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La peculiare posizione del Vescovo nella Chiesa ed il sacramento della Confessione come preparazione spirituale per la Santa Eucaristia

 

Metropolita Gennadios Arcivescovo Ortodosso d'Italia e Malta

2011


 
 

 

Il nostro Signore Gesù Cristo è il Capo ed il Salvatore della Chiesa, il suo Fondatore ed Edificatore, la sua pietra angolare . E’ nel contempo il suo Sposo, che l’ha amata e si è consegnato alla morte, per santificarla e glorificarla, come anche per donare la salvezza e la vita eterna  a quanti credono in Lui.
Alla Persona Divina ed Umana del Fondatore della Chiesa sono state uniti in modo perfetto ed assoluto tre dignità (carismi): quella Arcisacerdotale (di Sommo Sacerdote), quella Profetica e quella Regale, carismi che si sono manifestati durante la sua incarnazione e grazie a cui ha preparato l’uomo, da una parte a vederLo nella Chiesa, alla sua santificazione e redenzione, mentre dall’altra parte lo conserva con la sua guida, dirigendolo verso il luogo della Grazia, della Salvezza e dell’eternità.
E’ una verità incontestabile che abbia consegnato ai suoi discepoli la “Triplice dignità”, vale a dire quella di Sommo Sacerdote, di Maestro e di Buon Pastore .
I discepoli ricevettero questo Triplice carisma – dignità – durante la sua presenza sulla Terra e divenne manifesto nel giorno di Pentecoste, che è il genetliaco del Chiesa.
La fondazione come anche la nascita della Chiesa seguono un percorso comune nel tempo e perseguono lo stesso obiettivo, che è la salvezza dell’uomo.
Più semplicemente possiamo affermare che “il Sacerdozio è il Salvatore del genere umano esteso nei secoli”.
Com’è noto, il Sacerdozio nel Nuovo Testamento ha come punto di partenza la Pentecoste e come portatori gli Apostoli, che lo ricevettero come “grazia e missione affinché fosse udita la fede fra tutti i popoli nel suo nome” .
La missione lungo il tempo del Sacerdozio, il cui scopo - come si è detto – è la salvezza del genere umano per mezzo di Gesù Cristo, non sarebbe potuta riuscire solo per mezzo dei mortali Apostoli.
Era assolutamente necessario il proseguimento dell’opera di Gesù Cristo, reso possibile grazie al Sacramento della Sacra Consacrazione dei Vescovi, per cui abbiamo la creazione di una ininterrotta serie di consacrazioni episcopali, detta Successione Apostolica, che garantisce la regolarità e il riconoscimento dei Vescovi, dei Sacerdoti e dei Diaconi all’interno della Chiesa, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica.   
Sant’Ignazio il Teoforo afferma che il Vescovo è stato posto nella comunità cristiana della Chiesa “in luogo e modello di Cristo”. Riporta, inoltre, che il Vescovo è “Primate nella chiesa, al posto di Dio” .
Sempre, secondo questo famosissimo padre ed autore della nostra pura Fede dei primi tre secoli, il Vescovo è “modello del Padre”  e “degno di Dio” ,  e, di conseguenza, la sua presenza umana è la presenza visibile di Gesù Cristo.
E’ degna di menzione l’affermazione di Sant’Agostino, Vescovo di Ippona che, a proposito del Vescovo, scrive “alter Christus” (“altro Cristo”).
Sant’Ignazio il Teoforo sottolinea che il Vescovo ha ricevuto il Carisma di “esercitare la funzione di Vescovo (sorvegliare)” da Cristo stesso, il quale è “il Vescovo di tutti” . Indimenticabili sono le affermazioni dello stesso Padre: “E’ necessario obbedire senza alcuna ipocrisia, poiché qualcuno non s’inganni vedendo questo Vescovo visibile e così raggiri quello Celeste” .
Caratteristica è l’affermazione di San Cipriano, Vescovo di Cartagine: “Il Vescovo è per la Chiesa e la Chiesa è per il Vescovo. Se qualcuno non è con il Vescovo, non è con la Chiesa” .
Possiamo, dunque, vedere ed ammirare come la Teologia Patristica dei primi secoli del Cristianesimo identifichi il Vescovo con la Chiesa e la Chiesa col Vescovo.
San Cipriano parla innanzitutto con chiarezza e serietà dell’indissolubile legame tra il Vescovo e la Chiesa e, quindi, ricorda con enfasi che chi non conserva la comunione col Vescovo si pone al di fuori del corpo di Cristo, fuori della sua Chiesa.
Il contributo del Vescovo di custodire e conservare l’unità dei fedeli della Chiesa locale, come anche di quella universale, costituisce un importantissimo capitolo dell’Ecclesiologia Ortodossa.
Il Vescovo è il garante dell’unità e ne è il segno visibile; essa si compie con la celebrazione della Divina Eucarestia, che è Cristo stesso, che è offerta dallo stesso Vescovo, il quale per suo mezzo unisce i membri del corpo della Chiesa con Cristo invisibile, poiché professano la Fede comune, così come si uniscono con i fratelli visibili e, conseguentemente, con tutta la Chiesa visibile ed invisibile, la Chiesa universale.
Sant’Ignazio il Teoforo, scrivendo ai cristiani di Filadelfia , afferma: “quanti sono di Dio, sono anche di Gesù Cristo, costoro sono col Vescovo”, sottolineando in modo estremamente chiaro l’enorme importanza della comunione col Vescovo, che è comunione con Cristo, come anche la missione del Vescovo l’allontanemento di quelli del corpo della Chiesa che tramano contro di lui, turbano l’unità della Chiesa, dividono la Tunica senza cuciture dell’unità ed adorano il Diavolo .
Degno di essere rammentato è quanto scrive San Giovanni Crisostomo ai cristiani di Efeso: “neppure il sangue del martirio è in grado di perdonare il loro peccato” , vale a dire che l’intrigo, il turbamento dell’unità, la divisione e separazione aprono la strada al culto del Diavolo.
A questo punto possiamo sottolineare che, durante i primi tempi del Cristianesimo, la celebrazione della Divina Eucarestia e la Predicazione erano riservati esclusivamente ai Vescovi. Ne abbiamo diverse testimonianze.
1.    La Divina Eucarestia nella Epistola di San Clemente ai Corinzi è chiamata “doni del Vescovato”, poiché sono offerti solo dal Vescovo.
2.    Nell’antico testo della “Tradizione degli Apostoli” le preghiere della Sacra Ordinazione dei celebranti era un diritto del Vescovo “offrirti i doni della tua Santa Chiesa”.
3.    San Giustino il Filosofo e Martire scrive che la Divina Eucarestia era offerta solo dal superiore, vale a dire dal Vescovo.
Il Sacrificio incruento è celebrato sul Santo Altare, che è centro della comunità ecclesiastica, la quale non solo crede, ma anche rende culto.
Il Vescovo è il centro visibile ed il Capo dell’Assemblea dei fedeli, riceve dai fedeli i doni offerti e li offre a Dio Padre, pregandolo di inviare il Suo Spirito Santo per trasformare “questo pane al prezioso corpo del Signore, Dio e nostro Salvatore Gesù Cristo” .
Nei primi tempi del Cristianesimo, la persona del Vescovo, in modo particolare nei tempi dei Padri Apostolici, era identificata con la Persona di Gesù Cristo e principalmente nel pensiero teologico e pastorale di Sant’Ignazio il Teoforo, la persona Divina ed Umana di Cristo è collegata con la persona del Vescovo.
Oltre a ciò e il collegamento del Vescovo con il Santo Altare, Sant’Ignazio introduce la preghiera del Vescovo e scrive che colui il quale non partecipa al Sacramento della Santa Eucarestia cade nella superbia, a cui può sfuggire sottomettendosi al Vescovo. Ai cristiani di Tralle scrive che il sacerdote, o altri, che facciano qualcosa senza l’approvazione del Vescovo si identifica con quello che si trova escluso dall’altare.
I gradi – i titoli - del sacerdozio, “Sacerdote” e “Sommo Sacerdote”, in origine erano utilizzati per Gesù Cristo e nei primi tempi dei Cristianesimo, furono riferiti ai Vescovi.
Lo stesso sacrificio di Cristo si perpetua per mezzo della Divina Eucarestia. Poiché, quindi, solo il Vescovo offriva la Divina Eucarestia, per tale motivo solo Lui ebbe il titolo di Cristo “Sommo Sacerdote”, o, in origine, “Sacerdote”.
San Cipriano di Cartagine  nella sua epistola scrive che il Vescovo è il “Sacerdos” della Chiesa, il solo sacerdote, il solo che offre la Divina Eucarestia.
Somma importanza riveste quanto egli afferma nella stessa lettera: “Ecco, ormai da sei anni né la Fraternità ha un Vescovo, né il popolo una guida, né il gregge un pastore, né la Chiesa un Governante, né Cristo un rappresentante, né Dio un Sacerdote” .
L’aumento dei membri del corpo della Chiesa e la necessità di una migliore cura pastorale spinse la Chiesa a rafforzare il secondo grado del Sacerdozio, vale a dire quello dei Presbiteri. Costoro ricevevano la Grazia per mezzo dell’imposizione della mani da parte dei Vescovi . I Presbiteri celebravano tutti i sacramenti ad esclusione della Santa Cresima  e della Sacra Ordinazione, ma insegnavano la Parola di Dio e governavano i fedeli .
La relazione tra presbiteri e Vescovo è stretta, sia dal punto di vista sacramentale che spirituale.
Sant’Ignazio il Teoforo fornisce una risposta ad un altro tema: “Non si deve battezzare o celebrare senza autorizzazione del Vescovo … nessuno senza autorizzazione del Vescovo compia quanto spetta alla Chiesa, sicuramente sia celebrata l’Eucarestia o da parte del Vescovo, da parte di chi ha ricevuto da lui il permesso … chi fa qualcosa all’insaputa del Vescovo adora il Diavolo”.
Un’antica prassi della Chiesa giustifica la dipendenza spirituale dei presbiteri dal Vescovo, nel corso di tutte le celebrazioni e, principalmente, nel corso della celebrazione della Divina Eucarestia. Quest’antica prassi della Chiesa giustifica anche l’incapacità dei Presbiteri di celebrare la Divina Eucarestia senza la comunione sacramentale e la loro unità col proprio Vescovo, come anche senza il loro permesso.
Trasgredire la commemorazione del nome del Vescovo nel corso delle sacre celebrazioni e sanzionata in modo estremamente grave sino anche alla stessa deposizione del sacerdote allo stato laicale.
La dipendenza spirituale dei presbiteri dal Vescovo è indicata anche dalla consacrazione, nel corso della celebrazione della Divina Liturgia, dell’ “Antiminsion”, che reca la firma del Vescovo e ne manifestano la sua presenza spirituale nel Tempio.
Il noto canonista Theodoros Valsamòn così spiega il Canone 31 del Concilio di Trullo, il quale vieta la celebrazione della Divina Liturgia in una casa privata (chiesa privata): “Come sembra, hanno pensato a ciò e gli “antiminsia” sono consacrati da parte dei Vescovi … non solo … al posto dell’intronizzazione, dell’inaugurazione e consacrazione della chiesa, ma anche perché appaia che la celebrazione in casa avviene col permesso del Vescovo” .
Sono certamente di somma importanza le sagge parole di Sant’Ignazio il Teoforo, in relazione all’armonia ed all’unità, quando chiamano e caratterizzano i Presbiteri come corde che “con concordia ed accordo di sentimenti”, risuonano melodicamente nella cetra del Vescovo .
    San Simeone di Tessalonica sottolinea lo stesso concetto: “Il Vescovo è immagine di Gesù; insieme a lui il presbitero nel celebrare i sacramenti; negli altri carismi, quindi, il Vescovo è immagine del Padre della Luce, dal quale proviene ogni elargizione buona ed ogni dono perfetto, ed è pertanto portatore di luce …” .
I Concili locali ed Ecumenici hanno definito i seguenti poteri canonici del Vescovo.
1.    La carica a vita.
2.    Il suo potere canonico nella sua diocesi.
3.    L’esercizio del suo potere spirituale ed amministrativo, vale a dire Vescovile, della sua dignità ad insegnare e governare.
4.    i doveri del Vescovo di fronte all’autorità Ecclesiastica ed ai confratelli nell’Episcopato.
    In conclusione, si può affermare che, in quanto centro visibile della presenza di Cristo, risulta preziosissima ed importantissima la presenza del Vescovo Ortodosso nel corpo della Chiesa per il suo armonioso funzionamento, che ne propizia il progresso spirituale, morale, sociale e culturale.
    La Confessione è Sacramento di amore e libertà, di pace e speranza, di unità e salvezza. Nel corso della Confessione il penitente, esponendo con pentimento i propri peccati riceve l’amore e la pace da parte del Padre Spirituale e, conseguentemente, la Grazia Divina. E’ liberato dalla schiavitù del peccato per conseguire la remissione, la salvezza e, quindi, la speranza di essere membro del Regno dei Cieli.
    In questo modo, per mezzo del Sacramento della Confessione, l’uomo incontra se stesso (autocoscienza), incontra l’altro (conoscenza dell’altro) ed incontra lo stesso Dio (conoscenza di Dio).
    La particolarità del Sacramento della Confessione consiste nel fatto che il Padre Spirituale, come Cristo, ha il potere di sciogliere e legare i peccati, possiede il carisma della Paternità Spirituale, che è speciale e precisamente in ciò consiste la particolarità del Sacramento, che si distingue da tutti gli altri Sacramenti.
    Questa particolarità unica del Sacramento della Confessione è del tutto evidente e comprensibile da quanto segue.
    Come sappiamo,  la celebrazione degli altri sacramenti richiede l’ordinazione canonica del sacerdote, mentre solo il Sacramento della Confessione richiede, oltre a ciò anche la benedizione da parte del Vescovo per attivare il carisma della Paternità Spirituale. In concreto, questa singolare cura spirituale da parte del Vescovo di concedere la Paternità Spirituale rende unico e del tutto necessario il Sacramento della Confessione, senza il quale non è possibile partecipare alla Divina Eucarestia.
    In parallelo con l’unicità e la particolarità di tale Sacramento vi è anche il suo compito e le problematiche connesse. Di conseguenza, secondo la mia umile opinione questo servizio spirituale ed ecclesiastico del sacerdote-confessore risulta sacra e santa, ma anche difficile e carica di responsabilità, poiché grazie ad essa il sacerdote incontra il peccato, che è umano, incontra la mancanza di volontà a convertirsi, che è diabolico, ma incontra anche il desiderio della conversione, che è divino.
    Il Sacramento della Confessione apre la porta della salvezza e rende l’uomo partecipe della Divina Eucarestia. Di somma importanza è l’affermazione di San Gregorio il Teologo, il quale in modo molto chiaro e luminoso, nei propri scritti,, sottolinea in modo del  tutto singolare la purificazione personale dei pastori-confessori:“Occorre essere purificati e, quindi, purificare, essere resi saggi e, quindi, istruire, diventare luce e, quindi, illuminare, avvicinarsi a Dio e, quindi, guidare gli altri, essere santificati e, quindi, santificare, essere presi per mano e, quindi, consigliare con sapienza”.
    Anche noi, come confessori, abbiamo bisogno di confessarci, per essere purificati, per essere illuminati, per essere resi saggi ed in seguito potremo purificare, illuminare, consigliare e salvare le anime.
    Capita che ci siano confessori che si siano confessati una sola volta, per ricevere il Permesso Canonico e che da allora abbiano cessato di confessarsi.
    Tre sono solitamente i motivi di ciò. Innanzitutto l’acquisizione di una falsa autosufficienza spirituale, che colpisce i confessori col trascorrere di molti anni di ministero sacerdotale. Poi l’indifferenza dei confessori per la vita spirituale ed in particolare per l’autocontrollo e l’ascesi. Infine    il cosciente rifiuto del Sacramento della Confessione. Ciascuno di questi tre motivi presenta la sua gravità, conducono i confessori ad evitare la confessione e soprattutto il primo motivo si presenta come pieno di egoismo luciferino, disumano e indifferente, il secondo lo mostra secolarizzato e stolto, mentre il terzo lo mostra come sacerdote per mestiere, senza Fede, pace e speranza.
    Ben sappiamo che lo scopo essenziale del Sacramento della Confessione è l’unione dell’uomo con la persona di Cristo ed anche, e senza dubbio, con il Corpo della Chiesa.
    Scopo di base ed essenziale del Sacramento della Confessione non è solo il perdono dei peccati e, di conseguenza, la purificazione, ma anche la riconciliazione ed unione dell’uomo con Dio, la comunione dell’anima-sposa con Cristo suo Sposo.
    Tra il penitente ed il confessore, senza dubbio, si crea uno strettissimo rapporto spirituale. Si crea tra di loro fiducia, il penitente considera il confessore come il proprio padre, al quale manifesta l’intimo del proprio cuore. La fiducia è rafforzata dall’amore e dalla comprensione che il confessore offre insieme alla remissione dei peccati che concede.
    Possiamo, quindi, concludere che questi rapporti tra confessore e penitente possono giungere a tragiche conseguenze quando è allontanato Cristo ed al suo posto vi è il Padre Spirituale, allora questo rapporto non è più cristocentrico, ma antropocentrico. In questo caso la confessione non ha più un carattere sacramentale e si esaurisce in rapporti umani con numerose biasimevole conseguenze.
    Vediamo che alcuni confessori confondono la persona di Cristo con quella del confessore, creano artificialmente un clima malato e gioiscono nel ricevere onori dovuti a Cristo. In modo consapevole o meno questa sostituzione della Persona di Cristo con la propria persona è una grande tentazione, è lo stesso diavolo che spinge a ciò il confessore. Questa inconsapevole usurpazione del posto di Cristo da parte del confessore nell’avere onori, potere sui figli spirituali, a farsi considerare santo, a farsi ubbidire ciecamente, crea un clima malsano di una sua presenza come fosse divina. Queste situazioni sono malate, diaboliche e si celano sotto un manto di falsa pietà, estremamente pericolose sia per il confessore che per il penitente.
    Qual è il rimedio? Il rimedio deve cominciare dal Padre Spirituale. Dal confessore, per concludersi poi nei nostri figli spirituali. Deve avere come punto di partenza la confessione del confessore a sua volta sotto l’epitrachilion del proprio Padre Spirituale, ma anche nell’obbedienza al Vescovo, il quale “regolerà” la situazione, forse con la revoca della Paternità Spirituale per la salvezza dello stesso confessore.
    Il confessore guida senza violenza il penitente alla comunione con Dio, non minaccia, non tenta di schiacciare la personalità del penitente per ottenerne la sottomissione alla volontà di Dio. Abbiamo detto in precedenza che la confessione è un Sacramento di amore e libertà, di pace e di unità, di speranza e di salvezza. Il confessore deve comprendere di avere una enorme responsabilità davanti a Dio e che solo la verità salva.
    La verità, quindi, è che i sacerdoti, i confessori, sono “dispensatori dei sacramenti di Dio” (“οικονόμοι των Μυστηρίων του Θεού”), sono servitori, non padroni delle anime e degli uomini. Certamente quando comprendiamo e viviamo questa verità, come confessori, allora con rispetto sincero, con amore nel Signore, con disponibilità evangelica, con pazienza e serenità ascetica, con dedizione e spirito di sacrificio saremo vicini alle anime dei penitenti per la cui salvezza e vita eterna Cristo ha versato e donato il proprio Sangue.
    Carissimi e direttissimi sacerdoti, monaci e monache, la Confessione non è una scherzo e non è cosa facile. Secondo la nostra umile opinione si tratta da ogni punto di vista di un difficile servizio.
    Già in precedenza abbiamo parlato dei carismi del confessore, che con la forma di Cristo lo costituiscono come una personalità completa. Con l’autocoscienza, con l’umiltà, con la preghiera, con la contrizione del cuore deve chiedere la misericordia di Dio per essere guarito da qualsiasi afflizione, da qualsiasi disillusione, da qualsiasi forma di disperazione ed avvilimento morale.
    Trasmetterai questo deposito e questa eredità spirituale e liturgica integra e priva di macchia solo se vivrai secondo l’insegnamento di San Paolo Apostolo: “non sono io che vivo, ma Cristo vive in me”.

 


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