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LA GENESI COMMENTATA DAI SANTI PADRI DELLA CHIESA (CAPITOLO XLI)

 Elaborato scritto per il corso
“Teologia, Storia e Vita della Chiesa Ortodossa I”
all’Istituto di Teologia Ortodossa della nostra Arcidiocesi
Docente: p. Evangelos Yfantidis

del Protopresbitero Dionigi –Alberto– Vidigh




 

CAPITOLO 41

Commento ai versetti 1-13

Passarono due anni e il faraone sognò sette vacche grasse e di bell’aspetto che venivano mangiate da altrettante vacche magre e di brutto aspetto, e poi sette spighe grosse e belle che venivano inghiottite da sette spighe vuote e arse dal vento. Nessuno degli indovini del faraone sapeva interpretare i sogni e il coppiere si ricordò di Giuseppe e ne parlò al faraone. La dimenticanza del coppiere è da attribuire all’arroganza del potere, sostiene sant’Ambrogio. Gli indovini del faraone non sapevano interpretare il sogno e seconco San Giovanni Crisostomo ciò era parte del piano di Dio riguardo a Giuseppe.

 

Commento ai versetti 14-24

Giuseppe viene chiamato dal faraone per interpretare il sogno e in quell’occasione dice al faraone che è Dio che rivela la verità, come sottolinea san Giovanni Crisostomo.

 

Commento ai versetti 25-36

Giuseppe interpreta il sogno del faraone spiegandogli che le sette vacche grasse e le sette spighe di grano belle simboleggiano l’abbondanza che vi sarà in Egitto a cui poi seguiranno sette anni di carestia, simboleggiati dalle sette vacche magre e dalle sette spighe vuote. Sant’Ambrogio spiega che il susseguirsi dei sette anni di carestia agli anni di abbondanza sta a significare che l’abbondanza è nulla se paragonata al riposo eterno.

Giuseppe consiglia al faraone di scegliere un uomo che gestisca bene le scorte raccolte durante gli anni di abbondanza in modo che siano sufficienti anche negli anni a seguire. Sant’Efrem il Siro puntualizza che Giuseppe per modestia non fece il suo nome.

 

Commento ai versetti 37-45

Il faraone riconosce che Giuseppe era stato in grado di interpretare il sogno grazie alla rivelazione divina, spiega san Giovanni Crisostomo. Il faraone decide di porre Giuseppe a capo dell’Egitto, segno che “quando Dio, nelle Sue infinite risorse, desidera mettere in pratica le sue decisioni, non ci sono difficoltà che possano derivare da eventi che accadono nel frattempo.”[1]. Inoltre, la storia di Giuseppe insegna l’importanza della pazienza e di sopportare le prove con riconoscenza: “Giuseppe sopportò la tribolazione con pazienza, la pazienza gli diede carattere, e avendo tale carattere egli agì nella speranza, e la speranza non lo deluse.”[2].

Giuseppe riceve dal faraone un anello, simbolo del pontificato della fede affidatogli, una stola di lino, simbolo della sapienza perché gli era stata concessa la supremazia nella saggezza, una collana d’oro, rappresentazione del buon intelletto; fu posto su un carro, segno della sublime sommità dei meriti, spiega sant’Ambrogio.

 

Commento ai versetti 46-49

Giuseppe negli anni di abbondanza percorre tutto il paese d’Egitto e accumula scorte di grano nei granai. La Scrittura sottolinea che all’epoca dei fatti, Giuseppe aveva trent’anni, e san Giovanni Crisostomo spiega che viene detto per non trovare pretesti per la mancanza di virtù usando la giovinezza.

 

Commento ai versetti 50-52

A Giuseppe era stata data in moglie dal faraone la figlia di Potifar e da ella ebbe due figli: Manasse, il primogenito, il cui nome richiama le passate sofferenze e la gratitudine per averle superate, ed Efraim, per sottolineare che Dio lo ha reso fecondo in Egitto, spiega san Giovanni Crisostomo.

 

Commento ai versetti 53-57

Giuseppe durante gli anni di carestia si occupa in special modo degli orfani e delle vedove e dei bisognosi affinchè non vi fosse ansia in Egitto, dice sant’Efrem il Siro. Il motivo di tale carestia, che non aveva colpito solo l’Egitto ma tutto il mondo, è da ricercarsi nel fatto che non vi era nessuno capace di fare del bene, spiega sant’Ambrogio.

Giuseppe, distribuendo il grano, è figura di Cristo che saziava gli affamati spiritualmente. Chi non ha nutrimento spirituale, soffre la carestia, spiega ancora sant’Ambrogio.

 



[1] San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi 63, 16

[2] San Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Genesi 63, 17

 


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