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ORAZIONE SETTIMA "Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio"

 

di san Gregorio di Nissa




 


ORAZIONE SETTIMA
"Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio"
La promessa di divenire "figli" supera ogni aspettativa di felicità; l'assoluta proporzione tra natura divina ed umana.
Tutte le cose che appartenevano al sacro tabernacolo della testimonianza, che il legislatore preparò per gli Israeliti secondo le indicazioni che Dio aveva dato sul monte, erano considerate, una per una, sante e sacre, tutte quelle che fossero incluse all'interno del recinto. La parte più interna, poi, chiamata "Santo dei Santi", era inaccessibile ed impenetrabile. Io credo che questa enfatica creazione linguistica indicasse che questa parte non partecipava della santità nello stesso grado delle altre, ma che quella parte inaccessibile fosse tanto più sacra e più pura delle parti sante intorno ad essa, quanto il consacrato ed il santo differiscono dal comune e dal profano. Allo stesso modo io credo che tutte le beatitudini che ci sono state mostrate su questo monte sono sacre e sante, tutte quante, una per una il discorso divino ci ha proposto e stabilito. Io credo, poi, che ciò che è proposto ora alla nostra contemplazione sia veramente inaccessibile e "Santo dei Santi". Se infatti il vedere Dio non ha nulla che lo superi nel bene, il diventare figli di Dio è superiore ad ogni felicità. Che ingegnosa trovata linguistica è mai? Quale significazione di nomi potrebbe contenere il dono di una così grande promessa? Qualsiasi cosa si possa concepire con la mente, ciò che viene presentato è del tutto superiore ad essa. Qualora tu chiami ciò che è proposto dalla promessa della beatitudine bene o valore sublime, ciò che si mostra è di più di quanto spiegato dalle parole. L'esito felice supera le preghiere, il dono supera la speranza, la grazia supera la natura. Che cos'è l'uomo se valutato in confronto alla natura divina? Quale voce di profeta io citerò, dalla cui testimonianza l'uomo risulti una cosa di poco conto? Secondo Abramo è terra e cenere [Gen 18,27], secondo Isaia è erba [Is 11,6], secondo Davide non è neppure erba, ma simile all'erba [Sal 35,2]. Isaia dice infatti: "Tutta la carne è erba"; Davide invece: "L'uomo è come erba". Secondo l'Ecclesiaste l'uomo è vanità [Qo 1,2]; secondo Paolo è miseria [1Cor 15,19]. Con le stesse parole con cui definì se stesso, l'apostolo commisera tutto il genere umano. Tutto ciò è l'uomo. Dio, invece, cos'è? Come potrò dire che cos'è ciò che non è possibile né vedere né ascoltare né comprendere con il cuore? Con quali parole ne annunzierò la natura? Che esempio troverò, tra le cose conosciute, di questo bene? Quali parole nuove conierò per significare ciò che è indicibile e inesprimibile? Ho ascoltato la Scrittura, ispirata da Dio, esporre grandi meraviglie intorno alla natura superiore, ma che cosa sono esse in confronto a quella stessa natura? La parola della Scrittura ha detto infatti quanto io potevo accogliere, non quanto ciò che si manifesta è in se stesso. Come tra coloro che respirano l'aria, ciascuno secondo la sua costituzione, c'è chi prende di più e chi meno d'aria, tuttavia colui che ne ha trattenuta di più in se stesso non tiene dentro di sé tutto l'elemento, ma ha preso dall'intero quanto poteva e l'intero rimane tale, così anche i discorsi su Dio contenuti nella Sacra Scrittura, che ci sono stati esposti dai profeti ispirati dallo Spirito Santo, sono sublimi e grandi in confronto alla nostra mente, superiori ad ogni grandezza, eppure non toccano la vera grandezza. "Chi misurerà il cielo con un palmo -dice la Scrittura- l'acqua con la mano e tutta la terra con un pugno?" [Is 40,12s]. Hai ammirato la magnificenza delle parole di chi descrive la potenza indicibile? Ma che cosa sono queste parole in confronto a ciò che veramente è? Il discorso profetico indicò senza dubbio, in tali magnifiche espressioni, una parte dell'energia divina, ma la potenza da cui l'energia deriva (per non dire la natura da cui proviene la potenza) non la nominò né avrebbe potuto nominarla. Il discorso profetico, anzi, riprende anche coloro che si rappresentano il divino con delle congetture, quando proferisce tali parole (come parlasse per bocca del Signore): "A chi mi potreste paragonare dice il Signore?" [Is 40,25]. Lo stesso consiglio offre anche l'Ecclesiaste nei propri discorsi: "Non ti affrettare a proferir parola di fronte alla persona di Dio, perché Dio è in alto, in cielo, e tu sei in basso, sulla terra" [Qo 5,1]; io credo che intendesse mostrare, attraverso la distanza che tali elementi hanno uno rispetto all'altro, in che larga misura la natura divina sorpassa i ragionamenti terreni.
La parentela con il divino è per l'uomo dono e non diritto di natura.
A questa realtà, di tal genere e di tale grandezza, che non si può vedere né ascoltare e di cui non si può ragionare, l'uomo, che è valutato un nulla tra gli esseri, che è cenere, erba, vanità, è tuttavia reso familiare, poiché è assunto a dignità di figlio di Dio dell'universo. Quale ringraziamento l'uomo può trovar degno di questa grazia? Con quale voce, con quale pensiero, con quale movimento interiore proclamerà la sovrabbondanza della grazia? L'uomo eccede la sua natura divenendo da mortale immortale, da caduco incorruttibile, da effimero eterno, in una parola da uomo dio. Colui che è stato fatto degno di divenir figlio di Dio avrà in sé la dignità del Padre ed è erede di tutti i beni paterni. Oh, come è grande l'elargizione del ricco Signore, come è larga la sua palma, magnifica la sua mano nel donare! Quanto grandi sono i doni degli ineffabili tesori! Per amore dell'umanità egli ha condotto la natura disonorata dal peccato quasi al suo stesso livello di onore. Se infatti Egli dona agli uomini la somiglianza con ciò che Egli stesso è per natura, che cos'altro promette se non una certa uguaglianza di onore tramite la parentela? Questo dunque è il premio della gara, ma la gara qual è? "Se sarai operatore di pace -dice il Signore- sarai coronato con il dono dell'adozione".
Anche la condizione dell'adozione a figli - essere operatori di pace- è dono.
A me pare che l'opera per cui è promessa una mercede tanto grande, sia un altro dono. Che cos'è più dolce per l'uomo, tra le cose che egli ricerca per trarne vantaggio, di una vita pacifica? Qualsiasi cosa tu nomini tra le cose dolci di questa vita, essa ha bisogno di pace per essere dolce. Se infatti ci fossero tutti i beni apprezzati nella vita: ricchezza, buona salute, moglie, figli, casa, parenti, servitori, amici, terra e mare che arricchiscono entrambi la proprietà, giardini, caccie, bagni, palestre, ginnasii, luoghi destinati al divertimento giovanile e tutto ciò che è stato inventato per il piacere; aggiungi a questi beni anche i dolci spettacoli e i piacevoli canti e qualsiasi altra cosa renda dolce la vita di coloro che vivono nella mollezza; se tutto ciò fosse presente, ma fosse assente il bene della pace, che guadagno si trarrebbe da quei beni, se la guerra recide la possibilità di godere di essi? Perciò la pace stessa è dolce per coloro che vi partecipano e addolcisce tutto ciò che è apprezzato nella vita. Anche se subissimo qualche sventura, secondo la condizione umana, in tempo di pace, il male contemperato al bene sarebbe più facile da sopportare. Quando invece la guerra opprime la vita, siamo insensibili, in un certo qual modo, a simili motivi di afflizione. Infatti la sventura comune sorpassa i singoli motivi di dolore. E come dicono i medici per le afflizioni del corpo, che, se due pene coincidono in un unico corpo, viene avvertita solo quella più forte, mentre rimane latente, in un certo qual modo, il dolore del male minore, dal momento che è stato occultato dal sovrapporsi di quello più violento, così i mali della guerra, che superano tutti gli altri per i dolori che arrecano, fanno sì che i singoli siano insensibili alle proprie sventure. Se poi l'anima è come intorpidita dall'avvertire le proprie disgrazie, abbattuta dai comuni mali della guerra, come potrà avere sensibilità per i piaceri? Come potrebbe dove ci sono armi e cavalli, spade acuminate e trombe squillanti? Dove ci sono falangi irte di lance, scudi che si premono, elmi con i pennacchi che si muovono paurosamente, dove ci sono conflitti, scontri, lotte, battaglie, stragi, fughe, persecuzioni, gemiti, ululati, terra impregnata di sangue, morti calpestati, ferite tralasciate ed ogni altra cosa che è solita accadere nell'amara sventura della guerra? Potrà forse, colui che è immerso in queste afflizioni rivolgere il pensiero al ricordo di ciò che rende allegri? Se poi, in qualche modo, il ricordo delle cose più piacevoli afferrasse l'anima, non sarebbe forse una sventura in più il ricordo delle cose più amate che si insinua nel pensiero al momento della disgrazia? Dunque, Colui che ti paga la mercede se ti asterrai dai mali della guerra, ti ha fatto due doni. Uno è costituito dal premio della gara, l'altro consiste nella gara stessa. Così, anche se non fosse proposta nessun'altra speranza oltre tale gara, la pace in se stessa sarebbe più preziosa di ogni altra cura per gli uomini saggi. In questo è dunque possibile riconoscere la sovrabbondanza dell'amore per l'uomo: Egli ha ricompensato con dei beni non le fatiche e i sudori, ma, per così dire, i godimenti e i diletti. Se dunque la pace è la principale tra le cose che rendono lieti, Egli volle che fosse presente in ciascuno di noi in tale misura che non solo ognuno ne avesse per sé, ma, dalla grande sovrabbondanza, ne distribuisse anche a chi ne è privo. Dice infatti il Signore: "Beati gli operatori di pace". Operatore di pace è colui che dà pace ad un altro; nessuno potrebbe offrire ad un altro ciò che non ha egli stesso. Egli vuole dunque che tu, prima di tutto, sia pieno di beni della pace e così, in seguito, tu possa offrirli a coloro che sono privi di tale possesso. E non è necessario che il discorso penetri in una speculazione troppo profonda; ci è sufficiente, per il possesso del bene, il pensiero a portata di mano.
Determinazione del concetto di pace.
"Beati gli operatori di pace". Il discorso ci dona, in breve, una cura per molti mali, includendoli uno per uno in questa parola comprensiva e più generale. Pensiamo, prima di tutto a che cos'è la pace. Che cos'altro è se non una disposizione amorosa verso il simile? Qual è dunque il pensiero contrario all'amore? è l'odio, l'ira, l'irascibilità, l'invidia, una persistente memoria delle offese ricevute, l'ipocrisia, la calamità della guerra. Vedi di quanti e quali mali è rimedio una sola parola? La pace, infatti, in eguale misura si contrappone ai mali di cui si è parlato e provoca con la sua presenza l'estinzione del male. Infatti, come la malattia scompare con il sopraggiungere della salute e le tenebre non rimangono quando appare la luce, così quando appare la pace si sciolgono tutte le passioni che sono connesse con lo stato contrario. Io credo che non ci sia per nulla bisogno di procedere a discorrere su quanto ciò sia bene. Tu stesso valuta quale sia la vita di coloro che intrattengono rapporti di reciproco odio e sospetto, il cui incontrarsi è spiacevole e le cui relazioni, tutte quelle che essi intrattengono tra loro, sono nauseanti. Le bocche sono mute, gli occhi sprezzanti e le orecchie sorde alla voce di colui che odia e di colui che è odiato. A ciascuno di essi è caro ciò che non è caro all'altro. Al contrario a ciascuno è straniera e nemica ogni cosa che all'avversario è gradita. Come i soavi profumi rendono colma l'aria circostante della loro fragranza, così il Signore vuole riempirti con sovrabbondanza del dono della pace, così che la tua vita sia una cura per la malattia altrui. Quanto sia grande tale bene lo riconoscerai più esattamente valutando le sventure provocate da ciascuna delle affezioni che esistono nell'anima per la volontà ostile.
Fenomenologia delle passioni contrarie alla pace.
Chi potrebbe esporre adeguatamente le passioni che nascono dalla collera? Quale discorso potrà descrivere l'indecente scompostezza a cui dà origine simile malattia? Tu vedi comparire in coloro che sono dominati dall'ira le passioni degli invasati. Considera, parallelamente, i sintomi del demone e quelli dell'ira e quale sia la differenza tra di essi. L'occhio di chi è posseduto da un demone è iniettato di sangue e stravolto, la bocca malferma, aspri sono i suoni, acuta la voce e simile ad un latrato. Questi sono i sintomi comuni dell'ira e del demone. Inoltre il capo viene agitato con veemenza, le mani si muovono senza senso, vi è una convulsione di tutto il corpo, i piedi sono instabili; per entrambe le malattie, dunque, è unica la descrizione dei sintomi. I due mali differiscono solo in quanto uno è volontario, l'altro capita indipendentemente dalla volontà di coloro in cui si è insediato. Ma quanto è più miserevole essere nella disgrazia seguendo la propria passione, piuttosto che subirla contro la propria volontà? Inoltre chi vide il male provocato da un demone certamente provò pietà; se invece lo sconvolgimento era provocato dall'ira, chi lo vide contemporaneamente lo imitò, giudicando che fosse una perdita non superare con la propria passione colui che era caduto prima di lui in quella malattia. Inoltre, il demone contorcendo il corpo dell'uomo affetto, limita a quello il male, agitando a caso nell'aria le mani dell'invasato. Il demone dell'ira, invece, non rende vani i movimenti del corpo. Infatti, dopo che la passione ha preso pieno possesso dell'uomo ed il cuore ribolle nel sangue poiché la nera bile, come dicono, si è diffusa dappertutto nel corpo per l'affezione dell'ira, allora tutti gli organi di senso del capo vengono costipati dai vapori compressi dentro. Gli occhi sporgono da sotto i limiti delle palpebre fissando con uno sguardo iniettato di sangue, come un drago, l'oggetto che provoca l'offesa: le viscere trattenute provocano l'affanno; si gonfiano le vene del collo; la lingua si ingrossa; la voce, essendosi stretta l'arteria, spontaneamente si fa acuta; le labbra, per la diffusione di quella fredda bile, si irrigidiscono, diventano nere ed hanno difficoltà al naturale aprirsi e chiudersi, così che non possono contenere la saliva che riempie la bocca, ma anzi la espellono insieme alle parole, poiché il suono espresso sputa la spuma. Allora è possibile vedere muoversi le mani e i piedi per effetto della malattia. Queste parti, però, non si muovono più a caso, come succedeva per gli indemoniati, ma per danneggiare gli uomini che vengono a conflitto tra loro a causa della malattia. Subito, infatti, l'impeto di coloro che si percuotono vicendevolmente si dirige verso le parti sensibili più vitali. Se per caso nel corso della lotta la bocca si avvicina al corpo, i denti non rimangono inermi, ma penetrano, come quelli di una fiera, nella carne di coloro che hanno accostato. E chi potrebbe dire, uno per uno, tutti i mali che sono stati generati dall'ira? Chi dunque impedisce simile indecenza dovrebbe essere chiamato beato e degno di stima per il suo grandissimo beneficio. Se infatti chi libera l'uomo da un fastidio relativo al corpo è da ritenersi degno di stima per la sua opera buona, quanto più colui che ha liberato l'anima da simile malattia dovrebbe essere ritenuto come il benefattore della vita da coloro che hanno senno? Quanto l'anima vale più del corpo, tanto chi medica l'anima è più onorevole di quelli che curano i corpi. E nessuno creda che io ritenga il fastidio provocato dall'ira il più grave tra i mali provocati dall'odio. A me pare che la passione dell'invidia e dell'ipocrisia siano tanto più gravi di quella appena ricordata, quanto è più terribile il male nascosto rispetto a quello scoperto. Noi, infatti, temiamo più dei cani coloro in cui non vi è neppure un latrato, che sia preavviso dell'ira, e il cui assalto non è sospettabile dall'aspetto; al contrario essi sorvegliano la nostra imprevidenza e la nostra sconsideratezza assumendo un atteggiamento mite e mansueto. La passione dell'invidia e dell'ipocrisia è di tale natura in coloro in cui si è insediata che, nel profondo del cuore l'odio, come un fuoco, si alimenta nascostamente, mentre l'aspetto esteriore si atteggia, per dissimulazione, ad amicizia. è come quando si nasconde un fuoco sotto la paglia; finché esso corrode internamente, bruciando, ciò che gli si offre, non produce della fiamma manifestamente, ma si sviluppa un fumo dall'acre odore che è compromesso violentemente all'interno; se però il fuoco incontra un alito di vento, si rinfocola in una fiamma luminosa e manifesta. Così accade anche per l'invidia; essa divora internamente il cuore, quasi fosse un fuoco che divora un cumulo di paglia compressa, e nasconde per vergogna la malattia, tuttavia non è possibile che resti nascosta perfettamente. L'amarezza che proviene dall'invidia, con i sintomi relativi a quell'atteggiamento, traspare come fumo dall'odore acre. Se capitasse una disgrazia all'individuo che è oggetto di invidia, allora l'invidioso manifesterebbe la malattia, tramutando in gioia e piacere il dolore dell'altro. I segreti della passione, poi, finché sembrano rimanere nascosti, sono denunziati dalle prove evidenti che risultano dall'aspetto. Compaiono spesso, infatti, sul volto di chi è consumato dall'invidia, i segni mortali propri dei disperati: occhi aridi rientranti nelle palpebre disseccate, sopracciglia contratte, ossa che traspaiono dalle carni. Ma qual è la causa della malattia? è il vivere lieto del fratello, del familiare, del vicino. Che nuova ingiustizia! Reclamare che non è afflitto dal dolore colui il cui benessere ci provoca dolore! Perché l'invidioso non giudica l'ingiustizia dal fatto di aver subito qualche offesa da quell'uomo, ma dal fatto che questo, non essendo per nulla ingiusto, vive secondo i suoi desideri. "Che cosa hai sofferto -gli direi- per che cosa ti sei consumato, guardando con occhio aspro la prosperità del tuo vicino? Che cos'hai da rimproverargli, forse che è bello fisicamente? Che ha il dono dell'eloquenza? Che è più nobile di te? Che appare splendido per dignità perché ha assunto una qualche carica? Che gli è sopraggiunta un'abbondanza di beni? Che è autorevole per la prudenza delle sue parole? Che è rispettato dai più per i suoi benefici? Che è reso famoso dai suoi figli? Che è aiutato dai fratelli e allietato dalla moglie? Che è magnifico per le rendite della casa? Perché queste cose ti feriscono il cuore come punte di frecce? Batti le palme, intrecci le dita, ti angusti con i ragionamenti, emetti gemiti profondi e dolorosi. Non trai piacere dalla soddisfazione che ti offre il presente; amara è la tua mensa, triste il focolare, pronto l'orecchio ad ascoltare la calunnia sull'uomo fortunato. Se si dicesse qualche cosa di favorevole sulle sue fortune, l'orecchio sarebbe chiuso all'ascolto del discorso. Se sei in questo stato d'animo, perché rivesti la malattia con l'ipocrisia? In che modo simuli la maschera dell'amicizia con una fittizia benevolenza? Perché accogli con parole benevole l'altro, incoraggiandolo a stare bene e in buona salute, imprecando in modo inesprimibile in te stesso il contrario? Così era Caino che si infuriava per l'apprezzamento di cui godeva Abele: interiormente l'invidia ordinava l'uccisione; la finzione, poi, divenne il carnefice. Simulando un aspetto benevolo ed amichevole, Caino condusse il fratello nel campo, lontano dall'aiuto dei genitori. Così, in seguito, rivelò l'invidia con l'uccisione.
L'operatore di pace è imitatore di Cristo.
Colui, dunque, che rigetta dalla vita umana simile malattia e, ricongiungendo ciò che è della stessa specie, conduce gli uomini, con benevolenza e pace, ad un'amorevole concordia, non compie forse un'opera veramente degna di potenza divina, poiché bandisce i mali della natura umana e vi introduce invece la comunione dei beni? Per questo il Signore chiama l'operatore di pace "figlio di Dio", perché diviene imitatore del vero Dio, che dona questi beni alla vita degli uomini. "Beati -dunque- gli operatori di pace perché essi saranno chiamati figli di Dio". Chi sono questi? Sono gli imitatori dell'amore divino per l'uomo, sono coloro che mostrano nella propria vita ciò che è proprio dell'energia divina. Il Signore e datore di tutti i beni annienta completamente tutto quanto non ha affinità con la natura del bene ed è al bene estraneo. Il Signore decreta che anche per te questo sia il compito: rigettare l'odio, abolire la guerra, distruggere l'invidia, bandire la battaglia, eliminare l'ipocrisia, estinguere il rancore che si consuma lentamente nel profondo del cuore. Egli introduce, al posto di questi mali, quanto rimane dopo l'abolizione del contrario. Infatti come al recedere delle tenebre succede la luce, così al posto di ciascuno di questi mali, subentra il frutto dello Spirito, l'amore, la gioia, la pace, la benevolenza, e tutto ciò che è annoverato dall'Apostolo nel numero dei beni. Come potrebbe non esser ritenuto beato il dispensatore e l'imitatore dei doni di Dio, colui che conforma le sue buone azioni alla munificenza divina?
La principale opera di pace è riportare la concordia nell'uomo tra corpo e spirito.
Forse, però, la beatitudine non riguarda solo il bene altrui. Io credo che sia chiamato operatore di pace per eccellenza, colui che riconduce ad un pacifico accordo l'opposizione che egli vive in sé tra corpo e spirito e la guerra interna alla sua natura; quando la legge del corpo, che combatte la legge dello spirito, non sarà più operante, ma sarà sottomessa ad un regno superiore, servirà i precetti divini. Tuttavia non crediamo che il discorso ci suggerisca di ritener divisa in due la vita degli uomini virtuosi; dopo che è stato rimosso il muro di separazione della malvagità che era in noi, le due parti sono una, unite dal giudizio comune per il meglio. Poiché dunque si crede che la natura divina sia semplice, priva di composizione e sfuggente ad ogni raffigurazione, qualora la natura umana, grazie all'opera di pace di cui si è detto, sia al di là della duplice composizione e raggiunga pienamente il bene, semplice e sfuggente ad ogni raffigurazione, divenendo veramente una sola cosa, cosicché sia il medesimo soggetto ciò che appare e ciò che è nascosto, allora veramente viene confermata la beatitudine e tali uomini sono detti propriamente figli di Dio, essendo stimati secondo la promessa del nostro Signore Gesù Cristo, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 


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