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IL LIBRO DEI NUMERI COMMENTATO DAI SANTI PADRI DELLA CHIESA (CAPITOLI I-XX)

 Elaborato scritto per il corso
“Teologia, Storia e Vita della Chiesa Ortodossa I”
all’Istituto di Teologia Ortodossa della nostra Arcidiocesi
Docente: p. Evangelos Yfantidis

del Protopresbitero Iosif Restagno




 

A voi si assocerà un uomo per ciascuna tribù… (1, 2, 3, 4).

Il libro dei Numeri si pare col censimento totale di Israele, tribù per tribù, lasciando però al di fuori di questo computo i leviti: in questa differenza Origene coglie il fatto che esiste anche una dimensione superiore a Israele; ed esiste una gerarchia anche all’interno di questa stessa tribù, perché i sacerdoti sono superiori ai semplici leviti.

Il capitolo quarto si occupa del censimento dei Leviti, famiglia per famiglia per poi descrivere le loro mansioni, la prima della quale consiste nel trasporto della tenda del santuario, in quest’epoca di itineranza nel deserto. Il nestoriano Teodoreto di Cirro si accorge della presenza fra le cose sante di un drappo color scarlatto e di uno porpora viola: quello viole simboleggia il cielo, mentre quello scarlatto rappresenta un regno: tutto ciò che sta all’interno della tenda sono coperti con drappi di quel colore, mentre ciò che sta all’esterno della tenda della testimonianza, sono coperti di drappi rossi e anche viola perché il regno di Dio è incorruttibile.

 

Tutti i leviti dei quali Mosè, Aronne e i capi d’Israele… (5, 6, 7, 8, 9, 10).

Vengono allontanati dall’accampamento tutti i lebbrosi, i malati di gonorrea e quanti hanno toccato un cadavere; per Teodoreto di Cirro queste ultime due categorie sono trattate duramente perché si tratta di impurità contratte volontariamente. Seguono norme di risarcimento in caso di questioni di diritto privato e infine il voto di nazireato. Paterio, che commenta ampiamente questi passi, mette in risalto il comportamento di Mosè, che entra spesso nelle tenda del santuario per consultare Dio (come nel caso in cui viene accolta la richiesta di poter celebrare la Pasqua da parte di color che sono temporaneamente impediti) offrendo un esempio ai sacerdoti di come sia necessario consultare spesso le scritture e coltivare molto la preghiera e la contemplazione.  Quando poi viene prescritta la rasatura dei leviti, egli vi legge il simbolo del taglio di ogni pensiero carnale; il dettaglio di questa operazione, il fatto cioè che i peli dei leviti vengono rasati, non strappati, gli permette di continuare l’allegoria: la carne genera sempre pensieri vani, non si possono estrarre le radici, ma tagliare ogni pensiero ogni volta che esso affiora. Vengono trovate simbologie anche nell’età di servizio dei leviti: dai 30 ai 50 anni, perché i giovani devono lottare per contrastare i vizi, mentre gli anziani possono riposare nella quiete dell’anima. Cirillo Aghiopolìta osserva che la possibilità concessa ai viaggiatori e a quanti temporaneamente impediti, di fare la Pasqua il mese successivo, prefigura la nuova pasqua cristiana.

Prima di riprendere la marcia, Mosè chiede a Obab di fargli da guida nel deserto da lui conosciuto. Eppure Dio è guidato da Mosè, il popolo è preceduto dalla nube mistica, che bisogno c’è di questa guida? In realtà Mosè vuole far entrare anche costui nell’alleanza e nell’eredità del popolo di Israele, in modo che abbandoni l’idolatria e cerca di convincerlo facendolo sentire indispensabile, buona tattica da utilizzare per portare gli orgogliosi al servizio di Dio (Paterio).

 

La gente raccogliticcia, che era tra il popolo… (11, 1-15).

Nella marcia nel deserto la dieta basata sulla manna comincia a pesare e non pochi, che rimpiangono la carne, mormorano contro il Signore: il peccato non è tanto il rimpianto della carne, quanto l’aver mormorato contro Dio e l’aver disprezzato il cibo celeste. Può capitare di provare desiderio di cose cattive, ma non dobbiamo chiedere a Dio di soddisfare questi desideri, ma piuttosto di donarci il desiderio di cose buone (Agostino). Molto appropriatamente il significato ascetico visto da San Giovanni Cassiano: questo penoso mormorio di Israele bramoso delle carni dell’Egitto è rivissuto in ogni anima che dopo aver rinunciato al mondo per servire Dio, si ritrova a rimpiangere i peccati che aveva lasciato.

 

Il Signore disse a Mosè… (11, 16-35).

Dio ordina a Mosè di scegliere con attenzione 70 persone che lui riconosca come anziani: Origene si accorge di questa precisazione e deduce che l’anzianità richiesta a queste persone non è quella anagrafica, ma quella spirituale. Dio prende dello Spirito che ha messo sopra a Mosè e lo mette su questi 70 riconosciuti anziani: Agostino sostiene che questo passo dimostra che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio come un’unica fonte: purtroppo per lui e per quanti accolgono questa strana teoria, l’affermazione è contraddetta visibilmente, poiché Dio effonde lo Spirito prima su Mosè e poi sugli anziani, Dio e Mosè non sono affatto un’unica fonte da cui procede lo Spirito su quegli uomini, ma è sempre Dio che effonde lo stesso Spirito prima su Mosè, poi sui 70.

I 70 convenuti attorno alla tenda del convegno ricevono l’effusione dello Spirito di Dio, anche i due ancora non sopraggiunti: ciò avvenne per dimostrare che lo Spirito veniva effuso da Dio, non da Mosè. Gesù di Navì si indigna, ma Mosè lo placa, forse è invidioso on per Mosè, ma per se stesso, che non è fra quelli che hanno ricevuto lo Spirito (Cirillo Aghiopolìta). 

 

Maria e Aronne parlavano contro Mosè… (12, 1-16).

In questa vicenda di gelosia familiare verso una giovanetta di colore che Mosè si prende in moglie, Ambrogio trova un’allegoria nell’invidia e nel rancore che la sinagoga nutre nei confronti della Chiesa. Origene analizza le proteste di Mosè e Aronne per queste seconde nozze del loro fratello. La critica che ci si aspetterebbe in questo caso dovrebbe riguardare il fatto che Mosè si è preso una straniera, non una del popolo, non una figlia di Levi; invece dicono: Forse solo con Mosè ha parlato il Signore? Non ha parlato anche a noi? Questa incongruenza effettivamente incoraggia interpretazioni allegoriche. In questa caso la spiegazione di Ambrogio viene rafforzata: la sinagoga protesta contro la Chiesa. E proprio in occasione di questo matrimonio contrastato, Mosè riceve il più alto encomio: era più mansueto di ogni uomo sulla terra. Crisostomo ci fa notare alcuni paralleli fra Mosè e Cristo: il primo stese le mani al cielo e scese la manna, il secondo con lo stesso gesto procurò agli uomini il cibo eterno. Il primo colpì la roccia e ne sgorgò acqua, il secondo tocca la mensa e fa scaturire le fonti dello Spirito.  Il livello spirituale di Mosè era effettivamente notevole: aveva vinto il desiderio e l’ira (Gregorio nisseno) e pur offeso da sua sorella Maria, con questa aspra critica, egli prega perché sia guarita dalla lebbra che il Signore le ha inviato per punizione (Crisostomo).

 

Questi sono i nomi degli uomini che Mosè mandò… (13, 14).

La scrittura ci informa a questo punto che Gesù di Navì si chiamava Osea, ma fu Mosè a dargli quel nome; Eusebio sostiene che ciò avvenne profeticamente, Mosè è il rivelatore del nome del Salvatore. Quando Israele giunge ai confini della terra promessa vengono inviati alcuni esploratori, ma il resoconto di ciò che hanno visto spaventa il popolo che riprende a mormorare contro Mosè e Aronne. Dio è talmente irritato che progetta la distruzione del popolo mormoratore e ingrato; Mosè, invece, al quale Dio promette una discendenza benedetta al posto del popolo che sta per essere annientato, implora e ottiene misericordia e perdono; il cuore del profeta è magnanimo, non vuole salvarsi da solo (Simeone il Neotologo e Cipriano). Nel nuovo popolo che Dio promette a Mosè Cesario scorge una profezia riguardante l’avvento della Chiesa. Il popolo è risparmiato, ma deve allungare il viaggio nel deserto di altri 40 anni, un anno per ogni giorno che gli esploratori trascorsero in missione; se Dio remunera in questo modo i peccati, continua Cesario, che ne sarà degli uomini nel giorno del giudizio?

 

Mentre gli israeliti erano nel deserto… (15, 16, 17 e 18).

L’uomo che tagliava la legna di sabato e venne lapidato per ordine di Dio ha dovuto fornire l’esempio; se fosse stata tollerata la prima trasgressione, nessuno avrebbe più osservato una sola legge (Basilio, Cassiano e Crisostomo). Certo, considera Crisostomo, qui vediamo molto bene la realizzazione del detto paolino, secondo il quale la lettera uccide. La sedizione orchestrata da Core e Datan finisce male per questi e per quanti li hanno seguiti. Le rivendicazioni degli insorti non possono essere accolte, è Dio a scegliere, non gli uomini a proporsi (Basilio) e il popolo deve separarsi da quanti coltivano questi progetti ispirati dall’ambizione e dall’invidia per non condividerne la sorte rovinosa (Agostino). Gregorio il Dialogo riflette sul destino orribile toccato a costoro: scesero vivi negli inferi; quanti commettono il male senza accorgersene scendono morti negli inferi, ma quando il male viene commesso in piena consapevolezza, negli inferi si scende vivi. Cesario identifica negli incensieri usati dai malcapitati ribelli l’uso errato che gli eretici fanno delle scritture e che causa appunto la loro rovina. Il popolo attribuisce a Mosè e Aronne, non al giudizio di Dio, la sventura toccata ai sediziosi e attira un flagello mortale che viene scongiurato dal rito espiatorio offerto da Aronne, che si pone in mezzo al popolo, esponendosi a grande pericolo: la strage viene fermata. Ambrogio elogia Aronne come vero sacerdote, che per salvare il popolo non esita a esporre se stesso. Cesario paragona l’Aronne che incensa Dio stando in mezzo al popolo flagellato per i suoi peccati a Cristo che prese l’incensiere della carne umana; l’altare sul quale mise il fuoco è la sua anima, l’incenso è lo spirito, affrontò la morte e ne fece cessare il flagello che devastava il genere umano.

L’episodio del bastone di Aronne che fiorisce fra altri 11 bastoni mostra la scelta di Dio al polo che non si convince che il sacerdozio è dato da Dio e non organizzato dagli uomini (Crisostomo). La tribù di Levi non avrà alcun parte alla spartizione della terra promessa perché il Signore stesso sarà la sua porzione. I sacerdoti pagani posseggono, i sacerdoti di Dio non hanno altra porzione che Dio stesso (Origene).

 

Poiché io do in possesso ai leviti le decime… (19).

Particolarmente importante e significativo è il rito di purificazione che si compie offrendo in olocausto una giovenca rossa, le cui ceneri sparse santificano quanti si sono corrotti: Beda riscontra in questo rituale una profezia della passione di Cristo e Cipriano individua nelle acque di purificazione una figura del battesimo che realmente purifica i peccati.

 

Mancava l’acqua per la comunità… (20).

Mosè e Aronne peccano. Un’esitazione momentanea di fronte alle proteste del popolo assetato e senza fede fa perder loro il favore di Dio: l’acqua esce dalla roccia percossa due volte, ma non potranno entrare nella terra promessa per questo parziale e momentaneo cedimento e Basilio trova appropriato a citare quel passo dell’epistola prima di san Pietro: se il giusto a stento si salva e il resto.  Con questo si dimostra che i sacerdoti devono stare attenti e non dubitare mai del potere di Dio (Girolamo). Il percorso è sbarrato dal regno di Edom, il cui re nega il transito al popolo di Dio e mentre ci si prepara all’attraversamento con le armi in pugno, muore Aronne e Mosè costituisce sacerdote al suo posto il figlio stesso di Aronne, Eleazaro, facendone indossare le vesti primo del trapasso. Con ciò Dio mostra che il sacerdozio viene trasmesso da un altro sacerdote, non dal popolo o da qualsiasi altra figura (Ambrogio).

 

 

 

 


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