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L’AMICIZIA

 

Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline - 1965




 

PRIMA CONFERENZA DELL'ABATE GIUSEPPE


L’AMICIZIA


Estratto da “Giovanni Cassiano – Conferenze spirituali” – Edizioni Paoline - 1965

 

Indice dei capitoli


I. La prima domanda che ci rivolse l’abate Giuseppe.
II. Discorso del vecchio abate sulle amicizie infedeli.
III. Da dove nasce un’amicizia indissolubile.
IV. Domanda: se sia bene compiere qualche azione utile, anche contro il desiderio del fratello.
V. Risposta: l’amicizia duratura può esistere soltanto tra i perfetti.
VI. In qual modo un’amicizia si può conservare inviolabile.
VII. Niente va apprezzato più della carità, niente va disprezzato più dell’ira.
VIII. Per qual motivo nascono le divisioni fra gli uomini spirituali.
IX. Bisogna troncare le cause spirituali che generano discordia.
X. Il modo migliore per cercare la verità.
XI. Chi si fida del proprio giudizio cadrà infallibilmente nelle illusioni del diavolo.
XII. Perché non si debbono disprezzare gli inferiori nelle Conferenze.
XIII. La carità non è soltanto una cosa divina, ma è Dio stesso.
XIV. I gradi della carità.
XV. Coloro che dissimulano aumentano così la commozione propria e quella dei fratelli.
XVI. Dio rifiuta l’offerta delle nostre preghiere se abbiamo inimicizia con qualche fratello.
XVII. Quelli che si tengono obbligati ad essere pazienti verso i secolari più che verso i loro confratelli.
XVII. Coloro che si fingono pazienti e provocano all’ira i loro fratelli.
XIX. Quelli che digiunano per sdegno.
XX. Coloro che simulano pazienza e presentano a chi li percuote l’altra guancia.
XXI Come è possibile obbedire ai comandi del Signore e non acquistare la perfezione evangelica?
XXII. Il Signore non guarda soltanto all’atto ma anche all’intenzione.
XXIII. È forte e sano chi sa piegarsi all’altrui volontà.
XXIV. I deboli son pronti all’ingiuria ma non sopportano di essere ingiuriati.
XXV. Come può essere forte chi non sa sopportare sempre un debole?
XXVI. Il debole non permette che lo si sopporti.
XXVII. Come reprimere l’ira.
XXVIII. Le amicizie nate da patti segreti non sono durature.

 

I - La prima domanda che ci rivolse l’abate Giuseppe

Il beato Giuseppe, del quale ora prendo a spiegare gli insegnamenti e i precetti, era uno dei tre vecchi monaci dei quali ho parlato nella prima di queste conferenze.

Veniva da famiglia illustre ed era uno dei notabili della sua città natale, cioè di Tmuis, in Egitto. Aveva imparato a parlare molto bene non solo la lingua del suo paese, ma anche il greco; così, non solo con noi, ma anche con altri che ignoravano completamente la lingua egiziana, poteva esprimersi con molta eleganza, senza ricorrere, a somiglianza degli altri, ad un interprete.

Avendo conosciuto il nostro desiderio di udire i suoi insegnamenti, prima di tutto ci domandò se eravamo fratelli. Quando sentì che lo eravamo veramente, ma non per nascita, sì bene secondo lo spirito, perché fin dagli inizi della vita monastica una inseparabile unione ci aveva avvinti, sia nel viaggio — che insieme avevamo intrapreso per formarci nella milizia spirituale — sia negli esercizi del monastero, così prese a parlare.

II - Discorso del vecchio abate sulle amicizie infedeli

Molte sono le forme d’amicizia e d’affetto che uniscono gli uomini nei legami dell’amore.

Per molti è stata una raccomandazione a metterli in contatto, poi fra loro è nata l’amicizia. Alcuni si son legati in amicizia nell’occasione di qualche contratto o convenzione che importava un dare e un ricevere. Altri hanno fatto amicizia per causa delle somiglianze e dei contatti che c’erano fra loro, o negli affari, o nella vita militare, oppure nel lavoro e nella professione.

L’unione amichevole pone tanta dolcezza nel cuore anche delle persone meno sensibili, che gli stessi banditi, i quali vivono nelle foreste, nelle montagne e trovano la loro gioia nel versare sangue umano, si mostrano pieni d’attaccamento e di premura per i complici dei loro misfatti.

C’è un’altra specie d’affetto che nasce dalla natura e dalla legge del sangue: per essa sono preferiti a tutti gli altri i membri della stessa razza, lo sposo1 e la sposa, i genitori, i fratelli, i figli. Questa forma di unione non si riscontra soltanto tra gli uomini, ma anche presso gli uccelli e gli altri animali. Tutti gli animali, infatti, difendono i loro piccoli con tale slancio di naturale affetto che spesso non temono di esporsi per quelli a gravi pericoli e anche alla morte. Perfino le belve feroci, i serpenti velenosi, gli uccelli rapaci, che per la loro ferocia o il loro mortale veleno sono tenuti lontani da tutti gli altri esseri, — e valgano come esempi il basilisco, il rinoceronte, il grifo — benché al solo vederli rappresentino per tutti un pericolo, tuttavia non cessano di vivere in pace fra loro e senza nuocersi; e ciò in forza della loro comune origine e dei vincoli che da quella derivano. Ma tutte queste forme d’affetto, per il fatto stesso che sono comuni ai buoni e ai cattivi, alle bestie feroci e ai serpenti, è certo che non possono durare per sempre. Sono spesso rotte dalla distanza, dalla dimenticanza che nasce dal tempo, da un accordo verbale, dalla stipulazione di un contratto, da una questione d’interessi. Queste unioni, che erano nate da legami diversi, come ad esempio: desiderio di guadagno, passione, sangue, relazioni varie, si spezzano anche con facilità, alla prima occasione che si presenti.

III - Da dove nasce una amicizia indissolubile

Fra le diverse specie di amicizia se ne trova una sola che sia indissolubile: quella che non si fonda sul favore derivante da una raccomandazione, o sulla grandezza dei servigi e dei favori ricevuti, né sui contratti, o in una necessità della natura, ma nella somiglianza della virtù. Questa, io dico, è l’amicizia che gli avvenimenti non sciolgono, che le lontananze nel tempo e nello spazio non possono rompere, che neppure la morte riesce ad infrangere. Questo è il vero e indissolubile affetto che cresce col crescere simultaneo delle virtù che ornano i due amici; il nodo di questa amicizia, stretto che sia, non si rompe, né per la diversità dei desideri, né per la lotta delle volontà contrarie.

Nella mia lunga esperienza io ho conosciuto molti, i quali, dopo essersi legati in amicizia per amore di Cristo, non hanno saputo conservare per sempre il vincolo della loro unione. Il principio dell’amicizia era buono, ma non seppero conservare lo stesso impegno a mantenere il proposito fatto. La loro unione fu di quelle che durano una sola stagione perché non si alimentava ad una virtù d’ugual natura e intensità nell’uno e nell’altro; resisteva invece per la pazienza di uno solo dei due. Il destino di una tale amicizia, anche se un amico si dimostra eroicamente deciso a mantenerla, è quello di rompersi per la pusillanimità dell’altro. Quantunque i forti siano disposti a sopportare le debolezze di coloro che cercano con molta tiepidezza la sanità della perfezione, sono alla fine gli stessi deboli a non sopportare se stessi. Costoro infatti hanno in sé la causa di un turbamento che mai li lascia tranquilli. Assomigliano a certi ammalati che tutti conosciamo, i quali attribuiscono al cuoco o al cameriere i disturbi del loro stomaco ammalato, e quantunque tutti cerchino di servirli nel migliore dei modi, non cessano d’imputare a chi si prodiga per loro, la causa dei loro disturbi, ben lontani dal supporre che la causa si trova in loro stessi, nel loro cattivo stato di salute.

Per questo io ritengo che un legame d’amicizia indissolubile può formarsi soltanto là dove regna un’uguaglianza di virtù: « Il Signore fa abitare nella stessa casa coloro che hanno lo stesso spirito » (Sal 67,7). L’amore dunque può durare ininterrotto soltanto tra coloro che hanno gli stessi propositi, la stessa volontà: fra coloro che vogliono e non vogliono le stesse cose. Se volete anche voi mantenere inviolata la vostra amicizia, sforzatevi di allontanare i vizi, di mortificare la vostra volontà; poi, quando avrete lo stesso ideale, lo stesso proposito, avvererete l’oracolo che riempiva di gioia l’anima del profeta: « Oh! come è bello e giocondo che due fratelli abitino insieme! » (Sal 132,1). E queste parole del salmo — com’è evidente — sono da intendersi in senso spirituale, non locale. Non vale nulla infatti abitare sotto lo stesso tetto, se si è separati dal sistema di vita e dai propositi; mentre per coloro che sono ugualmente fondati nella virtù, la distanza nello spazio non costituisce separazione. Davanti a Dio è l’unità della condotta, non l’unità di luogo, che fa abitare i fratelli nella stessa casa: la pace non può resistere inalterata là dove le volontà sono divergenti.

IV - Domanda: se sia bene compiere qualche azione utile, anche contro il desiderio del fratello

Germano. Vorrei fare una domanda. Se uno dei due amici vuol fare una cosa che conosce utile e vantaggiosa dinanzi a Dio, ma l’altro non vuole, come dovrà comportarsi? Dovrà compierà quell’atto nonostante la contrarietà dell’amico, o dovrà rinunciare al suo proposito per non contristare l’amico?

V - Risposta: l’amicizia duratura può esistere soltanto tra i perfetti

Giuseppe. È proprio questa la ragione per cui ho detto che la grazia dell’amicizia non potrà durare piena e perfetta se non tra coloro che hanno uguale virtù. Una volontà unificata, un proposito identico, non permetteranno che esistano tra loro (o potranno esistere soltanto raramente) delle aspirazioni diverse, o qualche disaccordo su ciò che riguarda il progresso della vita spirituale. Se i due amici si sorprendono con una certa frequenza a disputare calorosamente, è chiaro che i loro cuori non furono mai uniti secondo quella regola che ho detto sopra.

E vero però che anche nell’amicizia non si comincia dai gradi più perfetti; bisogna anche qui metter prima i fondamenti. Voi non mi domandate qual è la grandezza dell’amicizia, ma quali sono i mezzi per raggiungerla.

Ritengo perciò necessario farvene conoscere brevemente le leggi, affinché voi possiate più facilmente ottenere il dono della pazienza e della pace.

VI - In qual modo un’amicizia si può conservare immobile

Il primo fondamento della vera amicizia sta nel disprezzo dei beni mondani e nel distacco da tutto ciò che possediamo. Sarebbe cosa sommamente ingiusta ed empia se noi, dopo aver rinunciato alla vanità del mondo e di tutte le cose che in esso si trovano, anteponessimo una cosa da nulla che ancora ci resta, all’affetto prezioso di un fratello.

In secondo luogo conviene che ognuno comprima le sue volontà personali, affinché, dopo essersi giudicato più bravo e più sapiente, non preferisca seguire il suo giudizio piuttosto che quello dell’amico.

Il terzo elemento di amicizia sta nel persuadersi che tutto, anche ciò che si stima utile e necessario, vai meno di quel bene che è la pace e la carità.

Il quarto consiste nella certezza che per nessun motivo, giusto o ingiusto che sia, è permesso andare in collera.

La quinta regola è questa: bisogna desiderare di guarire l’ira che il fratello può aver concepito nei nostri riguardi, anche se ingiustamente. In quest’opera occorre mettere tanto zelo quanto ne metteremmo ad estinguere l’ira nostra, ben sapendo che dall’ira dell’altro noi traiamo lo stesso danno che trarremmo dalla nostra, posto che non ci sforziamo a cacciare quel sentimento dall’animo del fratello.

L’ultima regola, quella che costituisce indubbiamente la fine di tutti i vizi, consiste nel pensare che ogni giorno si può morire. Questo pensiero, oltre a non lasciar attecchire nel nostro cuore nessun germe d’ira, comprimerà anche tutti i movimenti delle concupiscenze e dei vizi.

Se si aderisce fermamente a questi principi, non è possibile sentire, o far sentire ad altri, l’amarezza dell’ira e della discordia. Se invece questi principi non sono accettati, il nemico della carità verrà di nascosto nel cuore degli amici e vi seminerà il veleno della tristezza. Da una disputa nascerà un’altra disputa, e l’amore necessariamente si raffredderà a poco a poco, finché la rottura si farà completa fra due cuori da lungo tempo esulcerati.

Colui che s’incammina per la via da me indicata, non avrà motivo per separarsi affettivamente dal suo amico. Se non rivendica nulla come sua proprietà, taglia la radice stessa di tutte le liti, che nascono di solito da piccole cose, da oggetti di nessun valore. L’amico che segue le regole enumerate sopra, si applica con tutte le forze ad osservare ciò che è scritto nel libro degli Atti a proposito dell’unità che regnava tra i primi cristiani: « La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola, né alcuno c’era che considerasse come suo quel che possedeva, ma avevano tutto in comune »(At 4,32).

E come potrebbe seminare discordia un amico di tal genere? Egli non è schiavo della sua volontà, ma di quella del fratello; si è reso imitatore del suo Signore e creatore, il quale diceva — parlando a nome dell’umanità che rappresentava — « lo non sono venuto a fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato » (Gv 6,38). Come potrebbe dare motivo di contesa? Egli si è proposto — tutte le volte che si tratterà del suo modo di vedere e giudicare le cose — di non regolarsi secondo i suoi gusti, ma secondo i desideri del fratello, e secondo le decisioni di quell’arbitro, lo vedremo approvare e disapprovare le sue stesse idee, mostrando nell’umiltà di un cuore pieno di dolcezza l’avveramento perfetto di quel detto evangelico: « Tuttavia, non come voglio io ma come vuoi tu » (Mt 26,39).

E come potrebbe permettersi qualcosa capace di far soffrire il fratello? Egli giudica che non esista al mondo una cosa più preziosa della pace e non si toglie mai dalla mente queste parole del Signore: « Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se vi amerete scambievolmente » (Gv 13,35). Questo amore scambievole ha voluto il Signore che fosse un sigillo col quale si riconoscessero in questo mondo le pecore del suo gregge; l’ha voluto, se così posso dire, come un’impronta che distinguesse i suoi dal resto degli uomini. Come potrebbe un vero amico sopportare che in lui o nel fratello si annidasse il rancore della tristezza? Egli tiene per verità indubitabile che l’ira, sempre dannosa e illecita, non può mai avere una giusta causa. Per lui è impossibile pregare, sia quando il fratello è adirato con lui, sia quando lui è irritato col fratello. Continuamente conserva in cuore il ricordo di queste parole del Maestro: « Se tu, nel fare la tua offerta sull’altare, ti rammenti che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti col tuo fratello; poi ritorna a fare l’offerta » (Mt 5,23-24). Infatti non giova nulla affermare che non siete in collera con nessuno e ripetere a voi stessi che osservate quel comandamento: « Il sole non tramonti sul vostro sdegno » (Ef 4,26); o « Chi si adira con suo fratello merita di esser giudicato » (Mt 5,22), se poi disprezzate con cuore duro e superbo la tristezza del vostro fratello, quando la vostra mansuetudine potrebbe addolcirla.

In entrambi i casi si pecca contro il precetto del Signore, perché Colui che ha detto: non ti adirare col tuo prossimo; ha detto pure: non disprezzare la tristezza del tuo prossimo. Al Signore che vuole salvi tutti gli uomini non importa che perda te stesso o un altro. Chiunque sia ad andar perduto, il danno che ne viene a Dio è sempre lo stesso; e, per la ragion dei contrari, colui che gode tanto a perdere tutti, trae la stessa gioia dalla vostra morte eterna e da quella di un fratello.

Infine, come potrebbe conservare il più piccolo rancore verso il fratello, uno che pensa di poter morire oggi stesso?

VII - Niente va apprezzato più della carità, niente va disprezzato più dell’ira

Come non c’è cosa da stimarsi di più della carità, così non c’è cosa più spregevole dell’ira. Bisogna sacrificare tutto — si trattasse anche di cose utili o addirittura necessarie — pur di evitare i turbamenti di questa passione. Bisogna tutto accettare, tutto sopportare — anche ciò che sembra una disgrazia — pur di conservare inviolabile la tranquillità dell’amore e della pace; convinti che nulla è più dannoso dell’ira e della tristezza, nulla è più utile della carità.

VIII - Per qual motivo nascono le divisioni fra gli uomini spirituali

Tra i fratelli ancora carnali e deboli, il demonio fa nascere l’ira che li divide, da cause di vile materia; tra i fratelli spirituali, il demonio fa nascere la discordia con la diversità dei pareri. Di qui, senza dubbio, nascono quelle risse e divisioni che l’Apostolo condanna; dalle risse prende occasione il nemico invidioso e crudele per giungere alla rottura tra fratelli che prima facevano un cuor solo e un’anima sola. È verissima a tal proposito la sentenza del sapiente Salomone: « Le dispute fanno nascere l’odio, ma coloro che non s’abbandonano alle dispute sono protetti dall’amicizia » (Pr 10,12 - LXX).

IX - Bisogna troncare le cause spirituali che generano discordia

Per conservare una carità continua e indivisibile, non basta togliere la prima causa del dissenso, che sta di solito nelle cose caduche e terrestri; non basta disprezzare tutto ciò che è carnale e permettere ai fratelli l’uso di tutti gli oggetti che ci sono necessari. Bisogna togliere anche la seconda causa, che nasce dalla diversità d’opinione nelle cose spirituali. Oltre a ciò è necessario sforzarci d’acquistare in tutto, con l’umiltà dello spirito, una volontà perfettamente intonata con quella degli altri.

X - Il modo migliore per cercare la verità

Ho un ricordo che riguarda quel periodo della mia giovinezza in cui facevo vita comune con un amico. Accadeva che ciascuno di noi, per proprio conto, facesse delle scoperte nella morale o nella sacra Scrittura, che sembravano le cose più giuste e ragionevoli di questo mondo. Poi ci riunivamo e incominciavamo a comunicarci i nostri pensieri. Dopo aver sottomesso alla critica certe affermazioni, accadeva che uno le trovasse false e pericolose; poi, continuandone ancora l’esame, una sentenza unanime le dichiarava pericolose e degne di condanna. Eppure, prima pareva che splendessero come la luce del sole, quando il demonio ce le ispirava. Quelle sentenze avrebbero facilmente suscitato la discordia, se il comando degli Anziani, osservato da noi come un oracolo di Dio, non ci avesse preventivamente liberati da ogni disputa. Ora, il comando degli Anziani prescriveva che né l’uno né l’altro doveva fidarsi di più del suo giudizio che di quello dell’amico, se non voleva essere ingannato dall’astuzia del demonio.

XI - Chi si fida del proprio giudizio cadrà infallibilmente nelle illusioni del diavolo

È stata spesso riscontrata la verità di ciò che dice l’Apostolo, cioè che il demonio si trasforma in angelo di luce (2 Cor 11,14), per immettere nelle nostre menti una caligine oscura e tetra in luogo della vera luce della scienza. Se gli artifici di Satana non trovano un cuore umile e dolce, il quale li sottopone al giudizio di un fratello molto esperto o di un anziano di virtù ben provata, per poi accettare o rifiutare secondo il giudizio da loro dato dopo un esame attento, non v’è alcun dubbio che noi accetteremo l’angelo delle tenebre come se fosse un angelo della luce, e periremo della peggiore fra tutte le morti.

Chi si fida di se stesso, non potrà evitare un tale guaio. Bisognerà perciò che il monaco ami la vera umiltà e la pratichi; egli dovrà adempiere, in piena contrizione di cuore, quelle parole dell’Apostolo: « Se dunque è possibile qualche consolazione in Cristo, se v’è qualche conforto dell’amore, se v’è qualche comunanza di spirito, se avete viscere di compassione, rendete compiuto il mio gaudio della concordia vostra, avendo uno stesso amore, una stessa anima, uno stesso sentire. Nulla si faccia per spirito di rivalità o per vanagloria, ma per umiltà, ritenendo ciascuno gli altri superiori a se stesso » (Fil 2,1-3). E l’Apostolo dice ancora: « Quanto a rispetto, anteponga ognuno gli altri a se stesso » (Rm 12,10). Ciascuno insomma attribuisca al fratello più scienza e santità che a se stesso, creda che la vera e perfetta discrezione si trova più nel giudizio dell’altro che nel proprio.

XII - Perché non si debbono disprezzare gli inferiori nelle Conferenze

Accade spesso, o per illusione del diavolo o per errore umano (infatti non c’è uomo fatto di carne che non sia soggetto a sbagliare), che colui il quale ha maggiore ingegno e maggiore scienza, concepisca nella mente qualche idea falsa; un altro, invece, che ha minore ingegno e minor merito può avere un’idea più giusta e più vera.

Nessuno dunque, anche se molto sapiente, monti in superbia e pensi di poter fare a meno del consiglio del fratello. Anche se il suo giudizio non sarà insidiato dalle illusioni del diavolo, non potrà tuttavia sfuggire i tranelli terribili che preparano la superbia e la fiducia in se stessi. Chi potrebbe, senza pericolo, avere in sé una fiducia assoluta, dal momento che il Vaso d’elezione, nel quale Cristo stesso parlava, afferma di essere salito a Gerusalemme per comunicare agli Apostoli, in un esame privato, il Vangelo che predicava alle nazioni, nonostante che avesse la rivelazione e l’assistenza del Signore? Con questo resta dimostrato che l’osservanza delle regole da noi suggerite, non conserva soltanto l’unanimità e la concordia, ma pone al riparo da tutte le insidie del demonio, nostro nemico, e ci permette di non temere le sue illusioni e i suoi lacci.

XIII - La carità non è soltanto una cosa divina, ma è Dio stesso

La Scrittura divina pone così in alto la virtù della carità che il beato Giovanni apostolo giunge a dire: la carità non è soltanto una cosa divina: è Dio stesso: « Dio — egli dice — è carità e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui » (1 Gv 4,16).

Non è vero che noi sentiamo un elemento divino nella carità? Non sentiamo forse come una realtà viva quel che dice l’Apostolo: « La carità di Dio è stata diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che abita in noi » (Rm 5,5). È come se dicesse: Dio è stato diffuso nei nostri cuori per lo Spirito Santo che abita in noi. E questo divino Spirito, quando non sappiamo che cosa dobbiamo domandare nella preghiera, « prega per noi con gemiti inenarrabili; e Colui che scruta i cuori sa bene qual sia l’aspirazione dello Spirito, perché intercede per i santi secondo Dio » (Rm 8,26-27).

XIV - I gradi della carità

È possibile usare con tutti quella carità che si chiama agape. Di questa carità parla l’Apostolo quando dice: « Come l’occasione si presenta, facciamo del bene a tutti, specialmente ai compagni di fede » (Gal 6,10). È tanto vero che la carità va usata con tutti, che il Signore ci ha comandato di usarla verso i nemici, dice infatti: « Amate i vostri nemici » (Mt 5,44).

La diàtesis, o carità d’affezione, si rivolge invece a un piccolo numero di persone, cioè a coloro che ci sono uniti o per somiglianza di costumi o per comunanza di virtù.

La diàtesis, peraltro, offre una notevole varietà di gradi. Altro è l’amore filiale e quello coniugale, altro l’amore fraterno e quello paterno. E anche in questi rapporti affettivi così diversi tra loro, si riscontrano altre diversità: neppure l’amore dei genitori per i figli è sempre uguale. Il patriarca Giacobbe ce ne fornisce una prova. Padre di dodici figli, li amava tutti d’un amore veramente paterno, tuttavia sentiva una propensione particolarissima per Giuseppe, tanto che la sacra Scrittura dice apertamente: « I fratelli, vedendo che era amato dal padre più di tutti gli altri, lo odiavano e non potevano parlare con lui senza adirarsi » (Gn 37,4). Non che quell’uomo giusto e ottimo padre, mancasse di amare grandemente gli altri figli, ma aveva un affetto più tenero, una maggior compiacenza verso Giuseppe, che portava in sé una figura del Signore.

Leggiamo nel Nuovo Testamento che anche Giovanni evangelista fu oggetto di un particolare amore. Il Vangelo ce lo presenta chiaramente come il « discepolo amato dal Signore » (Gv 13,23). Con questo non si vuol negare che il Signore amasse gli altri undici; sta scritto anzi nello stesso Vangelo: « Come io amo voi, così voi amatevi scambievolmente » (Gv 13,34). Dell’amore di Gesù per tutti gli Apostoli si dice anche altrove: « Poiché aveva amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13,1). Così il particolare amore che Gesù mostrò per san Giovanni, non significa che il suo affetto fu tiepido nei confronti degli altri Apostoli, ma solo che la sovrabbondanza dell’amore si riversò su colui che il privilegio della verginità, e una completa integrità della carne, rendevano particolarmente caro al Signore. È proprio per questo che il Vangelo nota l’amore più sublime ed eccezionale che Gesù ebbe per Giovanni: il contrasto non è tra amore e odio, ma tra un amore grande e uno più grande ancora, che nasce da una fonte di carità più alta.

Qualcosa di somigliante si trovava nel Cantico dei Cantici, sulle labbra della sposa: « Ordinate in me la carità» (Ct 2,4 – LXX). E carità ordinata è quella che, senza avere odio per nessuno, ama alcuni con preferenza, a causa dei loro meriti. Pur amando tutti, la carità sceglie alcuni che vuole avvolgere d’una particolare tenerezza, e anche in questo numero di privilegiati sceglie un piccolo stuolo al quale dona un affetto ancor più speciale.

XV - Coloro che dissimulano aumentano così la commozione propria e quella dei fratelli

Ma io so —-e volesse il cielo che mai l’avessi saputo — che in molti monaci non c’è carità, bensì una ostinazione e una durezza singolare. Se si accorgono di essere presi da passione verso un fratello, oppure si accorgono che il fratello è adirato con loro, si mettono a dissimulare la tristezza del loro cuore, venga essa da loro stessi o da un altro.

Si allontanano allora da coloro che avrebbero dovuto lenire con un’umile soddisfazione, con buone parole, e incominciano a cantare qualche versetto dei salmi. Credono di calmare così l’amarezza che hanno in cuore. Ma in tal modo accrescono il fuoco che hanno dentro, quel fuoco che avrebbero potuto immediatamente estinguere, se avessero saputo usare maggior gentilezza e umiltà, in modo che una scusa opportuna avesse sanato insieme la ferita del loro cuore e quella prodotta nel cuore del fratello.

Ma facendo come fanno, essi accarezzano e fanno crescere la loro pusillanimità, anzi coltivano la loro superbia, invece di spegnerne il focolaio. Non pensano al comando del Signore che dice: « Chi si adira con suo fratello meriterà d’essere condannato in giudizio » (Mt 5,22). E ancora: « Se ti rammenti che il fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta dinanzi all’altare e corri a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e fa’ la tua offerta » (Mt 5,23-24).

XVI - Dio rifiuta l'offerta delle nostre preghiere se abbiamo un’inimicizia con qualche fratello

Osserviamo fino a qual punto il Signore condanna il disprezzo che noi possiamo avere della tristezza altrui: Se il nostro fratello ha qualcosa contro di noi, Dio non accetta più le nostre preghiere. In altre parole: Dio non accetta l’offerta delle nostre preghiere finché noi non avremo allontanato, con una pronta riparazione, la tristezza dal cuore del fratello, sia essa prodotta per nostra colpa, sia che noi non ne abbiamo colpa. Il Signore non dice: se tuo fratello ha un giusto motivo per lamentarsi di te, lascia la tua offerta dinanzi all’altare e corri prima a riconciliarti con lui. No! dice: se ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, vale a dire: anche se il dissapore che ha provocato il malinteso tra te e il fratello è cosa da nulla, e il ricordo di ciò colpisce all’improvviso la tua memoria, sappi che tu non devi offrire i doni spirituali della preghiera, senza aver fatto prima scomparire i segni della tristezza dal cuore del fratello — qualunque ne sia stata la causa — con una soddisfazione piena d’affetto.

Così il Vangelo ci comanda di far le nostre scuse ai fratelli imbronciati, anche per un contrasto passato e leggero, e nato da cause di poco peso. E noi, per collere molto recenti e serie, per di più nate da nostra colpa, ostentiamo una noncuranza sprezzante! Che cosa sarà di noi? Gonfi di superbia diabolica e timorosi di umiliarci, non vogliamo riconoscere di essere responsabili della tristezza del fratello: il nostro spirito ribelle sdegna di sottomettersi al comando del Signore, e ci difendiamo col dire che quel comando non va preso alla lettera ed è impossibile a praticarsi. Ma quando giudichiamo impossibili i comandi del Signore, noi diventiamo, come dice l’Apostolo, « Non osservatori, ma giudici della legge » (Gc 4,11).

XVII - Quelli che si tengono obbligati ad essere pazienti verso i secolari più che verso i loro confratelli

C’è anche uno scandalo degno di esser pianto a calde lacrime. Alcuni fratelli sono stati offesi con una ingiuria e si presenta loro un amico che cerca di calmarli con le sue esortazioni. Il consolatore dice che non si deve mai concepire o serbare del risentimento verso un fratello, sta scritto infatti: « Chiunque si adira contro il fratello, sarà condannato in giudizio », e ancora: « Il sole non tramonti sul vostro sdegno ». A queste esortazioni essi rispondono: « Se mi avesse offeso un pagano o un secolare avrei certo dovuto sopportarlo, ma chi potrebbe sopportare che un fratello commetta un atto così grave, o dica parole così insolenti? ». Quasi che la pazienza si dovesse usare soltanto con gli infedeli e coi sacrileghi, e non con tutti indistintamente; come se la collera, condannabile verso i pagani, diventasse lecita verso i fratelli! Ma è vero, al contrario, che quando l’anima rimane ostinata nel suo rancore fa sempre peccato, chiunque sia che forma l’oggetto di quel sentimento. Quale ostinazione, anzi, quale stoltezza! Questa gente ha perduto persino il senso delle parole! Infatti, non è scritto: chi va in collera contro un estraneo sarà condannato in giudizio. Se fosse stato detto così dal Signore, ci poteva essere motivo per fare una eccezione riguardo a quelli che ci sono uniti nella comunanza di fede e di vita, come certi monaci pretendono di poter fare. Ma no; il Vangelo parla nel modo più chiaro: « Chiunque si adira con suo fratello, merita di essere condannato in giudizio ». Non c’è poi dubbio che il Signore ci insegna a stimare fratello ogni uomo. Ma se non si vuole andare tanto a fondo nel ricercare il valore di quel termine, non si potrà negare che in questo passo del Vangelo il nome « fratelli » indica i fedeli, coloro che condividono la nostra vita, prima e più che i pagani.

XVIII - Coloro che si fingono pazienti e provocano all’ira i loro fratelli

Altro errore è quello di stimarci pazienti perché talvolta non rispondiamo alcunché alle provocazioni che ci vengono rivolte. Invece di rispondere, mettiamo in ridicolo i fratelli inquieti, con un silenzio amaro, con qualche movimento o gesto canzonatorio; così, col nostro aspetto impassibile, li provochiamo alla collera più ancora che se parlassimo in tono offensivo. Noi crediamo di non essere colpevoli davanti a Dio perché non c’è uscita dalla bocca neppure una di quelle parole che gli uomini notano o disapprovano, ma ci sbagliamo. Agli occhi di Dio non hanno valore di colpa soltanto le parole, la volontà vale di più della parola. Che forse la colpa sta tutta nell’opera? Non sta piuttosto nell’intenzione e nel proposito malvagio? Non crederemo mica che il Signore, quando dovrà giudicarci, terrà conto soltanto di ciò che abbiamo fatto, e non di ciò che ci siamo proposti di fare? L’imputabilità non nasce soltanto da un fatto che muove all’ira il fratello, nasce anche dall’intenzione di muovere qualcuno all’ira. L’esame del nostro Giudice non andrà solo a cercare il modo in cui l’inimicizia è nata, ma cercherà anche per colpa di chi il fuoco si è acceso.

Bisogna soprattutto guardare al peccato in se stesso, allo sviluppo esterno che può avere. Che differenza c’è tra ammazzare uno con le proprie mani o condurlo a morte con qualche inganno? Quel che conta è che il fratello è morto! Non basta mica essersi astenuti dal sospingere il cieco in un precipizio per essere innocenti della sua morte. Se chi poteva farlo non lo ha trattenuto quando lo ha visto sull’orlo del precipizio, egli è responsabile della sua morte. Che forse è assassino soltanto colui che impicca con le proprie mani? Non Io è anche chi gli prepara o gli presenta il capestro, o almeno non si sforza di strapparglielo?

Similmente, non vale nulla tacere, se ci imponiamo il silenzio per ottenere con quello lo stesso effetto che s’otterrebbe con parole offensive; e se oltre a ciò compiamo dei gesti ipocriti che aumenteranno l’ira di colui che avremmo dovuto placare. Il colmo della colpa sarebbe se da questo contegno ipocrita ci attendessimo le lodi degli uomini.

Il silenzio descritto nel nostro esempio è dannoso a tutte e due le parti: fa crescere l’ira nel cuore del prossimo e non la estingue nel cuore nostro. A coloro che agiscono così si rivolge la maledizione del profeta: « Guai a colui che dà da bere al suo amico mescendogli il suo fiele e ubriacandolo, affine di godere lo spettacolo della sua nudità! Si riempie di ignominia anziché di gloria » (Ab 2,15-16). E un altro profeta così parla di uomini simili: « Ogni fratello è pronto a imbrogliare il fratello e ogni amico procede fintamente. Gli uni gabbano gli altri e non parlano con verità » (Ger 9,4-5), « Vibrano infatti la loro lingua come arco di menzogna e non di verità » (Ger 9,3).

Spesso una finta pazienza eccita alla collera più assai delle parole offensive; un silenzio sprezzante è più grave delle più gravi ingiurie: si sopportano meglio le percosse di un nemico dichiarato che la falsa dolcezza d’un derisore. Di questi tipi così parla il profeta: « Più blande dell’olio sono le sue parole e sono invece pugnali » (Sal 54,22), e altrove: « Le parole dei mentitori sono lievi, ma penetrano sino in fondo alle viscere » (Pr 26,22). Si può applicare al caso anche un altro testo della Scrittura: « Nella bocca ha proteste di pace con l’amico, e con l’interno gli pone le insidie » (Ger 9,8). Ma quello più ingannato è sempre il mentitore, perché sta scritto che: « Chi tende la rete davanti al suo amico, ci rimane preso » (Pr 29,5). e « Chi scava la fossa per il suo prossimo, ci cade dentro » (Pr 26,27).

Venne una grande moltitudine con spade e bastoni a prendere il Signore; fra tutta quella turba nessuno fu tanto crudele parricida contro l’Autore della nostra vita, quanto colui che stava alla testa, allo scopo di offrire al Maestro un saluto e un segno d’affetto: il bacio d’un amore perfido. E il Signore gli disse: « Giuda, con un bacio, tradisci il Figlio dell’uomo? » (Lc 22,48). Cioè: per coprire l’amaro della persecuzione e dell’odio tu prendi il segno che è fatto per manifestare la dolcezza del vero amore? Ma lo stesso Signore nostro manifesta più apertamente e amaramente la violenza del suo dolore per bocca del profeta: « Se un nemico mi avesse insultato lo avrei sopportato, e se uno che mi odia avesse insolentito contro di me, mi sarei forse guardato da lui. Ma sei stato tu, un’anima stessa con me, mia guida e mio intimo, tu che insieme con me prendevi il dolce cibo, e d’accordo procedevamo nella casa del Signore » (Sal 54,13-15).

XIX - Quelli che digiunano per sdegno

C’è poi una nuova specie di tristezza sacrilega, che io non ricorderei se non sapessi che molti fratelli ne sono presi. Quando sono tristi o adirati, si tengono per molto tempo lontani dal cibo. Lo dico con vergogna: questi uomini, finché sono calmi assicurano di non poter protrarre il loro pasto al di là dell’ora di sesta o, tutt’al più, al di là dell’ora nona, quando invece la tristezza o l’ira li riempie, non sentono più il digiuno per due giorni. L’astensione del cibo dovrebbe annientarli, invece no: la sopportano perché si nutrono di rabbia. E questo è senza dubbio un peccato' di sacrilegio: essi sopportano... ad onore del diavolo, quei digiuni che si devono offrire a Dio solo, per umiliare il cuore e purificarlo dai vizi. Questo equivale a presentare i nostri sacrifici e le nostre preghiere non a Dio, ma ai demoni. Così si diventa meritevoli del rimprovero di Mosè: « Sacrificarono ai demoni e non a Dio, a dèi che prima non conoscevano » (Dt 32,17).

XX - Coloro che dissimulano pazienza e presentano a chi li percuote l’altra guancia

Non sfugge un altro genere di stoltezza che si ritrova in alcuni monaci, i quali affettano una falsa pazienza. Essi non si accontentano di provocare all’ira i loro fratelli, li spingono fino al punto di venire alle mani. Poi, appena sono stati leggermente toccati, si voltano e presentano l’altra parte del loro corpo, come se realizzassero così la perfezione del comando divino: « Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli l’altra » (Mt 5,39). Ma essi non hanno capito per nulla questo testo del Vangelo, perché credono di praticare la pazienza evangelica abbandonandosi al vizio dell’ira.

Proprio per estirpare fin dalle radici il vizio dell’ira, il Signore non si accontentò di abrogare la legge del taglione, e le provocazioni della rissa, ma ci comandò pure di mitigare il furore di chi ci percuote con la nostra costanza a sopportare doppia ingiuria.

XXI - Come è possibile obbedire ai comandi del Signore e non acquistare la perfezione evangelica

Germano. Come si fa a condannare uno che obbedisce al comando del Vangelo e, oltre a non praticare la legge del taglione, si mostra pronto a sopportare una seconda ingiuria?

XXII - Il Signore non guarda soltanto all’atto, ma anche all’intenzione

Giuseppe. A questa obiezione ho già risposto quando ho detto che non si deve considerare soltanto l’atto materiale, ma anche la disposizione d’animo e l’intenzione di chi agisce. Considerate attentamente in cuor vostro i sentimenti che dirigono le azioni umane, esaminate da quali moti esse derivano', e vi accorgerete che la virtù della pazienza o della dolcezza, non si può esercitarla con lo spirito opposto, cioè con lo spirito d’impazienza e d’ira.

Il Signore e Salvatore nostro ci ha voluto formare ad una virtù sincera, ad una virtù che non stesse soltanto sulle nostre labbra, ma dimorasse nel santuario più intimo dell’anima nostra. Dice dunque il Signore nella sua formula di perfezione evangelica: « Se uno ti percuote sulla guancia destra, mostragli l’altra », ma qui dobbiamo sottintendere l’altra destra. L’altra destra non si può poi intendere se non si riferisce alla faccia dell’uomo interiore.

Il Signore desidera pertanto estirpare dal profondo dell’anima ogni fuoco d’ira. Vuole che quando l’uomo esteriore si trova ad essere percosso sulla guancia destra, dal colpo di un ingiusto aggressore, il nostro uomo interiore presenti anch’egli la sua destra alla percossa, consentendo umilmente all’offesa. L’uomo interiore deve partecipare al dolore dell’uomo esteriore sottomettendo, abbandonando, in certo modo, il corpo all’ingiuria.

Insomma: bisogna che l’uomo interiore non si adiri, neppure leggermente, del colpo ricevuto dall’uomo esteriore.

Da questo potete vedere come e quanto, quei monaci dei quali abbiamo parlato, sono lontani dalla perfezione evangelica, la quale insegna a conservare la pazienza non a parole, ma con la tranquillità intima del cuore. Ed ecco come ci ordina di comportarci quando avviene qualcosa di contrario: non basta tenersi lontani dai movimenti violenti dell’ira, dobbiamo anche — nell’accettare l’ingiuria — cercare di calmare coloro che si adirano per loro propria colpa, vincere l’ira con la nostra dolcezza, ottenere che ritrovino la calma mentre ci percuotono.

Così osserveremo il comando dell’Apostolo che dice: « Non lasciarti vincere dal male, ma vinci nel bene il male » (Rm 12,21). Ma di ciò non sono capaci coloro che pronunciano parole di dolcezza e d’umiltà in spirito di iracondia e di superbia. Invece di spegnere in se stessi il fuoco dell’ira, essi avvivano le fiamme nel loro cuore e in quello del fratello. Anche ammettendo che riescano, per quanto personalmente li riguarda, a conservare in qualche modo la dolcezza della pace, non ne trarranno alcun frutto di giustizia, perché cercano di ottenere la gloria della pazienza a danno del prossimo. In tal modo si rendono totalmente estranei alla carità raccomandata dall’Apostolo, la quale « non cerca il proprio interesse » (1 Cor 13,5), ma quello degli altri. Essa non desidera arricchirsi a danno degli altri, non vuole acquistare alcunché spogliandone il primo possessore.

XXIII - È forte e sano chi sa piegarsi alla altrui volontà

Generalmente dimostra di essere più forte chi sottomette la sua volontà, a quella del fratello, che non colui il quale si mostra ostinato a difendere e conservare la sua volontà. Il primo, per il fatto che sa sopportare paziente- mente il prossimo, merita un posto nella schiera degli uomini forti e valorosi; il secondo è da annoverarsi fra i deboli e forse anche tra gli ammalati, perché ha bisogno di essere accarezzato e coccolato. Talvolta sarà opportuno astenersi anche dalle cose necessarie per farlo stare tranquillo e in pace. E quando per compiacere a un debole il monaco tralascerà qualche pratica, non pensi di nuocere alla sua personale perfezione. Anzi, la longanimità e la pazienza lo faranno molto progredire. Dice infatti l’Apostolo: « Voi che siete forti, sopportate le debolezze dei deboli » (Rm 15,1) e ancora: « Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo » (Gal 6,2).

Mai un debole può dar forza a un debole, o un malato può curare e guarire un malato. Solo chi non è debole può portare aiuto a chi è vinto dalla debolezza. Altrimenti c’è ragione di dirgli: « Medico, cura te stesso » (Lc 4,23).

XXIV - I deboli sono pronti all’ingiuria ma non sopportano di essere ingiuriati

C’è da notare anche un altro particolare che è proprio dei deboli. Sono pronti e facili all’offesa, facili a far nascere litigi; essi però non vogliono' essere sfiorati neppure dall’ombra dell’ingiuria. Pieni di insolenza, trattano tutti dall’alto in basso, usano parole e atti superbi, ma dopo tanta libertà che si sono presi, non possono sopportare un’offesa o una mancanza di riguardo leggerissima.

Così siamo invitati a tornare alla sentenza degli Anziani, i quali dicevano che l’amicizia non può durare stabile e continua fino in fondo, se non tra uomini di eguale virtù e dello stesso sentimento. Altrimenti un giorno o l’altro dovrà rompersi, anche se uno degli amici avrà fatto grandi sforzi per conservarla.

XXV - Come può essere forte chi non sa sopportare sempre un debole?

Germano — Come può essere degna di lode la pazienza dell’uomo perfetto, se quello non riesce a sopportare il debole fino in fondo?

XXVI - Il debole non permette che lo si sopporti

Giuseppe — Io non ho detto che la pazienza dell’uomo forte e robusto deve lasciarsi vincere, ma le cattive disposizioni del debole, anche se curate da parte del forte, andranno crescendo di giorno in giorno, finché non potranno' più essere sopportate. Oppure sarà il debole stesso, che, vedendo nella pazienza del prossimo una condanna alla sua impazienza, preferirà allontanarsi, piuttosto che sentirsi continuamente sopportato dalla pazienza dell’amico.

Ecco ora la legge che a mio avviso devono osservare tutti coloro che desiderano conservare immutato il sentimento dell’amicizia. Innanzi tutto, quali che siano le offese che lo colpiscono, il monaco conserverà la pace; non solo sulle labbra, ma nel fondo del cuore. Se si sente anche minimamente turbato, rimanga in silenzio e osservi diligentemente quanto dice il salmista: « Mi son turbato, ma non ho parlato » (Sal 76,5). E ancora: « Dissi: custodirò le mie vie, per non peccare con la mia lingua. Posi alla mia bocca un fermaglio, mentre stava l’empio dinanzi a me. Ammutolii e mi umiliai, e tacqui più del conveniente » (Sal 38, 2-3).

Egli non deve fermarsi a considerare il presente, non deve lasciarsi uscire dalle labbra ciò che gli suggerisce la collera, ciò che gli detta il cuore esasperato. Deve invece ripensare nel cuore la grazia della carità d’un tempo; oppure deve rivolgere il suo sguardo all’avvenire, per vedere la rappacificazione come già avvenuta, e state a contemplarla, ora, mentre sente i moti dell’ira, sicuro che presto dovrà tornare.

Mentre si tiene pronto per la dolcezza della pace vicina, non sentirà l’amarezza della discordia presente e darà una risposta tale da non doversene pentire lui e da non poterne essere rimproverato dal fratello, quando l’amicizia sarà ristabilita. In tal modo metterà in pratica il consiglio del profeta: « Nell’ira ricordati della misericordia » (Ab 3,2 – LXX).

XXVII - Come reprimere l’ira

Dobbiamo dunque reprimere tutti i moti d’ira e regolarli con la regola della discrezione, affinché non siamo trasportati a quell’eccesso di cui parla Salomone quando dice: « Lo stolto spande tutta la sua collera, il sapiente la distribuisce in parti » (Pr 29,11 – LXX). Cioè: lo stolto si infiamma alla vendetta sotto l’impulso dell’ira, il saggio si domina e fa sbollire la sua ira a poco a poco, con la maturità del suo consiglio e con la sua moderazione.

La stessa cosa ci insegna l’Apostolo: « Non vi vendicate da voi stessi, ma date luogo all’ira » (Rm 12,19). Cioè: non vi affrettate a vendicarvi, sotto l’accecamento della passione, ma lasciate passare la collera. O più chiaramente ancora: non permettete che il vostro cuore resti stretto- nelle angustie dell’impazienza e della pusillanimità, altrimenti non potrà fronteggiare la tempesta violenta dell’ira quando si sollevi. Allargatelo piuttosto e accogliete i flutti avversi dell’ira negli spazi allargati della carità, che tutto sopporta e tutto sostiene.

La vostra anima, così dilatata dalla larghezza della longanimità e della pazienza, abbia in sé una specie di tempio del consiglio, nel quale il fumo nerissimo dell’ira si spanda e si dissolva. Ma la parola dell’Apostolo si può intendere anche in altro modo. Noi diamo spazio alla collera tutte le volte che ci pieghiamo con anima umile e tranquilla davanti all’ira del fratello e riconoscendoci in qualche modo meritevoli di tutte le ingiurie, cediamo all’impazienza imperversante dell’altro.

Infine ci sono quelli che intendono le parole dell’Apostolo: « Date spazio alla collera », come un consiglio di allontanarsi da colui che si è adirato. Ma in questo modo i motivi di avversione si covano, non si estinguono: così almeno io la penso. Bisogna vincere la collera del prossimo subito, per mezzo di un’umile soddisfazione: la fuga serve più ad accrescere che ad estinguere l’ira.

Ecco un’altra parola di Salomone che ben s’intona con le precedenti: « Non ti affrettare in cuor tuo all’ira, perché l’ira riposa nel seno degli stolti » (Qo 7,9). E ancora: « Non esser pronto alla rissa per non avere da pentirtene alla fine » (Pr 25,8).

Se la sacra Scrittura condanna le collere immediate, non si dovrà per questo dire che approvi quelle lente. No! A quanto detto sopra bisogna aggiungere un’altra sentenza di Salomone che dice: « Lo stolto manifesta immediatamente la sua collera, ma l’uomo sapiente nasconde la sua vergogna » (Pr 12,16). Da questo passo consegue che Salomone condanna certamente la facilità d’inquietarsi, ma non approva tuttavia il vizio che si dipana lentamente. Dice soltanto che l’ira deve rimanere nascosta, se per una fatalità inerente alla debolezza umana, si produce in noi. Va tenuta nascosta e compressa, affinché si dilegui completamente. Questa infatti è la natura dell’ira: compressa, s’illanguidisce e muore; liberata, cresce maggiormente.

Dobbiamo dunque allargare i nostri cuori, affinché, pressati dalle angustie della pusillanimità, non abbiano a rimanere soverchiati dai turbolenti marosi dell’ira. Non si può ricevere in un cuore stretto il comando di Dio che è larghissimo; non si può, senza dilatare il cuore, cantare col profeta: « La via dei tuoi precetti io corro, quando tu allargherai il mio cuore » (Sal 118,32).

Che la pazienza è saggezza, ci vien ripetuto una infinità di volte nella sacra Scrittura: « L’uomo paziente è molto prudente, l’impaziente è stoltissimo » (Pr 14,29). Perciò, di colui che domandò a Dio la sapienza, la sacra Scrittura dice: « Dio diede a Salomone grande sapienza e prudenza e una larghezza di cuore incommensurabile, come la rena che sta sulla riva del mare » (1 Re 4,29).

XXVIII - Le amicizie nate da patti segreti non sono durature

Ecco un’altra cosa che l’esperienza ha spesso dimostrato vera: coloro che hanno costruito la loro amicizia sulla base di un giuramento o di un patto segreto, non sono mai vissuti nella concordia. E questo dipende da due motivi: o perché si sforzano di conservare quell’amicizia non col desiderio della perfezione e per il comando della carità apostolica, ma per un amore terrestre e per la necessità del patto giurato; oppure l’amicizia non durò perché l’astuto nemico li fece correre precipitosamente verso la rottura, allo scopo di farli diventare inadempienti al giuramento prestato.

È dunque certissima la sentenza tramandataci da uomini pieni di prudenza: la vera concordia, l’amicizia indissolubile, può trovarsi soltanto in una vita senza macchia e fra persone della stessa virtù e degli stessi ideali.

Questa fu la conferenza spirituale che il beato Giuseppe ci fece sul tema dell’amicizia e c’infervorò con più vivo ardore a difendere sempre quella carità che già ci univa.

 


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