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IL DEUTERONOMIO COMMENTATO DAI SANTI PADRI DELLA CHIESA (CAPITOLI XX-XXXIV)

 Elaborato scritto per il corso
“Teologia, Storia e Vita della Chiesa Ortodossa I”
all’Istituto di Teologia Ortodossa della nostra Arcidiocesi
Docente: p. Evangelos Yfantidis

di Petronio -Antonio- Lorenzoni




 

I capitoli sono descrizioni di vari precetti della legge mosaica che per lo più i Padri cercano di trarre insegnamenti morali dalle singole prescrizioni della legge come spesso fanno in questi casi.

Alle volte essi ricorrono a paragoni teologici come quando paragonano la prescrizione di avere due o tre testimoni con la Trinità, come esplica San Cirillo di Gerusalemme[1].

Un interessante paragone cristologico viene fatto da Sant'Atanasio[2] quando la Legge tratta di come trattare il corpo di un criminale: egli paragona il fatto che Cristo diventò una maledizione per noi soffrendo in croce, come il cadavere di un malfattore veniva considerato maledetto.

Nel commentare il passo dove si parla della cura per gli animali smarriti San Cesario di Arles[3] si chiede se dobbiamo aiutare gli animali quanto più dovremo aiutare i nostri compagni di fede quando sono nel bisogno.

Quando la legge tratta dell'ospitalità degli stranieri Clemente Alessandrino[4] ammonisce a non trattare gli stranieri come nemici  mentre Sant'Agostino[5] ricorda come la Legge richiede che un uomo proceda lentamente se vuole divorziare da sua moglie.

Nei precetti riguardo ai torti che possiamo fare al prossimo di varia natura San Paterio[6] ricorda che quando i peccatori confessano i loro peccati danno una sorta di pegno e mettono insieme tremore e speranza: predicare ad un peccatore significa mantenere un equilibrio.

La famosa legge del levirato (il fatto che un fratello di un marito defunto prenderà la moglie vedova senza figli) spiega l'esistenza dei due padri di Giuseppe nominati nella Scrittura (Agostino)[7].

Quando nel capitolo 27 vengono nominate le dodici maledizioni Sant'Ireneo[8] paragona coloro che guidano il cieco fuori strada agli eretici che sviano dalla retta fede e perciò maledetti.

La pioggia donata dal Signore agli uomini come un benefico tesoro è per Sant'Ambrogio[9] la parola di Dio che cade sull'anima e la rende fertile, invece San Basilio[10] descrive i cieli come di rame quelli che non danno pioggia e la terra è come ferro quando non riceve semi (Ambrogio)[11].

Nella profezia che Mosè fa dell'invasione e assedio e delle piaghe e dell'esilio Sant'Atanasio[12] predisse la morte di Cristo in croce soprattutto nella frase “La tua vita ti sarà dinanzi come sospesa a un filo e non crederai”.

Origene[13] chiaramente ammonisce che quando la Scrittura usa l'antropomorfismo di Dio ciò è detto per nostra istruzione, infatti dice: “.... sono dispensazioni di linguaggio utili per convertire e migliorare un lattante, poiché anche noi presentiamo ai bambini una faccia tremenda, non perchè corrisponda al nostro stato d'animo ma ad una precisa dispensazione.”

Le due vie proposte al popolo d'Israele, la vita e la morte, il bene ed il male, devono essere in posizione di equilibrio dentro di noi (Ambrogio)[14] e San Cesario di Arles[15] ricorda come Dio ci ha lasciato liberi di scegliere fra il cielo e l'inferno e noi siamo chiamati a scegliere la strada angusta, la strada della vita.

Il Cantico di Mosè descritto nei versetti 31,3-32,43 è stato considerato dai Padri come una sorta di testamento spirituale, una sorta di ultima volontà.

Nel commentare questo passo così celebre anche per l'uso liturgico esclusivo nella Quaresima[16] i Padri usano molto l'analogia ma soprattutto la tecnica esegetica dell'allegoria moralistica: a livello teologico è interessante notare che Sant'Ilario[17] interpreta il passo del cantico “Nessun Dio al di fuori di me” sulla base dell'autorità dell'Apostolo(cfr. Rm. 15,10) come un riferimento alla Trinità, visto che San Paolo interpreta questo passo come facente riferimento alla persona del Dio Unigenito.

Nei capitoli 32-33 viene descritta la morte di Mosè: a Mosè viene concesso  di vedere il paese    promesso ma a causa dell'infedeltà che dimostrò alle acque di Meriba insieme a suo fratello Aronne non potè entrarvi (Agostino)[18].

La benedizione di Mosè alle tribù viene vista come allegoria degli ebrei e dei gentili(Ambrogio)[19] e che quindi prefigura la pienezza della Chiesa.

Secondo San Paolino[20] solo Dio è il testimone del luogo della sepoltura di Mosè e l'imposizione delle mani su Giosuè (Gesù di Nave) rappresenta il conferimento del potere (Cirillo di Gerusalemme)[21].

 

 



[1]    Catechesi  4,11

[2]    Sull'Incarnazione 25

[3]    Sermoni 225,4

[4]    Stromata 2,18

[5]    Contro Fausto manicheo 19,26

[6]    Esposizione dell'Antico e del nuovo Testamento, Deuteronomio 16

[7]    Ritrattazioni 2,7,2 (VII, XXXIV)

[8]    Contro le Eresie 3,5,2

[9]    Lettere 11,4

[10]  Omelie sull'exameron 3,8

[11]  Lettere 44,2

[12]  Sull'incarnazione 35

[13]  Omelie in Geremia 18,6

[14]  Il bene della morte 1,2

[15]  Sermoni 149,1

[16]  Tale ode era anticamente presente nell'officiatura quotidiana dell' Orthos ma poi venne riservata solo al martedì delle settimane di Quaresima visto che veniva considerata come penitenziale,

[17]  La Trinità 5,36.

[18]  Esposizione sui Salmi 105,28

[19]  I patriarchi 11,56

[20]  Poesie  15,213

[21]  Catechesi 16,26

 


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