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27.06: Memoria dei Ss. Anecto, martire di Cesarea; Crispo prete, Crispiniano e Benedetta asceta martiri a Roma; Maggiorino vescovo di Acqui in Piemonte; Deodato vescovo di Nola

 




 

27.06: Memoria di Sant'Anecto, martire

Sant’Anecto era un uomo pio e zelante nella fede, un’importante risorsa della Chiesa di Cesarea di Cappadocia, per la sua cultura e le sue opere. Nel 298 Urbano, il governatore della città, lo fece arrestare e, non riuscendo a fargli rinnegare la fede, decise di far ricorso alla violenza e alla tortura. All'inizio fu frustato. Poi con chiodi di ferro gli squarciarono il corpo, gli trapassarono le caviglie e bruciarono le ferite con candele accese. Poiché Anecto era ancora in vita, lo decapitarono. Così questo autentico cristiano guadagnò la corona del martirio. 

a cura del Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo - Napoli

 

 

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Santi Crispo prete, Crispiniano e Benedetta asceta martiri a Roma sotto Giuliano l’Apostata (verso il 362)

Tratto da https://www.romafelix.it/storia-di-giovanni-e-paolo-alle-case-romane-del-celio/
Chi erano Giovanni e Paolo? Due fratelli cristiani martirizzati durante l’impero di Giuliano l’Apostata (361-363).
È quanto racconta la passio redatta nel IV secolo che consta di tre versioni consecutive: nella prima vengono presentati come maggiordomo e primicerio, ovvero capo della cancelleria imperiale, di Costantina, figlia di Costantino imperatore, poi come soldati del generale Gallicano e infine come privati cittadini, nella loro casa del Celio, molto munifici di elemosine e aiuti grazie ai beni ricevuti da Costantina.
La versione adottata dalla tradizione racconta che nel 361 era salito al trono l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata, per via della sua decisione di ripristinare il culto pagano. Egli, per farlo, chiamò a corte proprio Giovanni e Paolo così che potessero collaborare al progetto. I due fratelli – che dovevano avere molta considerazione a corte – rifiutarono l’invito dell’imperatore e Giuliano mandò loro il capo delle guardie, un certo Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove. Persistendo nel rifiuto, Giovanni e Paolo vennero sequestrai nella loro casa per una decina di giorni, perché riflettessero sulle conseguenze del gesto d’insubordinazione attuato. A quel punto, un prete di nome Crispo, informato del fatto, si recò insieme con Crispiniano e Benedetta, entrambi cristiani, a visitare i due fratelli portando loro la santa Comunione e un po’ di conforto. Trascorsi i dieci giorni, Terenziano tornò alla casa minacciando e lusingando i due per tre lunghe ore. Vista l’impossibilità di convincerli ad adorare Giove, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati. Era il 26 giugno del 362.
Crispo, Crispiniano e Benedetta, avendo ricevuto notizia della morte di Giovanni e Paolo, si recarono alla casa dei due fratelli, dove furono sorpresi dalle guardie dell’imperatore e, a loro volta, uccisi.

 

Tratto da http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_22116_l1.htm
Tutto quel che sappiamo di loro proviene da documenti liturgici, alcuni dei quali a loro contemporanei, e dalla Passio di cui abbiamo la trascrizione del VI secolo. Cosa che ha fatto storcere il naso a molti. Come se la liturgia cristiana si potesse permettere le favole e non fosse memoria di fatti. E senza tener presente poi che è stato proprio con la guida della Passio che nel secolo scorso fu rintracciata la casa dove Giovanni e Paolo furono uccisi, le loro fosse scavate nel tufo vergine e la confessio edificata qualche anno più tardi sul posto da Bizante e Pammachio.
I due fratelli ci vengono presentati come dignitari della corte imperiale, eredi di Costantina, la figlia di Costantino morta nel 354. In rotta col nuovo imperatore Giuliano, proprio a causa dei beni ricevuti, che è probabile siano stati contestati loro e che essi, a causa della loro fede cristiana, non avranno permesso fossero confiscati a beneficio degli dei falsi e bugiardi. Magari si trattò di quella stessa casa che è stata ritrovata sotto la Basilica a loro intitolata sul Celio, a Roma, e che documenta evidentemente la presenza di cristiani.
La Passio si apre con le parole di Giuliano (non presentato peraltro come intervenuto di persona, in rispetto del dato storico che vuole che Giuliano mai sia venuto a Roma): «Il vostro Cristo dice nel Vangelo che chi non rinuncia a tutto ciò che possiede non può essere suo discepolo». Giuliano pretende giustificare la confisca dei beni che i due fratelli avevano ricevuto in forza di quel ricatto etico che sarebbe inconcepibile fuori dell’apostasia cristiana. Tant’è vero che in epoca moderna è diventato norma.
Di fronte all’invito dell’imperatore a essergli fedeli, i due cristiani rifiutano: «Tu hai abbandonato la fede per seguire cose che sai benissimo non avere nulla a che fare con Dio. Per questa apostasia abbiamo smesso di rivolgerti il nostro saluto». Per questo, aggiungono, ci siamo sottratti «a societate imperii vestri».
Giuliano manda allora ai due fratelli un messaggio pieno di lusinghe e minacce: «Anche voi siete stati educati a corte, perciò non potete esimervi dallo stare al mio fianco, anzi io vi voglio fra i primi della mia corte. Ma attenzione: se riceverò una risposta sprezzante da voi, non potrò consentire che restiate impuniti». (In effetti, scrive lo storico Socrate che «Giuliano indusse a sacrificare molti cristiani, parte con lusinghe, parte con donativi». Ci furono defezioni specie fra i militari, ma non ne mancarono addirittura fra i chierici).
I due fratelli mandano a riferire questa loro risposta: «Noi non ti facciamo il torto di anteporre a te un’altra persona qualunque. Ma solo Dio, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che vi sono contenute. Temano perciò la tua ira gli uomini attaccati al mondo. Noi temiamo solo d’incorrere nell’inimicizia dell’eterno Dio. Perciò vogliamo farti sapere che non aderiremo mai al tuo culto (numquam ad culturam tuam), né verremo nel tuo palazzo».
L’imperatore concede loro ancora dieci giorni «per riflettere», perché «vi risolviate a venire da me, non per forza ma spontaneamente».
I due fratelli ribattono: «Fa’ conto che siano già passati i dieci giorni». E Giuliano: «Pensate che i cristiani faranno di voi dei martiri?... ».
Paolo e Giovanni allora chiamano i loro amici, Crispo, prete della comunità di Roma, Crispiniano e Benedetta. A loro raccontano tutto. Celebrano insieme l’Eucaristia e poi invitano i cristiani, dando disposizioni relative a tutti i loro beni. Trascorsi dieci giorni, l’undicesimo scattano gli arresti domiciliari.
Saputa la notizia, Crispo e gli altri amici accorrono, ma non è permesso loro di entrare. Entrano invece l’istruttore di campo Terenziano (quello che la Passio dice essere stato l’estensore del racconto, una volta convertito) e i suoi poliziotti. Ai due fratelli, che stavano pregando, intima di adorare un idolo, altrimenti saranno trafitti dalla spada «non essendo conveniente uccidere pubblicamente uomini cresciuti a corte». Giuliano voleva evitare in ogni modo che ci fossero martiri fra i cristiani. E se ci fossero stati, che fossero dissimulati.
«Per noi», rispondono i due, «non c’è altro signore che l’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, che Giuliano non ha temuto di rinnegare; e siccome è stato respinto da Dio, vuole trascinare anche altri nella rovina sua».
Dopo un paio d’ore i due cristiani vengono giustiziati. È il 26 giugno del 362. Sono segretamente sepolti nel criptoportico della loro stessa casa. E viene messa poi in giro la voce che i due erano stati mandati in esilio.
Crispo, Crispiniano e Benedetta immaginano la loro sorte, ma non possono far altro che piangerli e pregare per conoscere il luogo della loro sepoltura. Vengono esauditi. Ma anche loro subiscono la decapitazione per mano del figlio di Terenziano.

 

 

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San Maggiorino vescovo di Acqui in Piemonte

Tratto da
http://www.santiebeati.it/dettaglio/92383
Tutte le più antiche diocesi del Piemonte venerano come santi i loro rispettivi primi vescovi. I più celebri sono sicuramente Sant’Eusebio di Vercelli e San Massimo di Torino, nonché San Gaudenzio di Novara. E’ invece purtroppo completamente scomparso il culto di Sant’Eulogio di Ivrea e di San’Eustasio di Aosta. Accantonato per secoli, ma oggi rinvigorito è invece il proto-vescovo dell’antica Chiesa acquese San Maggiorino o Maiorano, o Malerino. Questi visse nel IV secolo e l’antica tradizione che lo vuole primo vescovo della città di Acqui Terme era attestata da una pergamena risalente all’XI secolo, prezioso cimelio del Capitolo della Cattedrale oggi scomparso. Fortunatamente il vescovo Pedroca ne inserì una copia nel suo capolavoro “Solatia chronologica Sanctae Ecclesiae Aquensis”, le cui prime righe nella traduzione italiana suonano così: “Qui si indicano i nomi di alcuni vescovi della Chiesa di Acqui che è situata in quella parte d’Italia detta delle Alpi Cozie: Maggiorino che resse la sede vescovile per 34 anni e 8 mesi; morì il 27 giugno; sepolto a S. Pietro...”. In queste due scarne righe sono così stati espressi gli unici presunti dati storici sul santo vescovo. Ma un’antichissima tradizione vuole Maggiorino uno dei 65 vescovi ordinati dal papa San Silvestro I nella prima metà del IV secolo e da lui inviati, in seguito al celebre Editto di Costantino a reggere nuove Chiese nella cristianità, che finalmente entro i confini dell’Impero Romano poté essere esente da persecuzioni.
Confrontando questi dati che indicano i quasi 35 anni dell’episcopato di San Maggiorino con le affermazioni dello storico Coiro, secondo il quale il terzo vescovo acquese avrebbe presenziato al Sinodo di Milano del 390, si ha così ulteriore conferma della tradizione che vuole Maggiorino inviato dal Papa quale primo vescovo di Acqui Terme.
Il Pedroca volle ricordarlo “quale intrepido emulatore nel predicare la fede cattolica e cultore fedele della verità cristiana”. Similmente si pronunciò l’antico Martyrologium della Chiesa acquese: “il 27 giugno da lungo tempo si venera San Maggiorino, che altri chiamano Maliorino, vescovo della Diocesi acquese. Il suo corpo dapprima sepolto in S. Pietro, l’antica cattedrale, fu da San Guido traslato nella nuova cattedrale, come risulta da antica scrittura”.
Riferì ancora il Pedroca: “Esiste presso l’Archivio vescovile una pergamena antichissima portante l’elenco dei vescovi che parteciparono al Sinodo romano del 324, presieduto da Papa Silvestro, dove si leggono i nomi di Maiorinus e Meliorinus: forse uno di quei due fu il Maggiorino (o Meliorino) di Acqui”.
Dal punto di vista storico sembra però più probabile la presenza di Maggiorino fra i 300 vescovi occidentali che parteciparono al Concilio di Milano convocato dall’imperatore Costanzo nel 355 contro Sant’Atanasio.

 

TRATTO da http://www.diocesiacqui.piemonte.it/san_maggiorino.htm
E’ riconosciuto dagli studiosi, unanimemente, quale fondatore e primo vescovo della Chiesa acquese, a conferma, oltre la quasi bimillenaria tradizione, si ha un valido documento: la pergamena del sec. XI, glorioso cimelio del Capitolo della Cattedrale, conservato in quell’Archivio fino a che misteriosamente scomparve. Per nostra fortuna ne conservò copia il vescovo Pedroca inserendola nel suo capolavoro “Solatia chronologica Sanctae Ecclesiae Aquensis”. Ne riportiamo le prime righe nella traduzione italiana: “Qui si indicano i nomi di alcuni vescovi della Chiesa di Acqui che è situata in quella parte d’Italia detta delle Alpi Cozie: Maggiorino che resse la sede vescovile per 34 anni e 8 mesi; morì il 27 giugno; sepolto a S. Pietro…”. In due righe sarebbe racchiusa la vita-documentata del nostro primo vescovo. Ma è doveroso ricordare di lui quanto è stato tramandato dalla storia popolare: “Una tradizione, antichissima, fatta propria da eminenti studiosi e cara a tutti gli acquesi, vuole il nostro Maggiorino uno dei 65 vescovi creati da Papa S. Silvestro (314-333 d.C.) e da lui mandati, dopo l’editto di Costantino (313 d.C.) “a reggere nuove Chiese nella cristianità, finalmente libera da persecuzioni”.
Confrontando i dati della pergamena che indica di quasi 35 anni l’episcopato di S. Maggiorino con le affermazioni date dallo storico Coiro (secondo cui il terzo vescovo di Acqui era presente al Sinodo di Milano nel 390), si ha conferma che Maggiorino sia stato mandato dal Papa quale primo vescovo di Acqui negli anni 325-330, come vuole l’antica tradizione.
Il Pedroca lo ricorda “quale intrepido emulatore nel predicare la fede cattolica e cultore fedele della verità cristiana”. Lo stesso riporta l’antico Martirologico della Chiesa acquese dove si legge: “il 27 giugno assai da lungo tempo si venera S. Maggiorino, che altri chiamano Maliorino, vescovo della Diocesi acquese… Il suo corpo dapprima sepolto in S. Pietro, l’antica cattedrale, fu da S. Guido traslato nella nuova cattedrale, come risulta da antica scrittura…”.
Riferisce ancora il Pedroca: “Esiste presso l’Archivio vescovile una pergamena antichissima portante l’elenco dei vescovi che parteciparono al Sinodo romano del 324, presieduto da Papa Silvestro dove si leggono i nomi di ‘Maiorinus’ e ‘Meliorinus’ e commenta “forse uno di quei due fu il Maggiorino (o Meliorino) di Acqui”.
Sembra godere di più larga probabilità la presenza di Maggiorino fra i 300 vescovi occidentali partecipanti al Concilio di Milano nel 355, voluto dall’imperatore Costanzo contro S. Atanasio.
(da “I vescovi della Chiesa di Acqui dalle origini al XX secolo”, editrice Impressioni Grafiche, 1997)

 

 

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San Deodato vescovo di Nola e discepolo di San Paolino di Nola (verso il 473)

Tratto da http://www.santiebeati.it/dettaglio/59510

La sua Vita, edita in compendio dal Ferrari, in integro dall'Ughelli e dal bollandista Papebroch, il quale la dice scritta o trascritta nel 1117, ci informa che Deodato fu arciprete di Nola al tempo del vescovo Paolino il giovane, morto nel 442. Era così prudente e circospetto «Ut omnibus presbyterorum et clericorum consensu totius Ecciesiae Nolanae administratio in redditus exigendis ac dispensandis [ei] committeretur: et sic quodam modo episcopus erat». Accusato da malevoli presso l'imperatore Valentiniano III di disporre dei predetti beni «pro arbitrio et ad proprium usum», prima fu incarcerato, indi esiliato, e, infine, non senza l'intervento di Dio, rimesso in libertà. Due anni dopo successe a Paolino.
La sua morte avvenne il 26 giugno 473; fu sepolto nella sua città.
Quando, forse, era ancora arciprete, si era preparato il proprio cenotafio con questa iscrizione: «Deodatus indignus archipresbyter Sanctae Nolanae Ecclesiae requiescit hic», seguita da uno spazio libero per la data di morte. Sembra, però, che al suo decesso gliene fosse dedicata un'altra, che cominciava: «Dilectus a Deo et hominibus in sacerdotium». Ora, mentre il citato bollandista interpreta sacerdotium nel senso di episcopatum e non di archipresbyteratum, il Mallardo afferma che egli fu soltanto arciprete e non vescovo di Nola. Il Lanzoni tuttavia (p. 238) lo conserva nella lista episcopale, al sesto posto, e non sembra ragionevole negar fede all'antico autore della Vita, che ve lo pose. Verso l'840 il suo corpo fu trasportato a Benevento (BHL, I, p. 322, n. 2136).

 

 


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Santi di oggi

i santi di oggi 25-01-2022

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i santi di domani 26-01-2022

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