimoni di alcuni miracoli da lui compiuti in vita e in morte. Si tratta di una tipica agiografia di santo abate, infarcita di tópoi, citazioni bibliche, calchi cristomimetici e altri motivi correnti del genere (elenchi di virtù e benemerenze, tentazioni diaboliche), e consacrata in larga parte alla narrazione dei prodigi taumaturgici (guarigioni, preveggenze, dominio degli elementi, ecc.) compiuti da G. durante gli anni del suo abbaziato e in quelli successivi alla morte.
G. avrebbe rivestito l'abito monastico (priva di basi documentarie ma forse non del tutto inverosimile è l'ipotesi del Pico secondo cui si sarebbe trattato dell'abito dei monaci basiliani) in Terrasanta: qui, infatti, e specialmente a Gerusalemme, dopo aver preso la decisione di abbandonare casa e parenti, si sarebbe recato almeno sei volte "orationis causa" ma pure in conformità a una prassi ascetico-devozionale che andava affermandosi in tutta la spiritualità europea di età ottoniana anche in relazione al rifiorire di un severo eremitismo itinerante nonché sulla spinta di rinnovate tensioni millenaristiche. Intanto, a Parma, il vescovo Sigifredo (II), secondo le direttive di una politica ecclesiastica che vedeva allora i presuli di molte città padane impegnati in prima linea nella fondazione e dotazione di monasteri ubicati nelle immediate fasce suburbane e aventi funzione di riequilibrio e di raccordo materiale e spirituale rispetto alle potenti canoniche cittadine e ai cenobi aristocratici del contado, aveva stabilito di istituire, presso la chiesa di S. Giovanni Evangelista, dove sorgeva l'antico oratorio di S. Colombano, una comunità di monaci astretti ai rinnovati dettami ascetici della vita cenobitica: tale comunità nel volgere di pochi anni avrebbe subito il decisivo influsso della spiritualità e fors'anche della normativa cluniacense, diffusasi a partire dalla fine degli anni Sessanta del X secolo, presso molti cenobi dell'Italia centrosettentrionale, grazie all'attiva opera dell'abate Maiolo di Cluny (954-994). Sigifredo, "cum consilio Clericorum et populi" (Vita, § 2), scelse e consacrò come abate il canonico G., già noto in città per le virtù acquisite nel corso del suo lungo tirocinio ascetico-penitenziale, nonché, verosimilmente, per la solidità dei suoi legami dinastici e familiari. Tale elezione è da collocarsi in un anno verosimilmente compreso fra il 981 (primo anno di attestazione di Sigifredo vescovo) e il 987 (ultimo viaggio di Maiolo in Italia), e non, come spesso si è scritto, nel 975 o nel 983. 
Gli anni dell'abbaziato di G. si distinsero, fra l'altro, per un coerente impegno antisimoniaco, come sembra confermare la notizia, tramandataci però dalla sola Vita, di un incontro avvenuto a Ravenna, in occasione di un concilio provinciale, con Maiolo di Cluny, che in quell'occasione avrebbe confermato un "decretum" sottopostogli da G., un testo-programma ispirato forse alle consuetudini cluniacensi, nel quale non va ravvisata una vera e propria carta volta a sancire l'affiliazione formale di S. Giovanni Evangelista alla congregazione monastica facente capo a Cluny.
Sempre dal testo della Vita si possono ricavare informazioni di un certo interesse, quale l'esistenza presso il cenobio parmense di un attivo scriptorium, come attesta il racconto della guarigione miracolosa ottenuta da G. con l'applicazione della propria saliva alla parte lesa di un amanuense che, impegnato nella confezione di un codice commissionatogli dall'abate, si era tagliato in profondità un dito mentre incideva la pergamena. O, ancora, i nomi di monaci, molti dei quali rampolli della nobiltà cittadina e talvolta già membri del clero, che lo stesso G. si impegnò a convertire alla scelta monastica, facendo, con l'appoggio del vescovo Sigifredo, della sua abbazia un autentico vivaio per il tirocinio spirituale del futuro ceto dirigente. È il caso, per esempio, di un certo diacono Giovanni, che poi, divenuto vescovo di Modena (994-998), si fece a sua volta promotore e beneficiario, nel 996, del nuovo monastero modenese di S. Pietro; e ancora, di un monaco Restaldo, testimone diretto all'agiografo di alcuni episodi della vita di G. e presente al capezzale dell'abate morente, che poi sarebbe diventato vescovo di Pistoia, città nella quale, per gli anni seguenti, è documentata l'esistenza di possessi e dipendenze della fondazione parmense (priorato di S. Bartolomeo).
La morte di G., tra il compianto dei monaci e le topiche visioni e premonizioni, avvenne alla presenza del vescovo Sigifredo e di una nutrita rappresentanza del clero cittadino il 22 maggio di un anno non precisato tra il 988 e il 994, a seconda che si privilegi il termine alto o quello basso come data d'inizio del suo abbaziato, che durò sette anni, tre mesi e otto giorni. Fu sepolto dal vescovo e dai monaci nel chiostro dell'abbazia, "iuxta maiorem ecclesiam, in locello marmoreo" (Vita, § 14), luogo in cui poi si sarebbero verificati molti miracoli.

 

 


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i santi di domani 12-08-2020

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