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16.06: Memoria dei Ss. Ceccardo Vescovo di Luni in Toscana e martire; Griciniana e Actinea Martiri a Volterra sotto Diocleziano e Massimiano; Mauro presbitero e suo figlio Felice originari dalla Siria e poi eremiti a Narni in Umbria (verso il VI secolo)

 




 

San Ceccardo Vescovo di Luni in Toscana e martire

Ceccardo visse nel IX secolo e morì martire a Luni, forse nell'860, quando la città fu distrutta dai normanni di re Hastings che, secondo un'antica leggenda avrebbe confuso Luni con Roma. In un atto dell'816 si parla di Ceccardo come "clericus filuis Siribaldi", che sarebbe stato il successore del vescovo Petroaldo, citato nel Concilio di Roma dell'826. L'epigrafe in un'ara rinascimentale, che parla della morte del vescovo Ceccardo avvenuta nel 600, è stata invece rifiutata di storici.

Tratto da 

http://www.enrosadira.it/santi/c/ceccardo.htm
Ceccardo, sarebbe morto per la fede a Luni, città in cui era vescovo, ma non nel 600, come afferma un'ara rinascimentale a noi giunta: " + HIC IACET CORPUS DIVI CECARDI MARTIRIS EPI LUNESIS.-HIC SANCTUS PASSUS EST P. FIDE XPI SUB ANO CCCCCC". 
Tale cronologia è stata respinta poiché certamente nel 600 il vescovo di Luni era Venanzio; d'altronde, in un periodo in cui la Lunigiana era bizantina, un vescovo lunense non poteva chiamarsi Ceccardo (nome longobardo).
I Bollandisti fanno, dunque, di Ceccardo il successore del vescovo Gualchiero e suppongono che sia morto martire nell' 892, mentre si procacciava, sui monti di Carrara, i marmi necessari alle riparazioni delle chiese devastate di Luni. Questa prospettiva storica è stata seguita dalla cronotassi ufficiale della Chiesa lunense, pubblicata nel 1887. 
Ma di recente il Formentini, sulla base dell'esauriente ricostruzione storica di G. Sforza, ha ribadito che l'incursione normanna che distrusse la città di Luni avvenne nell'860 ed ha collegato con tale distruzione l'eccidio del vescovo ricordato dalla tradizione. Questo vescovo può essere Ceccardo: 
in un atto del settembre 816 figura un "Sicheradus [Ceccardo] clericus filius Sibaraldi". Il clericus sarebbe divenuto, più tardi, il successore del vescovo Petroaldo (citato nel concilio romano dell' 826) e sarebbe stato martirizzato nell' 860 nella rovina della sua città.
I lunensi superstiti, trovato scampo a Carrara (dove la curia rimase a lungo), onorarono di culto il santo martire di cui avevano trasportato seco le spoglie, come sicuro presidio.
Lo sviluppo di tale culto finì per fare di Ceccardo il protettore di Carrara, dov'è festeggiato il 16 giugno.
Quanto all'epigrafe sopraccitata, si può supporre che riproduca vecchie iscrizioni, notate nel settembre dell'anno 1442 da Ciriaco Anconitano presso la chiesa di san Ceccardo nel piano di Carrara, ma non ha alcun valore probativo.
La data del martirio fu inizialmente fissata in base alla tradizione orale, legata a copiosi elementi leggendari. 
D'altra parte, la connessione della distruzione di Luni con l'uccisione del vescovo risulta dalle più antiche fonti scritte, come il racconto di Dudone di san Quintino (1015 circa) e quello del monaco Paolo dell'abbazia di Chartres (sec.XI).


TRATTO da
https://www.santodelgiorno.it/san-ceccardo-di-luni/

Redasse un breve commemorationis dell'episcopato di Petroaldo, in cui da chierico si firma come Sicheradus Silitraldi. Il nome indica la probabile origine da famiglia bizantina. Subì il martirio da vescovo quando i Vichinghi di Hastein conquistarono Luni nell'860. Secondo differenti tradizioni avrebbe invece subito il martirio a Carrara o ad Avenza intorno al 600 o nell'895, ma tali notizie sono tutte senza fondamento.

Nel luogo indicato dalle leggende è sorta, almeno a partire dal XIV secolo, la chiesa di San Ceccardo, contenente una piccola fonte scaturita dove avrebbe toccato terra il primo fiotto di sangue del martire (leggenda simile è alla base del monastero delle Tre Fontane a Roma). Il suo corpo si conserva nel Duomo di Carrara e ha subito almeno quattro ricognizioni: nel 1599 durante l'episcopato di Giovanni Battista Salvago, nel 1625, nel 1782 e nel 1949, durante l'episcopato di Carlo Boiardi, vescovo di Apuania. Il culto di San Ceccardo vescovo e martire fu fortemente promosso da parte dei Canonici di San Frediano di Lucca, che ebbero la cura del Duomo fino ai tre quarti del XVIII sec.; data dopo la quale, per provvedimento della duchessa di Modena, la chiesa passò al clero diocesano, con diritto, da parte della Comunità di Carrara, di proporne la nomina del priore. Questa attività di propaganda faceva parte di una mirata azione di pressione da parte dei succitati canonici, volta ai riconoscimento della giurisdizione "nullius diocesis" della chiesa stessa. E'assolutamente da escludere, allo stato attuale delle fonti documentarie, che ciò sia stato mai realizzato. Tuttavia questo nulla toglie alla forte devozione della cittadinanza fin dai tempi più remoti e al valore della testimonianza di fede e di evengelizzazione("usque ad sanguinis effusionem") di San Ceccardo - a cui la tradizione attribuisce numerosi miracolosi interventi - e da parte dei suoi predecessori nella carica di vescovo di Luni, verso le popolazioni della campagna lunense, ancora fortemente suggestionate dal paganesimo pre-romano, politeismo, animismo e dalla stregoneria rurale.
La solennità di San Ceccardo, patrono della città, del comune e del vicariato di Carrara, ricorre il 16 giugno.
fonte:wikipedia.org
tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/57500
Luni, città etrusca posta sul confine tra la Liguria e la Toscana, un tempo ricca e prosperosa, dovette forse la sua più terribile devastazione ad un errore di calcolo della flotta vichinga. I Normanni di re Hasting, secondo un'antica leggenda, avrebbero confuso Luni con Roma, vittima prescelta delle loro scorrerie. Nell'850 avevano già messo stabilmente piede in Inghilterra e poi, varcato lo stretto di Gibilterra, Roma era l'ultima meta agognata, ma lo splendore di Luni fece loro credere di essere giunti a destinazione.
Re Hasting escogitò un piano ingegnoso: lasciate le navi ad un approdo poco lontano, entrò in città da solo fingendo di voler comprare vettovaglie per i suoi uomini e poi chiese al vescovo di essere istruito nella religione cristiana e battezzato. Ammesso nella comunità cristiana, si finse dunque ammalato e, appena rientrato tra i suoi uomini, simulò d'esser morto. I cittadini di Luni ed il loro vescovo andarono allora a prelevare la salma per seppellirla in terra benedetta, ma appena il feretro, accompagnato dai Vichinghi, giunse nella cattedrale, dalla cassa si rilazò re Hasting, vivo e vegeto, armato di tutto punto. Era l’860 ed il grande eccidio ebbe inizio. Toccò a San Ceccardo, quale successore del vescovo Gualchiero perito nell'eccidio, il compito di ricostruire materialmente e spiritualmente la città. Ceccardo, infatti, recatosi nei pressi di Carrara per scegliere i marmi della nuova cattedrale, venne iniquamente ucciso da alcuni tagliapietre presso le cave di marmo, meritandosi la fama di martire, come attesta il Martirologio Romano.
Nel luogo indicato dalle leggende è sorta, almeno a partire dal XIV secolo, la chiesa di San Ceccardo ad Acquas, contenente una piccola fonte scaturita dove avrebbe toccato terra il primo fiotto di sangue del martire. Il suo corpo si conserva nel Duomo di Carrara e ha subito almeno quattro ricognizioni: l’ultima nel 1949, durante l'episcopato di Carlo Boiardi, vescovo di Apuania.
La festa di San Ceccardo, patrono della città, del comune e del vicariato di Carrara, è solennemente festeggiata il 16 giugno.

 

 

 

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Sante Griciniana e Actinea Martiri a Volterra sotto Diocleziano e Massimiano


Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/93265
Purtroppo le notizie sulle due sante Griciniana e Actinea, sono davvero poche e nel contempo poco attendibili.
È probabile che fossero originarie di Volterra o dei territori circostanti; sembra che siano state decapitate nel 303, al tempo dell’ultima sanguinosa persecuzione contro i cristiani, attuata dall’imperatore Diocleziano (243-313) e dal suo associato l’imperatore Massimiano (250-310).
Actinea e Griciniana sono menzionate in una lettera di un papa Innocenzo, ma si è discusso inutilmente se fosse Innocenzo II (1130-1143) o Innocenzo III (1198-1216), con la quale si permetteva di solennizzare il giorno della traslazione delle loro reliquie e di cantarne l’Ufficio liturgico proprio.
Le loro reliquie furono scoperte nel 1140, a Volterra, nel monastero dei Santi Giusto e Clemente; attualmente le reliquie o buona parte di esse, sono venerate nella Collegiata della Madonna Assunta, della medioevale cittadina di Casole d’Elsa, a poca distanza dall’etrusca Volterra, dove furono ritrovate.
Altro non si sa, la loro festa liturgica a Volterra, Val d’Elsa e nella provincia senese, si celebra il 16 giugno, forse a ricordo del giorno della traslazione delle reliquie.

 

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San Mauro presbitero e suo figlio Felice originari dalla Siria e poi eremiti e monaci a Narni in Umbria (verso il VI secolo)


Tratto da http://www.iluoghidelsilenzio.it/abbazia-di-san-pietro-in-valle-ferentillo/
L’11 aprile del 491 d.C. si insediò sul trono dell’impero Anastasio I Dicoro, fedele all’eresia monofisita, fin qui è storia, a seguito di ciò, e qui inizia la leggenda che però probabilmente deriva da fatti realmente accaduti, ancorché non documentati da fonti, trecento monaci siriaci, per sfuggire alle persecuzioni, s’imbarcarono verso l’Italia.
Accolti qui da Papa Ormisda, con la sua autorizzazione si recarono ad evangelizzare popoli che vivevano sull’appennino umbro marchigiano e fra cui il cristianesimo non era ancora molto diffuso.
Fondarono eremi e abbazie lungo la via Flaminia o nei suoi pressi, tra i monaci più noti ricordiamo Spes, Eutizio, Fiorenzo, Isacco, Mauro e suo figlio Felice.


Tratto da http://www.lavalnerina.it/dett_luogo.php?id_item=87
L’Abbazia dei Santi Felice e Mauro, in Val di Narco, spicca per il candore delle sue pietre nella valle umbra. Splendido esempio del romanico umbro, l’Abbazia dei SS. Felice e Mauro, racconta e ricorda le gesta di Mauro e Felice e degli altri monaci ed eremiti giunti dalla Siria sulle montagne dell’Umbria nel VI secolo d.C. La Chiesa fu consacrata nell’aprile del 1194.
La storia dell’Abbazia dei Santi Felice e Mauro è inscindibilmente legata al vicino centro di Castel San Felice e può essere schematizzata in tre fasi: la prima di carattere eremitico, come ancora ricordano le grotte nei pressi del fiume; la seconda, si identifica con la Chiesa di S. Felice di Narco, sec XII, ma il primo insediamento fu, forse, un monastero edificato nel sec. VI da Mauro di Siria e dedicato al figlio Felice; la fase successiva è costituita dal castello come denuncia anche la sua stessa denominazione, derivante dalla vicina Chiesa.
La facciata della Chiesa è suddivisa in tre ordini sovrapposti, al centro del primo, in basso, si apre il portale a doppio incasso. Al centro del secondo ordine, si apre il rosone all’interno di un quadrato ornato negli angoli dai simboli degli evangelisti. Sotto il rosone, il fregio in bassorilievo che racconta l’uccisione del drago. A destra e sinistra del rosone si stagliano due finestre con colonnine tortili. L’elegante timpano poggia su una serie di diciassette archetti e reca, in alto, l’Agnus Dei, inserito in una conchiglia simbolo di rinascita e contrassegno degli insediamenti monastici benedettini. Segno d’amore e di sapienza, una grande rosa di rame al di sopra dell’Agnello.
Il rosone, circondato da una cornice dentellata, è composto da colonnine doppie, disposte in due cerchi concentrici e, nel cerchio più interno si aprono otto petali e sedici sull’esterno. Il fregio ricorda le gesta di Mauro e Felice: a sinistra, la grotta dalla quale è uscito il drago, probabilmente la stessa che si trova alle spalle della Chiesa, sulle sponde del Nera, riconoscibile dalle concrezioni scavate dalle acque, forse sede di un culto oracolare. La stessa grotta in cui venivano calati per mezzo di corde bambini per attingere “l’Acqua Santa di San Felice”. Secondo la leggenda più antica fu Mauro ad uccidere il drago, anche se le leggende più tarde conferiscono il merito al figlio Felice, ancora in tenera età, per dimostrare che a decidere l’esito delle imprese è Dio e non la forza dell’uomo.
Alle spalle di Mauro che, nel fregio brandisce l’ascia per uccidere il drago, è infatti raffigurato un angelo che benedice l’impresa. Davanti al Santo, un altro angelo protettore assiste all’uccisione del drago insieme ad un terzo Santo, probabilmente Felice. Alle sue spalle un altro Santo è intento a pregare: forse si tratta di una rappresentazione sincronica, raffigurante Mauro che si prepara a compiere l’impresa. Sulla destra del fregio, il celebre miracolo della resurrezione del figlio di una vedova operato da Felice.
La Chiesa, ad unica navata, è illuminata internamente, dall’alto, da quattro monofore aperte, su ciascuna delle pareti. Il presbiterio, in stile cosmatesco, si innalza al di sopra dello spazio dei fedeli e vi si accede salendo gradini di pietra che, come le virtù, sono sette. L’abside conserva ancora l’antica copertura con lastre di pietra. Cristo benedicente e solenne tra due angeli, nel catino, fu dipinto dal maestro di Eggi alla metà del Quattrocento. Nel tamburo, tra San Sebastiano protettore della peste e Santa Apollonia protettrice dei denti, la Madonna con il Bambino.
Due gradinate, ai lati della scalinata, conducono alla cripta. Un piccolo sarcofago romano in calcare rosato, custodito da un’antica ferrata, contiene quanto resta della natura terrena di Felice, Mauro e della nutrice, giunta con loro dalla Siria. Sopra il sarcofago un affresco del Cristo Risorgente. Una colonna romana in granito grigio e capovolta, sorregge le volte al centro della cripta.
Tra i molteplici affreschi rimasti, quello di maggiore importanza è quello presente nella parete di sinistra, risalente alla prima metà del Quattrocento e raffigurante l’adorazione dei Magi. Sulla parete di destra della navata, un affresco raffigura San Mauro nell’atto di attirare il drago fuori dal suo nascondiglio tramite un’esca appesa ad una canna. Più avanti, l’arcangelo Michele mentre tiene a bada il Diavolo, pesa le anime.
Dipendente dall’Abbazia di Farfa, o dalla vicina Abbazia di San Pietro in Valle, ospitò numerosi monaci congregati sotto la Regola benedettina e nel XII secolo assurse al rango di Priorato, alle dipendenze dell’Abbazia di Sassovivo. Successivamente il Priorato passò al clero secolare e nel 1536 da Clemente VII fu concesso in commenda alla famiglia Lauri di Spoleto.

Nell’ampio prato dell’Abbazia, sulle rive del Nera, si svolge ogni anno l’1 e il 2 maggio la festa della primavera, dedicata ai fiori e alle piante da giardino e che rappresenta per molti aspetti un prolungamento simbolico dell’operosità di Mauro, Felice e degli altri monaci ed eremiti che hanno abitato questi luoghi nel corso dei secoli.

 

 

 


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