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L’ESODO COMMENTATO DAI SANTI PADRI DELLA CHIESA (CAPITOLI XXX-XL)

 Elaborato scritto per il corso
“Teologia, Storia e Vita della Chiesa Ortodossa I”
all’Istituto di Teologia Ortodossa della nostra Arcidiocesi
Docente: p. Evangelos Yfantidis

di Luca Bergonzini




 

Il cap. 30. Il capitolo s’incentra sugli ultimi dettagli e suppellettili della tenda.
L'ALTARE DELL'INCENSO (30, 1-10).
Per s. Beda, l’arca dell'Alleanza e il suo contenuto anticipano la nuova dispensazione. Per Origene, il giorno dell'espiazione nella nuova Alleanza dura fino alla fine del mondo.
L'IMPOSTA PER IL CENSIMENTO E LA CONCA (30, 11-21).
S. Beda è molto attento a questi testi dell’Esodo e ricorda come la conca di bronzo rappresenta le lacrime di compunzione, cioè di vera conversione, con cui dovremmo avvicinarci ai misteri celesti.
L'OLIO PER L'UNZIONE E L'INCENSO (30, 22-38).
Sempre il santo di Albione ci rammenta come in tutte le cose, dobbiamo seguire il comando di Dio.
Il cap. 31. Limitatamente al sabato, s. Agostino, s. Beda e s. Ambrogio ci offrono una lettura molto profonda e formativa per la fede cristiana.
LEGGI DEL SABATO (31, 12-18).
Il sabato è un riposo dal lavoro e libertà dal carico del peccato. La settiforme grazia dello Spirito Santo indica che i cristiani dovrebbero essere liberi dal carico del peccato ogni giorno della settimana. Fu lo Spirito Santo, cioè il dito di Dio, che scrisse la Legge sulle tavole. La Legge delle due tavole lega tutti i cristiani; Cristo non abrogò una parte della Legge.
Il cap. 32 è imperniato sul drammatico e paradigmatico episodio del vitello d’oro.
IL VITELLO D’ORO (32, 1-29).
Per s. Efrem il Siro, mentre Mosè era assente, il popolo venerò il vitello e commise apertamente il peccato che era nascosto nel suo cuore. L'indulgenza verso se stessi porta all'idolatria, secondo l’esperienza di s. Ambrogio e anche Cassiodoro vede nell’orgoglio il grande peccato che è uguale al vitello d’oro. Per ovviare all’idolatria, il Signore Dio ci concede l'opportunità, secondo s. Efrem, d’intercedere con lui e di rivolgere la preghiera a lui. In ordine alla costanza nella preghiera, s. Girolamo attesta che noi dobbiamo essere costanti nella preghiera, proprio come lo fu Mosè, e il condottiero nel suo amore per il popolo, agì come una madre, secondo l’adagio agostiniano. In risposta alla preghiera di Mosè, Dio tempera la sua giustizia con l'indulgenza, secondo Cassiodoro e quando si dice che Dio cambia idea, ciò avviene nella nostra percezione di Lui, non nel suo decreto. Il processo per mezzo della vituperata ordalia nel medioevo, all’epoca forzò il popolo a rimangiarsi il proprio idolo. Ma in un altro senso, s. Agostino ricorda che gli idolatri sono convertiti e diventati parte del corpo di Cristo, come se fossero, cioè, rimangiati. Dio indicò giustamente coloro che dovevano essere puniti per idolatria per s. Efrem e per s. Cesario di Arles, la morte di alcuni liberò molti dalla morte. Dal punto di vista tipologico, anche per s. Gregorio Magno, i figli di Levi possono servire come modello del pastore cristiano.
L'ESPIAZIONE (32, 30 - 33, 6).
S. Ambrogio vede la figura di Mosè come relativa a Cristo, come colui che espia. Mosè infatti fu un uomo gentile e offrì se stesso per risparmiare il popolo dalla collera di Dio: Mosè fu dapprima adirato con il popolo, poi pregò di essere distrutto lui anziché il popolo, e così ricorda anche Cassiodoro. Infatti per s. Girolamo, Mosè, Davide e Pietro fecero tutti penitenza per i loro peccati. Mosè come Cristo, capo del popolo, pregò per loro. La Pasqua ebraica — e di conseguenza quella cristiana — sono una speciale stagione di perdono, dice s. Giovanni Crisostomo e per ciò la prima diventa l’ombra della seconda. S. Girolamo ricorda che sia Mosè che Paolo erano pronti ad essere rimossi per la salvezza del popolo. Mosè fu l'educatore del popolo, come Gesù Maestro.
Cap. 33. Si caratterizza dalla meravigliosa pagina del contatto mistico tra Dio e l’uomo… ogni uomo ivi rappresentato da Mosè. La più alta pagina della mistica ebraica.
L'INTIMITÀ DI MOSÈ CON DIO (33, 7-23).
S. Ambrogio afferma che il significato di essere fuori del campo è quello di essere al di sopra del mondo e così con Gesù. Grazie a Dio. Per mezzo del digiuno Mosè, così come noi oggi nella Grande Quaresima, per s. Massimo di Torino, fu reso più pronto a contemplare Dio. La contemplazione è il vertice del capitolo. Per s. Agostino Mosè contemplò ‘solamente’ la gloria di Dio, ma non nel modo in cui noi lo contempleremo nella vita futura. Dire che Dio è nelle tenebre, passo difficile da capire, per Clemente Alessandrino significa che Egli è inimmaginabile. Con grande acume cristologico, s. Cirillo di Gerusalemme ci ricorda che è vero che nessuno può vedere Dio, ma Dio è visibile nella natura umana di Cristo. Dio però non apparve e non poteva apparire a Mosè nella sua vera natura, anche per s. Agostino. S. Pietro Crisologo ricorda come l'amore che agogna di vedere Dio manifesta uno spirito di vera devozione. La teofania a Mosè anticipava, per s. Cirillo di Gerusalemme, la rivelazione del Padre e del Figlio. S. Gregorio di Nissa afferma che pensare che la natura di Dio sia conoscibile significa ingannarsi. È infatti impossibile vedere Dio in questa vita. S.Agostino, nella sua cristologia, afferma che vedere le spalle di Dio è un segno della futura incarnazione del Figlio. Mario Vittorino ricorda che non possiamo contemplare il potere di Dio, che è vita e conoscenza nella quiete. Quando vediamo il volto di Dio, il peccato è impossibile. Il vescovo di Brescia Paterio ricorda che per mezzo della speranza l'antico Israele stette in Cristo dopo la sua risurrezione e credette in lui. Il vertice della contemplazione lo ricorda s. Gregorio Nazianzeno, quando attesta che se un fedele contempla Dio, osserva la natura incarnata di Cristo. Il noto versetto sul ‘vedere’ le spalle di Dio non è un'espressione empia o scandalosa, come alcuni dicono; nella tradizione ebraica si fa riferimento ai tefillim di Dio, mentre per i cristiani fa un richiamo alle spalle di Colui che portò anche i peccati dell’uomo dopo la teofania del battesimo e sulla croce.
Capitoli 34-35. I brani scelti rimandano alle nuove tavole fornite da Mosè per evitare l’idolatria; la luce divina che splende sul volto di Mosè e le conseguenti opere di coloro che devono completare il mishkan (la tenda)!
RINNOVO DELLE TAVOLE (34, 1-9).
Il santo vescovo di Brescia ricorda che il peccato può esser fatto ricadere sui figli attraverso il cattivo esempio dei genitori; ma la colpa del peccato originale è rimessa nel battesimo.
LEGGI RELIGIOSE (34, 10-26).
Attraverso il battesimo tutti i peccati sono perdonati. San Cesario, in linea coi suoi tempi, ricorda che peccare dopo il battesimo significa fare di nuovo un patto con il peccato. Per s. Girolamo, la frase ‘Ogni essere che nasce per primo dal seno materno è mio’ è specialmente comprensibile alla luce di Cristo, che pienamente e veramente nacque dal seno della Vergine Maria.
LA LUCE DIVINA SUL VOLTO DI MOSÉ (34, 27-35).
S.Agostino collega due momenti dell’AT e del NT: il Vangelo è in accordo con la Legge e i profeti; Mosè, Elia e Cristo digiunarono tutti per quaranta giorni. Vedere Dio restituì a Mosè la sua gioventù, secondo s. Efrem, nel senso che gli rinnovò le forze. Molto sensibile alla vita monastica, s. Basilio ricorda che chi contempla Dio, che è la vera bellezza, partecipa in parte a quella bellezza. È vero che il velo sul volto di Mosè nascondeva il suo aspetto ma, per s. Cirillo di Alessandria, questo richiamava all’ascesi e a dare attenzione alle sue parole. Chi si rivolge al Signore ed è illuminato dallo Spirito Santo può leggere le Scritture con occhi privi di veli: infatti chi ha la conoscenza di cose profonde non deve essere rivelata indiscriminatamente, afferma s. Gregorio Magno.
I capitoli 35-40. Riassumono un po’ tutto quello che è stato ricordato sino ad ora: capitoli redazionali atti proprio a ricordare i vari centri teologici (e cristologici) del Libro biblico.
GLI OPERAI (35, 30 - 36, 7).
Il santo Nisseno ricorda il primo uomo ‘unto’ da Dio per un servizio su oggetti sacri: Bezaleel fu il primo ad essere ispirato, ed in seguito costruì il tabernacolo su indicazione divina e su ordine di Mosè.
LE STOFFE PER IL TABERNACOLO E LE COPERTURE (36, 8-19).
S. Beda, che non usa il testo ebraico per la sua esegesi, vede nei cinquanta anelli ciò che designa il vero riposo nello Spirito Santo, prefigurando Colui che venne cinquanta giorni dopo la Pasqua. Da questo la Chiesa unisce due popoli in uno solo. Il testo ebraico comunque ricorda una madre, una donna, unita alle sue 50 sorelle.
IL LEGNAME (36, 20-34).
Il retro del tabernacolo nella parte ad ovest rappresenta la vita precedente all'Esodo e al battesimo, perché nelle vasche battesimali si scendeva da occidente dando le spalle ad occidente, col volto ad oriente, come ricorda sempre il santo di Albione. Sempre a livello tipologico e non allegorico, il santo ricorda come Cristo si rivolse sia ai giudei che ai gentili, così come l'asse d'unione sorreggeva entrambi i lati del tabernacolo.
IL VELO, L’ARCA E LA TAVOLA (36, 35 - 37, 16).
S. Gregorio Magno, che aveva a cuore le sorti e la missione dei pastori della chiesa, ricorda che il vero pastore dovrebbe insegnare la parola di Dio alla gente, così come ciascuna persona è in grado di riceverla.
IL CANDELABRO, GLI ALTARI DELL'INCENSO E DEGLI OLOCAUSTI, E IL RECINTO (37, 17 - 38, 20).
A livello allegorico, dobbiamo prima essere purificati dai peccati per mezzo del pentimento, secondo la teologia di s. Gregorio Magno, e poi entrare nei segreti di Dio.
L'ABITO DEL SOMMO SACERDOTE (39, 1-21).
Per s. Beda il Venerabile, l'abito del Coèn Gadòl era double-face; così le nostre opere buone possono essere viste dal prossimo nostro, ma rimanere prive di difetti alla vista di Dio.
EREZIONE DEL SANTUARIO (40, 1-38).
La tesi dell’eretico Teodoreto di Cirro, che afferma come il tabernacolo fu eretto nel primo giorno del primo mese, poiché questo è il tempo in cui Dio creò il mondo e Cristo subì la sua passione salvifica, non credo possa e debba trovare cittadinanza.

 

 


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