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ORAZIONE QUARTA "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati"

 

di san Gregorio di Nissa




 


ORAZIONE QUARTA
"Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati"
La sazietà come malattia dell'anima
I conoscitori dell'arte medica dicono che chi soffre di stomaco e non ha appetito, poiché dei succhi e delle secrezioni cattive scorrono nella parte superiore del ventre, sembra essere sempre pieno e sazio e, per questa ragione, maldisposto verso il cibo giovevole, perché il suo appetito naturale è stato rovinato da una sazietà malata. Se gli viene somministrata una cura medica, di modo che i succhi rinchiusi nella cavità dello stomaco, con una porzione lassativa siano portati via, accade che gli ritorni l'appetito per un pasto giovevole e nutriente, perché il cibo esterno non disturba più la sua natura; segno della salute ritrovata è questo prendere cibo non per necessità ma con desiderio e appetito. Che scopo ha per me questo preludio? Proseguendo in modo conseguente il Logos, che ci conduce per mano ai gradini più alti delle beatitudini, e che, secondo le parole del profeta, ha disposto i bei sentieri dell'ascesa nel nostro cuore [Sal 83,6], ci mostra, dopo le vie di cui si è parlato, anche quest'altra quarta via ascensiva: "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati". Per questo credo che sia bello, dopo aver purificato la sazietà e la pienezza dell'anima, resuscitare in noi, per quanto è possibile, l'appetito beato di tale cibo e di tale bevanda. Non è possibile, infatti, che un uomo sia forte, senza che un cibo sufficiente sostenga la sua forza, né è possibile che si riempia senza mangiare, o che si nutra senza appetito. Poiché dunque la forza è un bene e la forza si mantiene con una sufficiente sazietà, questa poi è prodotta dal cibo e il cibarsi viene dall'appetito, quest'ultimo, che è principio e causa della nostra forza, dovrebbe esser ritenuto cosa beata per gli esseri viventi. Consideriamo il cibo sensibile: non tutti desiderano le stesse cose, ma spesso l'appetito dei commensali si distingue secondo i generi dei cibi. C'è quello a cui piacciono i cibi dolci ed un altro che ha la passione per quelli bollenti e dal sapore piccante; c'è chi prova piacere nei sapori salati e chi preferisce quelli aspri. Spesso, poi, accade che non tutti abbiano l'inclinazione al cibo che è loro giovevole; infatti, se uno è predisposto, per alcuni fattori propri della sua costituzione, ad una malattia, accresce il male con il genere di cibo sbagliato; se invece propende per i cibi che gli giovano, senza dubbio vivrà in salute grazie al cibo che gli conserva il suo buon stato. Lo stesso si dica anche del cibo dell'anima: i desideri di ciascuno non tendono alla stessa cosa. Alcuni tendono alla gloria o alla ricchezza o allo splendore mondano; il desiderio di altri è impegnato con i piaceri della tavola, altri prendono, come cibo velenoso, l'invidia. Vi sono di quelli, poi, il cui desiderio è il bello secondo natura e questo è, sempre e per tutti, ciò che non è preferibile in grazia di altro, ma è desiderabile in se stesso, rimanendo sempre uguale e non essendo mai offuscato da sazietà. Per questo il Logos non chiama beati semplicemente coloro che hanno fame, ma coloro il cui desiderio tende alla vera giustizia.
La giustizia secondo i "filosofi"
Cos'è dunque la giustizia? Io credo, infatti, che sia necessario, innanzi tutto, rivelare con un discorso che cosa essa sia, cosicché, manifestatosi il bello secondo giustizia, si metta in moto in noi il desiderio della bellezza di ciò che si è manifestato. Non è infatti possibile essere desiderosi di ciò che non appare e la nostra natura è come pigra e priva di slanci per ciò che non conosce, se non si fa un'idea della cosa desiderabile grazie all'udito o alla vista. Dicono, dunque, coloro che hanno investigato su questo problema, che la giustizia è un habitus che distribuisce ugualmente a ciascuno secondo il merito. Viene chiamato giusto uno che, assunta l'autorità di distribuire delle sostanze, mira all'uguaglianza e misura la largizione in base alla necessità dei partecipanti. Se uno, investito del potere di giudicare emette una sentenza non secondo simpatia o odio, ma, seguendo la natura dei fatti, punisce i colpevoli, emette una sentenza di grazia per gli innocenti e formula un giudizio secondo verità per le rimanenti controversie, anche quest'uomo è chiamato giusto. Così è anche per colui che fissa i tributi ai sudditi, qualora proporzioni il tributo alla possibilità, e, sia esso padrone di casa o governatore di una città o re di popoli, governi i sudditi con imparzialità, non lasciandosi trascinare, approfittando del suo potere, da istinti irrazionali, ma giudicando con prontezza colui che gli è soggetto, cercando di armonizzare la sua sentenza con il modo di vivere dei sudditi. Coloro che definiscono il giusto con tale disposizione, riferiscono al discorso della giustizia tutti questi comportamenti.
La giustizia secondo l'intelligenza della fede
Io, però, volgendo lo sguardo alla sublimità della legge divina, immagino che ci sia da pensare qualche cosa di più rispetto a ciò che è stato detto su questa giustizia. Se infatti la parola di salvezza è comune per tutta la natura umana, il trovarsi nelle situazioni suddette non è proprio di ogni uomo (a pochi, infatti, spetta il regnare, il comandare, il giudicare, il sovraintendere a beni o a qualsiasi altra amministrazione). La massa degli uomini rientra nel numero dei sudditi e dei soggetti ad amministrazione. Come si potrebbe dimostrare che la vera giustizia è quella che non riguarda tutti nello stesso modo per natura? Se infatti, stando ai discorsi dei sapienti pagani, lo scopo della giustizia è l'uguaglianza e se, d'altra parte, l'eccellenza della posizione implica disuguaglianza, non è possibile credere che il discorso prima esposto sulla giustizia sia vero, poiché viene immediatamente confutato dalla disuguaglianza della vita.
Qual è dunque la giustizia che riguarda tutti e il cui desiderio si offre ugualmente a tutti coloro che hanno lo sguardo rivolto alla mensa evangelica? Che uno sia ricco o povero, che serva o sia signore, che sia nobile di nascita o schiavo, nessuna condizione né aggiunge né toglie nulla al discorso della giustizia. Se, infatti, simile giustizia si trovasse solo in colui che ha raggiunto una certa potenza o eccellenza, come potrebbe essere giusto quel Lazzaro, gettato alle soglie della casa del ricco, che non aveva nessuna carica, nessuna potenza o casa o mensa o qualcun altro di quegli apparati che servono alla vita, attraverso cui è possibile che operi tale giustizia? Se dunque la giustizia consiste nel comandare o nel distribuire o nell'amministrare qualche cosa, colui che non si trova in queste situazioni è del tutto escluso dalla giustizia. Come dunque potrebbe essere stimato degno del riposo colui che non ha nulla di ciò attraverso cui si caratterizza la giustizia secondo il discorso dei più? Dobbiamo perciò cercare quel genere di giustizia il cui frutto è colto da chi la desidera secondo la promessa: "Beati -dice infatti il Signore- coloro che hanno fame di giustizia, perché saranno saziati".
Dannoso, per la salvezza, non è l'istinto, ma l'eccedere i limiti dell'utilità.
è necessario che noi acquisiamo una grande scienza delle molte e varie cose che si offrono al nostro possesso, su cui si esercita il desiderio della natura umana, così da riuscire a distinguere, tra i cibi, ciò che nutre e ciò che nuoce, affinché ciò che sembra essere assunto dall'anima come cibo non procuri morte e rovina anziché vita. Non è inopportuno, forse, attraverso un'altra delle questioni poste dal Vangelo, chiarire il senso di ciò. Colui che condivise con noi tutto, fuorché il peccato, e che fu partecipe con noi di tutte le sofferenze, non giudicò la fame un peccato, né si rifiutò di fare esperienza di quella affezione, ma accolse l'istinto della natura che tende al nutrimento. Infatti rimase digiuno quaranta giorni, poi ebbe fame; quando volle, diede infatti alla natura l'occasione di fare il suo compito. Ma l'inventore delle tentazioni, quando si accorse che la fame era riuscita a pervadere anche il Signore, decise di eccitare l'istinto con le pietre. Questo significa pervertire il desiderio del cibo naturale in ciò che è estraneo alla natura. Dice infatti il tentatore: "Comanda che queste pietre diventino pane" [Mt 4,3]. Quale danno ha recato l'arte dell'agricoltore? Per quale ragione sono disprezzati i semi così da disprezzare il nutrimento che ne deriva? perché è misconosciuta la sapienza del Creatore, come se non nutrisse convenientemente l'umanità grazie ai semi? Se infatti la pietra appare ora più idonea come fonte di nutrimento, significa dunque che la sapienza di Dio ha fallito, dato che la provvidenza nei confronti della vita umana è manchevole. "Comanda che queste pietre diventino pane". Questo il tentatore ripete ancora oggi a coloro che sono messi alla prova dal proprio desiderio e, mentre lo dice, egli, per lo più, spinge coloro che lo guardano a fare il pane dalle pietre. Quando, infatti, l'istinto travalica i limiti necessari dell'utilità, di cos'altro potrebbe trattarsi se non di un consiglio del diavolo che, in quel passo del Vangelo abolisce il nutrimento che viene dai semi ed eccita l'istinto verso ciò che è estraneo alla natura? Si nutrono di pietre coloro che hanno posto il loro pane nell'avidità, che si sono procurati con le loro ingiustizie mense ricche e fumanti; l'apparato dei loro pranzi è una messa in scena escogitata per lo sbalordimento dei presenti, esorbitante rispetto alla necessità della vita. Che cosa c'è di comune tra la necessità della vita e l'argento che non può essere mangiato e che è accumulato in maniera tale da essere pesante e difficile da trasportare? Che cos'è la fame? Non è il desiderio di ciò di cui si ha bisogno? Quando l'efficacia del nutrimento svanisce, ciò che rimane è riempito di nuovo da una aggiunta appropriata. Il pane, infatti, o qualche cosa d'altro di mangiabile, è ciò a cui mira la natura. Se uno conduce dunque dell'oro alla bocca, anziché del pane, curerà forse il suo bisogno? Se dunque qualcuno cerca materie non commestibili in luogo del cibo, ha a che fare con le pietre, poiché una cosa cerca la natura, in un'altra è occupato lui. Dice la natura, esprimendosi esclusivamente per la sensazione della fame, che ora ha bisogno di cibo: dopo ciò bisogna introdurre di nuovo, in ricambio, nel corpo, quanta energia si è dileguata. Ma tu non ascolti la natura! Tu non gli dai, infatti, ciò che cerca, ma ti preoccupi che la tua tavola si appesantisca di argento e ricerchi i cesellatori del metallo. Osservi curiosamente la storia rappresentata dalle immagini scolpite nei vari metalli, come se fossero riportate nelle incisioni, grazie alla precisione della tecnica artistica, le passioni e i costumi degli uomini; così puoi riconoscere l'ardore dell'oplita quando solleva la spada per uccidere, la sofferenza di chi è colpito, quando, contorcendosi per la ferita mortale, sembra che gema attraverso l'immagine; inoltre guardi l'impeto del cacciatore e la ferocia della fiera e quante altre cose gli uomini vani, con simili minuziosità, amano riprodurre sui materiali destinati alle mense. La natura desiderava bere, tu, invece, prepari tripodi costosi, lavatoi, crateri, anfore ed altre migliaia di oggetti che non hanno nulla in comune con l'utilità desiderata. Non è dunque evidente che tu, operando così, dai ascolto a colui che ti consiglia di guardare la pietra: spettacoli turpi, drammi sensuali attraverso cui gli uomini si spianano la via della sequela dei vizi, alimentando il cibo della licenziosità? Questo è il consiglio che dà il nemico relativamente al cibo; questi alimenti, anziché l'uso corretto del pane, egli consiglia, volgendo lo sguardo alle pietre. Colui che distrugge le tentazioni, però, non bandì dalla natura la fame, come se fosse la causa dei mali, ma, rigettando solamente la futilità che si era introdotta per consiglio del nemico, lasciò che la natura si amministrasse entro i propri limiti. Come coloro che filtrano il vino non misconoscono la parte utile in esso, per il fatto che vi è mescolata la schiuma, ma, separando il superfluo con un filtro, non rifiutano l'uso della parte pura, così il Logos, che esamina e discerne ciò che è estraneo alla natura con una sottile ed attenta visione, non bandì la fame, considerandola principio di conservazione della nostra vita, ma filtrò e rigettò le futilità che si erano intrecciate al bisogno, quando disse di conoscere quel pane che nutre veramente: quello che grazie alla Parola di Dio si adatta alla nostra natura. Se dunque Gesù ebbe fame, si dovrebbe stimare l'aver fame cosa beata, quanto questa operi anche in noi, ad imitazione del Signore. Se dunque conosciamo ciò di cui ebbe fame il Signore, conosceremo fino in fondo la potenza della beatitudine che ci è ora proposta.
L'appetito beato è il desiderio della volontà di Dio, che è la salvezza dell'uomo.
Di che genere è dunque il cibo che Gesù non si vergognò di desiderare? Egli dice ai discepoli dopo il dialogo con la samaritana: "Il mio cibo è fare la volontà del Padre mio" [Gv 4,34]. è manifesta, poi, la volontà del Padre, che vuole che tutti gli uomini siano salvati e che giungano alla conoscenza della verità. Ora, se Lui desidera che noi siamo salvati e se il suo cibo è la nostra vita, noi abbiamo imparato che uso fare di questa disposizione dell'anima. Qual è dunque? Che noi abbiamo fame della nostra salvezza! Che abbiamo sete della volontà divina, che è la nostra salvezza. Come sia dunque possibile comportarci in occasione di simile fame, lo abbiamo imparato ora nella beatitudine. Chi desiderò infatti la giustizia di Dio trovò ciò che è veramente desiderabile. Egli colmò il suo desiderio non in uno soltanto dei modi in cui questo appetito può trovare compimento: non desiderò, infatti, la partecipazione alla giustizia solo come cibo; l'appetito sarebbe infatti incompleto se rimanesse in questa sola disposizione; ora Dio rese questo bene anche bevanda per indicare, attraverso la sensazione della sete, il calore e il bruciore del desiderio. Divenuti infatti, in un certo senso, aridi ed infiammati al momento della sete, prendiamo la bevanda con piacere, come cura per la nostra situazione. Poiché di un unico genere è l'appetito del cibo e della bevanda, diversa, tuttavia, è la disposizione per ciascuna di queste due sensazioni, il Logos, per prescriverci il vertice del desiderio per il bene, chiama beati coloro che provano questi due bisogni nei confronti della giustizia, la fame e la sete, come se fosse sufficiente che ciò che si desidera si armonizzasse reciprocamente con entrambi i desideri e diventasse nutrimento solido per chi ha fame e sostanza da bere per colui che con la sete si attira la grazia. "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati". è da ritenere cosa beata, dunque, aver appetito della giustizia; ma se uno provasse la stessa affezione per la temperanza o per la sapienza o per la prudenza o per qualsiasi altra forma di virtù, questa il Logos non la stimerebbe forse beata?
L'unità della virtù.
Probabilmente ciò che è stato detto ha questo significato: la giustizia è solo uno degli aspetti che si pensano riferiti alla virtù. Spesso la Sacra Scrittura, per consuetudine, con la menzione della parte comprende l'intero; così fa quando interpreta la natura divina con alcuni nomi: "Io sono il Signore -dice la profezia, come se provenisse dalla persona di Dio- questo è il mio nome eterno, memoriale di generazione in generazione" [Is 42,8], e di nuovo dice altrove: "Io sono Colui che è" [Es 3,1] e altrove: "Io sono misericordioso" [Es 22,27]. La Sacra Scrittura sa chiamare Dio anche con altri innumerevoli nomi che indicano la sua sublimità e magnificenza, così, grazie ad essi, noi abbiamo imparato che quando la Sacra Scrittura ne cita uno, tacitamente, tutto l'elenco dei nomi è pronunciato insieme ad esso. Non è ammissibile, infatti, che quando Dio viene chiamato "Signore", non sia anche secondo tutti gli altri nomi; piuttosto attraverso quel nome, ognuno degli altri viene richiamato. Perciò abbiamo imparato che la parola divinamente ispirata sa comprendere, attraverso una, molte parti. Anche qui, dunque, il Logos, dicendo che la giustizia è offerta a coloro che ne hanno fame e che per questo sono detti beati, indica attraverso questa forma di virtù anche tutte le altre, così che sia stimato ugualmente beato anche colui che ha fame di prudenza, di coraggio, di temperanza e di qualsiasi altro aspetto sia compreso dal concetto stesso di virtù. Non è infatti possibile che una forma della virtù, separata dalle rimanenti, sia per se stessa la virtù perfetta. Se con essa, infatti, non fossero contemplati gli altri beni, sarebbe del tutto necessario che prendesse posto il suo contrario. E contraria alla temperanza la licenziosità, alla prudenza la sconsideratezza e per ciascuna cosa concepita come bene, ce n'è una concepita come suo contrario. Se dunque tutte le virtù non fossero contemplate insieme con la giustizia, sarebbe impossibile che ciò che resta fosse bene. Non si potrebbe dire, infatti, che la giustizia è stolta o temeraria o licenziosa o qualsiasi altro vizio. Se il discorso della giustizia esclude tutto ciò che è cattivo, essa senza dubbio comprende in sé ogni bene. Bene è, poi, tutto ciò che è secondo virtù. Dunque, in questo caso, con il nome di giustizia è indicata ogni virtù; coloro che hanno fame e sete di essa sono chiamati beati dal Logos che annuncia loro la pienezza di quanto desiderano. "Beati -Egli dice- coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati".
Il "cattivo infinito": vanità del desiderio, incompiutezza del godimento.
Ciò che è stato detto a me pare significhi questo: nulla di ciò per cui ci si dà da fare, in questa vita, per il piacere, soddisfa coloro che si affannano per esso, ma, come afferma in qualche passo la Sapienza enigmaticamente: "Un vaso bucato è l'occupazione nei piaceri" [cfr Prv 23,27]; attingendo sempre al piacere con ansia, coloro che si danno da fare in queste occupazioni mostrano una fatica che non trova mai pieno compimento, poiché, mentre versano sempre qualche cosa nell'abisso del desiderio, aggiungendo piacere a piacere, non saziano il desiderio. Chi sa il limite dell'avarizia che si dovrebbe realizzare quando gli avari raggiungono l'oggetto ricercato? Chi, smanioso di gloria, si acquieta nell'imbattersi in ciò che cercava? Chi ha saziato il piacere nelle musiche, negli spettacoli o nella pazzia e nella smania per il ventre e per il sesso, che risultato trae da tale godimento? Non se ne vola via, forse, proprio quando si avvicina, ogni forma di godimento alimentato dal corpo, non rimanendo in coloro che l'hanno toccato neppure per brevissimo tempo io? Impariamo dunque dal Signore questo sublime insegnamento: solo la ricerca della virtù che è in noi ha solide e reali basi. Colui, infatti, che si è comportato rettamente, secondo qualcuna delle virtù sublimi come la temperanza, la moderatezza, il timor di Dio o qualcun altro degli insegnamenti divini ed evangelici, non gode di una gioia transitoria ed instabile per ogni azione retta, ma la sua gioia è costante, permanente e si estende a tutto lo spazio della vita. Perché? Perché queste azioni è possibile compierle sempre. Non c'è un momento particolare in tutto lo spazio della vita in cui siamo sazi di compiere il bene. La temperanza, infatti, la purezza, ciò che è costante in ogni bene ed è immune dal male, è sempre in opera; finché si volga lo sguardo alla virtù si ha anche una gioia durante tutto l'operare. Per coloro che si riversano in stolti desideri, invece, anche se l'anima è completamente rivolta alla licenziosità, non è possibile un godimento continuato. Infatti la sazietà arresta il desiderio goloso del cibo, il piacere di colui che beve viene spento insieme con la sete; così è per tutte le altre cose di questo genere: hanno bisogno di un certo tempo e di un certo intervallo perché, illanguiditosi il senso di piacere e di pienezza, l'appetito di colui che gode sia eccitato di nuovo. Il possesso della virtù, invece, in coloro in cui si sia stabilito una volta per tutte con sicurezza, non è misurato dal tempo né limitato dalla sazietà, esso offre sempre a coloro che vivono secondo virtù, una esperienza dei beni che gli sono propri, sempre pura, nuova e al suo colmo. Perciò il Logos di Dio promette la pienezza a coloro che hanno fame di questi beni, una pienezza che non ottunde con la sazietà, ma riaccende l'appetito. Questo è dunque l'insegnamento datoci dal Signore mentre predicava dal sublime monte dei pensieri: il nostro desiderio non si tenga occupato in nulla di ciò che è tale da essere irraggiungibile per coloro che vi aspirano, la cui fatica risulta perciò vana e assurda; è come per coloro che inseguono il vertice della loro ombra: la loro corsa porta all'infinito, poiché sempre, velocemente, ciò che è inseguito si sottrae all'inseguitore. L'appetito si volga invece là dove lo sforzo, per chi lo compie, diviene possesso. Colui, infatti, che ha desiderato la virtù, fa del bene un proprio possesso, poiché vede in sé ciò che desiderava. Beato perciò chi ebbe fame di temperanza: sarà infatti riempito di purezza. La pienezza poi, come è stato detto, non respinge, ma rafforza l'appetito, ed entrambe le parti, pienezza e desiderio, si accrescono reciprocamente con equità. Infatti il possesso dell'oggetto desiderato tiene dietro al desiderio della virtù e, d'altra parte, il bene inesauribile, interiorizzato, ha portato gioia all'anima. La natura di questo bene, infatti, è tale che non reca dolcezza, a colui che ne gode, solo nel presente, ma offre all'anima, come frutto, la gioia in ogni momento del tempo. Infatti il ricordo di ciò che è stato vissuto rettamente, la vita presente, se è condotta virtuosamente, l'attesa della ricompensa, rallegrano l'uomo retto ed io credo che tale ricompensa, nuovamente, non consista in altro che nella virtù, che è frutto di coloro che operano rettamente e premio per le opere rette.
Il cibo di cui aver fame e sete è Cristo, il Logos di Dio, che è la vera virtù.
Se poi si rende necessario rivolgersi ad un discorso, per certi versi ardito, dirò che il Signore mi sembra proporre se stesso all'appetito degli ascoltatori, quando parla di virtù e giustizia. Il Signore, che divenne per noi sapienza di Dio, giustizia, santità, redenzione, ma anche pane che discende dal cielo, acqua vivente! Di che cosa confessa di aver sete Davide, offrendo a Dio questa beata sofferenza dell'anima, quando dice in un salmo: "L'anima mia ha sete di Dio, il forte, il vivente; quando giungerò e comparirò al cospetto di Dio?" [Sal 41,3]. Quel Davide, che a me sembra essere stato introdotto dalla potenza dello Spirito nelle magnifiche dottrine del Signore, predisse a se stesso la pienezza di simile appetito; dice infatti: "Nella giustizia comparirò al tuo cospetto, sarò saziato al vedere la tua gloria" [Sal 16,15]. Questa è dunque la vera virtù secondo il mio discorso: ciò che è privo di commistione con il peggio e che comprende ogni concetto relativo al meglio. E questo è lo stesso Logos Dio, la virtù che ha coperto i cieli, come spiega Abacuc [3,3], e giustamente sono stati chiamati beati coloro che hanno fame di questa giustizia di Dio. Perciò, a colui che ha gustato Dio, come dice il salmo [33,9], accade così: avendo ricevuto Dio in se stesso, diviene ripieno di ciò di cui aveva sete e fame, secondo la promessa di Colui che dice: "Io e il Padre verremo e prenderemo dimora presso di lui" [Gv 14,23], avendo già preso dimora lì, evidentemente, lo Spirito. Così a me pare che anche il grande Paolo, che aveva gustato dei frutti ineffabili del paradiso, fosse pieno di ciò che aveva gustato, pur rimanendo sempre affamato. Paolo confessa, infatti, di essere stato riempito dall'oggetto del suo desiderio, quando dice: "Vive in me Cristo" [Gal 2,20], e si protende sempre in avanti, come se fosse affamato, dicendo: "Corro non perché ho già ottenuto o sono già perfetto, ma perché possa comprendere" [Fil 3,13]. Ci sia consentito dire, ipoteticamente, secondo il nostro arbitrio, qualche cosa che non si trova in natura. Come per il cibo materiale, se nulla di ciò che è preso come nutrimento venisse rigettato, ma fosse assunto tutto intero per l'aumento della statura del corpo, i corpi si dovrebbero alzare notevolmente, perché il nutrimento giornaliero alimenta la grandezza, così quella giustizia ed ogni virtù che la segue rende sempre più alti quelli che vi partecipano, perché, mangiata alla maniera del cibo spirituale, non viene eliminata accrescendo continuamente la grandezza. Dunque, se vomitata ogni sazietà del vizio, pensiamo a quella beata fame, abbiamo fame della giustizia di Dio perché possiamo giungere alla sua pienezza, in Cristo Gesù nostro Signore, a cui è la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 24-08-2019

San Eutichio, discepolo di san Giovanni il Teologo, martire; San Tation, martire; San Giorgio di Lemnos, confessore; San Atanasio II, patriarca di Gerusalemme, ieromartire; San Cosmas di Etolia, neomartire; La traslazione delle reliquie di san Dionisio, arcivescovo di Egina.

i santi di domani 25-08-2019

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