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LA GENESI COMMENTATA DAI SANTI PADRI DELLA CHIESA (CAPITOLO XLV)

 Elaborato scritto per il corso
“Teologia, Storia e Vita della Chiesa Ortodossa I”
all’Istituto di Teologia Ortodossa della nostra Arcidiocesi
Docente: p. Evangelos Yfantidis

di Luca Bergonzini




 

Cap. 45. Giuseppe si fa riconoscere ai fratelli e ‘palesa’ il piano di Dio che salva e stanzia Israele.
GIUSEPPE SI FA RICONOSCERE DAI SUOI FRATELLI (45, 1-15).
La rivelazione della propria identità fatta da Giuseppe prefigura la rivelazione di Cristo, del quale Giuseppe è simbolo. Il perdono accordato da Giuseppe ai suoi fratelli anticipa il perdono accordato da Cristo sulla croce. S. Ambrogio vede, in questi parallelismi biblici, un’allegoria di Cristo. Una serie di paralleli si può tracciare fra il comportamento di Giuseppe e quello di Gesù. Su di un piano più letterale, l'abilità di Giuseppe nel nascondere la propria identità fino a questo punto dimostra la sua notevole forza ed equanimità, che sono in relazione alla sua capacità di vedere tutto ciò che accade come parte della provvidenza di Dio, secondo la rilettura di s. Giovanni Crisostomo.
L'INVITO DEL FARAONE (45, 16-20).
Secondo s. Efrem il Siro, il faraone ed i suoi servi si compiacciono della notizia dell'arrivo dei fratelli di Giuseppe, poiché essi avrebbero sempre creduto che un tale uomo potesse solo essere figlio di una persona libera. Simbolicamente e allegoricamente, s. Ambrogio vede la gioia nella casa del faraone e il suo invito rivolto ai fratelli e al padre di Giuseppe come prefigurazione della gioia dei cristiani alla redenzione dei giudei.
IL RITORNO A CANAAN (45, 21-28).
Come lettura allegorica di s. Ambrogio, ogni elemento di questa vicenda rimanda al Vangelo e al NT: il dono di Beniamino rappresenta il dono ricevuto da Paolo di poter predicare la croce di Cristo. Anche i regali inviati al padre di Giuseppe sono, in senso figurato, i regali di Cristo. Il comando di Giuseppe e la raccomandazione di non litigare, può anche essere interpretata, in senso più generale, come ammonimento a guardarci dall'ira nel corso della vita. Può altresì anche essere identificato con il comando di Cristo ad «amare i propri nemici», come ricorda s. Giovanni Crisostomo. Il fatto, poi, che essi vadano «fuori dell'Egitto» deve essere interpretato misticamente come l'andare verso un luogo sacro: per Origene, in questo caso, la terra di Canan, che guarda verso il tempo degli apostoli, bella chiosa di s. Ambrogio. Il ricordo biblico che «Giuseppe è ancora vivo» dovrebbe essere inteso soprattutto in senso morale: Giuseppe non cade nel peccato, ma resta vivo spiritualmente, come sempre nella sua ‘giusta’ vita terrena. Il fatto poi, che proprio lo stesso pio Giuseppe «abbia il dominio su tutto l'Egitto», significa che, come sopra ricordato, egli domina tutte le sue passioni poiché, in una tradizione che risale a Filone Alessandrino, l'Egitto rappresenta il corpo umano come sede delle passioni, e di tale interpretazione si fa carico il concittadino Origene. Le parole «egli è vivo» rimandano evangelicamente al kerygma del Cristo risorto, di cui Giuseppe, secondo s. Ambrogio, è figura. Giacobbe prende la strada per vedere l'oggetto del suo desiderio (s. Giovanni Crisostomo). Lo spirito di Giacobbe è riacceso come una lampada dalla luce della verità, dopo essere stato oscurato dall'inganno di una menzogna perpetrata per lunghi anni dai figli ormai pentiti. In un'interpretazione basata sull'etimologia del nome Israele come «colui che vede Dio» (anziché lotta con Dio), per Origene, Giacobbe, chiamato Israele, vede la vita nel Giuseppe spirituale, cioè Cristo il vero Dio.

 


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