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Il digiuno come correttivo allo spreco

Omelia di S.S. il Patriarca Ecumenico

dal discorso tenuto da Sua Santità il Patriarca Bartolomeo presso il monastero di Utstein, 23 giugno 2003




Il digiuno come correttivo allo spreco.
(dal discorso tenuto da Sua Santità il Patriarca Bartolomeo presso il monastero di Utstein, 23 giugno 2003)

Proviamo ad esplorare un aspetto specifico della pratica ascetica ortodossa, il digiuno. I fedeli ortodossi si astengono dal mangiare latticini e carne per quasi metà dell’anno. C’è il grande digiuno della Quaresima prima di Pasqua, il periodo di astinenza prima del Natale, il digiuno prima della Dormizione ad agosto e prima della festa degli Apostoli, a giugno. Vi è anche una pratica settimanale di astensione dai latticini e dalla carne ogni mercoledì e venerdì (i monaci se ne astengono anche il lunedì), oltre a certi giorni specifici di digiuno in commemorazione di particolari eventi o santi. Che digiuniamo per quasi metà anno è in se stesso indice dello sforzo fatto per riconciliare il tempo laico con il tempo sacramentale, il tempo di questo mondo con il tempo del regno che deve venire.
Se esaminiamo il digiuno più attentamente, vedremo che non mira a negare il mondo, ma ad affermare l’importanza e la sacralità della creazione materiale. È un modo per integrare corpo e anima e al contempo ricordarsi della fame degli altri. In realtà è diventare consapevoli della fame di restaurazione e guarigione della creazione stessa. Quando digiuniamo ci ricordiamo che non viviamo di solo pane. Ci ricordiamo che facciamo parte anche di un’intera comunità, della compagine umana e dell’ambiente naturale. Questo è il motivo per cui i cristiani ortodossi non digiunano mai da soli o secondo il loro capriccio; digiuniamo sempre assieme agli altri e in determinati periodi dell’anno. Perciò digiunare è sapere e riconoscere che “del Signore è la terra e tutto quello che contiene” (Sal 23,1). È dichiarare che la creazione materiale non è sotto il nostro controllo; che non va sfruttata egoisticamente, ma piuttosto va offerta in rendimento di grazie e restaurata in un atto di comunione con Dio. In ultima analisi, e al di là della percezione che la gente ha del digiuno e dell’ascetismo, digiunare è imparare a dare e non semplicemente rinunciare. È imparare a condividere e ad entrare in relazione con gli altri e con il mondo naturale. È un modo di amare, di allontanarsi gradualmente da ciò che io voglio per avvicinarmi ai bisogni del mondo di Dio. È liberarsi dalla paura, dall’avidità e dalla compulsione. È riconquistare un senso di meraviglia, essere ricolmi di benevolenza e vedere tutte le cose in Dio e Dio in tutte le cose.
L’atteggiamento ortodosso verso l’ascetismo e la pratica del digiuno sembra non proporre alcun metodo per trattare e risolvere i problemi del nostro tempo. Tuttavia, come le azioni individuali di decine di migliaia di membri della società producono un inquinamento enorme, così la volontaria limitazione di ogni fedele ortodosso è di grande beneficio per tutti. È una lezione che serve per imparare a “coltivare e custodire la terra” (Gen 2,15). Perciò la disciplina del digiuno diventa un correttivo indispensabile alla cultura dello spreco. È un modo per spezzare cattive abitudini e vedere il mondo con occhi nuovi o con gli occhi di Dio.


 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio



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