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LE ERESIE DURANTE IL PERIODO DEL III CONCILIO ECUMENCIO E L’INSEGNAMENTO TEOLOGICO E PASTORALE DI QUESTO CONCILIO SULLA THEOTOKOS

 

Archim. Tr. Ecum. Athenagoras Fasiolo

Relazione al XII incontro del clero diocesano, Napoli 2019




 

LE ERESIE DURANTE IL PERIODO DEL III CONCILIO ECUMENCIO E L’INSEGNAMENTO TEOLOGICO E PASTORALE DI QUESTO CONCILIO SULLA THEOTOKOS


Archim. Tr. Ecum. Athenagoras Fasiolo

La crisi ecclesiale che porto l’Imperatore Teodosio II a convocare una grande Assise Ecumenica a Efeso nel 431, viene spesso collegata al Patriarca di Costantinopoli Nestorio, che salì sul trono patriarcale il 10 aprile 428, anche se il giudizio su questo Patriarca divide gli storici moderni. Alcuni lo reputano ortodosso e vittima di intrighi politici, altri ne danno il tradizionale giudizio di eretico o di iniziatore di una eresia che scosse la Chiesa Cristiana, appena uscita dalle principali dispute cristologiche dei due Concili precedenti. In realtà ci troviamo difronte ad una disputa di due scuole di pensiero rappresentate da Antiochia e Alessandria. Nestorio è un rappresentante della scuola Antiochena, mentre il suo principale oppositore, Cirillo è il principale rappresentante della scuola alessandrina. Roma, allora guidata da Papa Celestino, è più vicina alle tesi alessandrine. La scintilla viene provocata dai modi impetuosi di Nestorio, che nella sua lotta contro le eresie, attacca l’uso per lui improprio del termine Theotokos, che oggi traduciamo con Madre o Genitrice di Dio, ma che in realtà significa Colei che partorisce Dio. Questo termine attribuito a Maria, non appare con il Concilio di Efeso, ma esso ha una più lunga storia, in quanto è presente nella Chiesa almeno dal II secolo, intravisto nel Vangelo di Luca (Lc 1, 43), in cui si parla della “Madre del mio Signore”. Già un tropario del III secolo, attribuisce a Maria il titolo di “Theotokos”: Ὑπὸ τὴν σὴν εὐσπλαγχνίαν, καταφεύγομεν, Θεοτόκε. Τὰς ἡμῶν ἱκεσίας μὴ παρίδῃς ἐν περιστάσει, ἀλλ᾽ ἐκ κινδύνων λύτρωσαι ἡμᾶς, μόνη Ἁγνή, μόνη εὐλογημένη., riportato nel mondo latino con la versione: “Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix. Nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus, sed a periculis cunctis libera nos semper, Virgo gloriosa et benedicta.”, mentre la versione ambrosiana è una traduzione fedele del calco greco.
Nella sua battaglia, Nestorio, influenzato dalla scuola antiochena e soprattutto da Teodoro di Mopsuestia, afferma di non poter accettare questo termine, se non legato anche a “anthropotokos”, o tutt’al più a “theodochos” (colei che ha ricevuto Dio). In realtà non si tratta di un problema che interessa la Vergine, ma piuttosto è uno dei problemi che già i due concili precedenti e molti sinodi locali, avevano lasciato aperto sul tema della Incarnazione. Nestorio non si spinse mai però agli estremi delle tesi di Paolo di Samosata che vedeva in Cristo un puro uomo, adottato da Dio o elevato a Figlio, ma presenta i limiti della teologia antiochena che parte dalla dualità delle nature per giungere alla unità. Essa esprime il fatto che la nascita e la passione non sono attribuite alla divinità di Cristo, ma alla sua umanità e pertanto Maria deve essere chiamata “Christotokos”, perché ella non ha generato la divinità. Secondo questa scuola, “Dio è stato unito alla carne crocifissa, ma non ha sofferto con essa”. Secondo Nestorio, Maria ha generato un uomo, strumento della Divinità. Sebbene egli non intenda confondere o mescolare la divinità impassibile e immutabile alla umanità soggetta alla sofferenza ed alla morte, non intende tuttavia neppure separarle, ma intende una unione delle due nature. Nel primo dei suoi discorsi da Patriarca, sottolinea: “A causa di chi lo porta, venero colui che è portato, a causa di colui che è nascosto, io adoro colui che è visibile: il Dio invisibile è inseparabile da colui che è visibile, perciò non separo l’onore e la dignità di colui che non è separato. Separo le nature, ma unisco la adorazione… Confessiamo che Egli è duplice, e adoriamolo come unico. Egli è duplice quanto alle nature, ma uno a causa dell’unità”. Unità definita come συνάφεια, ossia congiunzione, collegamento. Accenniamo solamente che vi è una profonda divergenza di intendere i termini di natura e persona / φύσις, πρόσωπον, in quanto parlando delle due nature di Cristo, è portato ad intenderle come due persone. Così facendo viene messa in pericolo la unità di Cristo e quindi tutta la teologia salvifica della Incarnazione. Se la carne di Gesù non è la carne di Dio, come può darci la vita eterna? Se la morte sulla croce non è la morte di Dio, come può salvarci dalla morte?
Tali continue esternazioni creano scandalo e rivolte nella stessa Costantinopoli, soprattutto tra i monaci e il clero, ma anche nel popolo. Ma non solo. Nestorio aveva scritto a Celestino di Roma informandolo della sua presa di posizione, ritenendo il termine Theotokos un rigurgito di Ario e di Apollinare. Celestino tradusse le lettere di Nestorio in latino e le fece analizzare da Cassiano, abate di San Vittore a Marsiglia. Allo stesso tempo si agitava anche Alessandria per le posizioni di Nestorio. Non dimentichiamo che dal Concilio di Costantinopoli del 381, la sede di Alessandria era stata portata al terzo posto nei dittici, lasciando il secondo posto alla Nuova Roma, che godeva degli stessi privilegi della Antica Roma. Anche se in tutto il corpus degli scritti di Cirillo di Alessandria, non compare mai una rivalsa di questa sede, è però evidente che i vescovi dell’Egitto avevano mal digerito tale posizione. Alessandria si era trovata spesso in contrasto con la Capitale imperiale, e anche in questo caso Nestorio si rammarica degli intrighi del Patriarca di Alessandria. Tuttavia Cirillo è preoccupato solamente di salvaguardare la fede di Nicea.
La scuola alessandrina, di cui Cirillo è uno dei principali attori, considera in primo luogo non le due nature, ma la unica persona del Logos, che esiste da tutta l’eternità e che alla fine dei tempi si è incarnata. Partendo da Giovanni, in cui “e il Verbo si fece carne”, lontano da ogni apollinarismo, afferma che: “Come il Verbo di Dio Padre è perfetto quanto alla divinità, così è perfetto quanto alla umanità: non ha assunto un corpo senz’anima, bensì un corpo animato di un’anima razionale”. La incarnazione non implica nel Verbo alcun cambiamento, non vi è né assorbimento, né mescolanza, né confusione. Κατα φύσιν, è una unione fisica. Al pari della Trinità che nessuno metteva in dubbio, “una natura, tre ipostasi”, la stessa formula classica Cirillo la applica per Cristo. Non vi è in Cristo che una sola natura, quella del Verbo incarnato: Μια φύσις του Θεού Λόγου σεσαρκωμένη. Se la carne di Gesù è la carne del Verbo, allora essa è divina, vivificante e divinizzante, ponendo così la stessa correlazione tra Incarnazione ed Eucarestia. Pertanto Maria è madre di Gesù e Madre del Verbo e quindi Theotokos.
Cirillo scrive una lunga lettera a Nestorio, un documento dogmatico che sarà canonizzato dal Concilio di Efeso, in cui espone la dottrina dei Padri e della Chiesa sull’argomento, invitando Nestorio a ritrattare le sue affermazioni. Nestorio lo accusa di apollinarismo e rigetta le tesi di Cirillo, che a sua volta intratterrà una stretta corrispondenza con Giovenale di Gerusalemme e Celestino di Roma e molti altri vescovi dell’oriente. A Roma, un sinodo si terrà sull’argomento nel 430 che condannerà le tesi di Nestorio, accusandolo di “ragionare del Logos Dio diversamente di come ritiene la fede comune”, e Celestino chiede a Cirillo di correggere Nestorio, facendolo ritrattare. Il Patriarca di Alessandria scriverà altre due lettere-documenti al Patriarca di Costantinopoli, che a sua volta interesserà Giovanni di Antiochia, Teodoreto e Andrea di Samosata, accusando nuovamente Cirillo di apolinnarismo.
Preoccupato dei dissidi e dei forti rumori nella Chiesa, l’Imperatore Teodosio II, su stesso suggerimento di Nestorio, informa Cirillo della decisione di convocare un Concilio a Efeso, per la Pentecoste dell’anno 431, chiamando tutti i Metropoliti con alcuni dei propri Vescovi e diffidandoli dal non partecipare. Anche i vescovi occidentali erano stati convocati e soprattutto Agostino, ma che ne frattempo era morto. Celestino di Roma inviò i propri legati.
Poiché tardavano molti ad arrivare, tra cui i legati di Roma e i vescovi della Siria con Giovanni di Antiochia, Cirillo decise di aprire comunque il Concilio il 21 giugno. Egli era infatti in quel momento il vescovo più influente per sua personale autorità. Nestorio non sarà presente e accuserà successivamente Cirillo di comportarsi come un giudice. Egli verrà deposto e allontanato, e una delle lettere di Cirillo a Nestorio, la seconda, divenne il documento dogmatico del Concilio. Tuttavia il 26 giugno arrivò Giovanni di Antiochia con i vescovi della Siria, che non riconobbe le decisioni, e convocò un contro-concilio. I legati di Roma giunsero nei primi di luglio, e diversamente dagli antiocheni, approvarono le decisioni di Cirillo. Si tentò una unione con Giovanni di Antiochia che però non diede risultati, fatto che portò alla scomunica anche di questi. Ma le cose non si volsero per il meglio, perché l’Imperatore, informato dei tumulti, fece arrestare anche Cirillo, Nestorio e anche Memnone di Efeso. Saranno liberati alla fine del Concilio a settembre, e il Concilio si concluse con la seguente professione di fede: “Confessiamo il Signore nostro Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, Dio perfetto e uomo perfetto, composto di un’anima razionale e di un corpo, generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità e negli ultimi giorni dalla Vergine Maria, secondo la umanità, consustanziale al Padre secondo la divinità, consustanziale a noi secondo l’umanità. Avvenne l’unione delle due nature e perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore. Secondo questo concetto di unione senza confusione, noi confessiamo che la Santa Vergine è Theotokos, poiché il Verbo di Dio si è incarnato e si è fatto uomo e, fin dal suo concepimento, ha unito a sé il tempio che ha assunto da lei.“
Vince quindi il Concilio di Cirillo di Alessandria e non quello di Giovanni di Antiochia e questo sarà poi ritenuto ecumenico. Tuttavia non ci sono grandi definizioni dogmatiche in questo Concilio, se non la lettera di Cirillo a Nestorio. Il Concilio di Efeso non ha proclamato la Vergine – Theotokos, ma ha confermato una consuetudine già esistente nella Chiesa. Ci si rifiutò sistematicamente di aggiungere alcunché al Simbolo di Nicea.
Tuttavia la contrapposizione della teologia sulla incarnazione tra Antiochia e Alessandria restava evidente. La buona disposizione delle parti fece trovare un punto di incontro nel 433, nel così definito Simbolo di Efeso, tra Giovanni e Cirillo, che dichiararono: “Avvenne infatti l’unione delle due nature…e secondo questo concetto di unione inconfusa, noi confessiamo la Vergine Santa come Theotokos, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo”. La pace fu fatta nella Chiesa e la Vergine confessata come Madre di Dio.
Ma seppure questo Concilio non ha portato grandi definizioni dogmatiche, inserendo Maria Theotokos nella economia della Salvezza, ha tuttavia dato l’impulso ad altre espressioni riguardanti la Vergine, come Αειπάρθενος, la Verginità ante partum, in partu e post partum, il concetto di Παναγία, Tuttasanta, nel suo rapporto con lo Spirito Santo e di Πανάχραντος, Tuttapura.-

Bibliografia;
J.Norman-D.Kelly, Il pensiero Cristiano delle origini. EDB 2014
A.Kniazeff, La Madre di Dio nella Chiesa Ortodossa. San Paolo 1993
T. Camelot, Storia dei Concili Ecumenici. LEV 1997

 


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