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Omelia durante la celebrazione del Santo Vespro presso la Cattedrale di San Giorgio dei Greci a Venezia

 

don Francesco Marchesi,

Presidente del Consiglio Locale delle Chiese Cristiane di Venezia




 

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI
Cattedrale di “San Giorgio dei Greci”
Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta

Omelia nei Vespri di San Timoteo Apostolo
don Francesco Marchesi

Lettura: Atti degli Apostoli 27,18-28,10
Il brano degli Atti degli Apostoli scelto quest’anno dalle chiese maltesi per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci sollecita sotto diversi aspetti: esso infatti raccoglie una serie di sfide cui i cristiani di oggi non possono sottrarsi ma dalle quali, al contrario, devono lasciarsi profondamente interrogare.
Agli occhi, per la prossimità geografica degli eventi narrati e per le comunità cristiane che vi si trovano implicate, emerge innanzitutto la drammatica situazione dei tanti migranti che oggi solcano quello stesso mare. In realtà, sono molte le parti del mondo in cui interi popoli – non poche volte cristiani – sono costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire a disastri naturali, guerre, persecuzioni e situazioni di miseria. Di fronte a tutto ciò, lungi da un’attenzione vera alle persone in difficoltà, sembrano troppe volte prevalere logiche contrapposte, dedite a perseguire le proprie visioni politiche e i propri obiettivi, piuttosto che a offrire spazi di reale solidarietà e accoglienza. Ci si divide e si litiga su tutto… e a farne le spese sono i più deboli, come i prigionieri in catene, sulla nave incagliata nella secca davanti alla spiaggia maltese, che rischiano di essere giustiziati sommariamente dai legionari romani impauriti e sferzati dalla tempesta. E’ proprio la paura, infatti, a serpeggiare tra i membri dell’equipaggio della nave in balia dei marosi, la paura che colpisce l’uomo davanti allo scatenarsi delle forze della natura e che ci invita a considerare – tenendo certamente conto di un’altra grande sfida del nostro tempo, quella ambientale – quanto in realtà sia fragile l’essere umano.
Eppure l’uomo si dimentica facilmente di questa sua irriducibile fragilità. Allo stesso modo del centurione romano e del pilota della nave è sicuro di poter intraprendere da solo il viaggio periglioso dell’umana esistenza. Come i marinai, nonostante i richiami di Paolo, si intestardiscono a prendere il mare senza aspettare i tempi che la natura impone, così l’uomo moderno ritiene di poter aggredire il reale, plasmandolo a suo piacimento, secondo il suo criterio, senza scrutare i segni che in esso si celano. E se la vita che la realtà esprime, nel suo molteplice manifestarsi, si frappone all’idea che egli ne ha, allora è la vita che deve soccombere. Non è un caso dunque che le ferite inferte dall’uomo al creato e ai suoi stessi simili giungano a metterci con forza davanti al pericolo sempre più emergente di un individualismo diffuso. E’ questa, cari fratelli e sorelle, la malattia del nostro tempo. La malattia di un uomo che, come ebbe a dire il filosofo della scienza tedesco Marc Jongen, giunge a concepirsi come l’esito del suo proprio esperimento.
L’individuo chiuso nel suo “ego”, troppo spesso tradotto attraverso un radicale solipsismo, dimentica di essere persona, chiamato cioè ad una relazione profonda con la realtà della natura, del creato e degli altri uomini. Eppure, è proprio in questa realtà che si rende presente il Mistero buono di Dio, anche quando l’ora è più buia e tutto sembra perduto.
San Paolo ne è certo e lo testimonia con le sue parole e con i suoi gesti, mentre la nave vaga alla deriva per il Mediterraneo in tempesta. Egli sa che la sua vita non è in balia di forze indifferenti al suo destino ma, al contrario, è nelle mani di un Dio a cui egli appartiene e che lo ama.
Oggi come non mai ci accorgiamo di quanto il mondo abbia bisogno di una simile testimonianza. Di fronte al naufragio delle sue pretese certezze, il naufragio che ha caratterizzato la conclusione del cosiddetto “secolo breve”, l’uomo ormai post-moderno, stretto nel suo individualismo, si ritrova più solo e, a ben vedere, mendicante – seppure spesso incosciente – di uno che lo abbracci. Di uno che sia capace di accogliere questa sua solitudine e di farsi suo compagno di viaggio.
Il canto del vespro ci invita a fare memoria di San Timoteo. Ecco, cari amici, i santi – testimoni della grazia di Cristo – ci sostengono nella certezza che l’abbraccio di cui ciascuno di noi da mendicante, come ogni uomo, sente il bisogno è in realtà possibile. Non è una chimera. Ma, lungi dall’essere un’esile auto-suggestione, esiste davvero.
In altri termini, Cristo ci abbraccia e ci sostiene ma avvertiamo continuamente l’esigenza di qualcuno che ce lo mostri, anzi che ce lo renda evidente. Qualcuno che, come San Paolo con lo spaurito equipaggio, ci aiuti ad aprire gli occhi sull’evidenza del Mistero di Cristo nascosto dietro tutte le cose. Vengono in mente le parole di San Massimo il Confessore quando invita i cristiani a «guardare tutte le cose attraverso Cristo e Cristo attraverso tutte le cose».
Cari amici… che grande responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri! Che compito! Gli abitanti di Malta – scrive l’autore sacro – trattarono con gentilezza i naufraghi ormai accomunati dalla medesima sorte. La traduzione della CEI utilizza l’espressione «con rara umanità» e il testo greco, che ne è la fonte, usa il termine «filantropia» indicando una profonda empatia, amicizia, verso l’uomo. E’ dunque proprio a questa filantropia che siamo richiamati come battezzati; cioè a una passione per l’uomo, mendicante di bene, nella certezza che solo Cristo – lungi da ogni umana ideologia – può essere la risposta. Da Lui allora vogliamo imparare e per questo preghiamo.
Preghiamo affinché il Signore alimenti innanzitutto in noi la sua filantropia, la sua passione per ogni uomo, in ogni momento della sua vita. Preghiamo quindi perché possa crescere tra noi una comunione capace di allargare il nostro cuore ad ogni fratello e ad ogni sorella, specialmente i più fragili nel corpo e nello spirito, coscienti che una simile comunione potrà realizzarsi solamente nella fedeltà a Cristo e quanto Lui dispone.

 


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