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Omelia di S. Gregorio Palamas- La Domenica del Giudizio

 

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo - Napoli




 

Omelia di S. Gregorio Palamas

DOMENICA della  SECONDA  PARUSIA di CRISTO

La misericordia e il beneficare.

1. La scorsa domenica la Chiesa, attraverso la parabola della salvezza del figliol prodigo, ricordava l’incomparabile filantropia di Dio per noi. Nella presente domenica essa dà insegnamento sul futuro terribile giudizio di Dio, attenendosi all’ordinamento liturgico e seguendo le parole dei profeti. “Misericordia”, dice, “e giustizia canterò per te, Signore” (Sal 100,1) e “Dio ha parlato una sola volta, due volte ho udito che il potere appartiene a Dio, e che a te, pure, Signore, appartiene la misericordia, poiché tu concederai a ciascuno secondo le sue opere” (Sal 61, 12-13).

2. La misericordia e la magnanimità precedono il giudizio divino; Dio, infatti, già prima possedendo in se stesso e contenendo ogni virtù, essendo giusto in se stesso e misericordioso, poiché la misericordia non va assieme al giudizio, com’è scritto: “Non avrai compassione del povero in giudizio” (Pr 24,23), Dio, quindi, naturalmente ha assegnato a ciascuna delle due cose i suoi momenti: avendo disposto che il presente sia il momento della magnanimità, mentre il futuro lo sia del giudizio. E perciò, per le opere che sono portate a compimento dalla santa Chiesa, la grazia dello Spirito ha disposto in modo che noi, apprendendo che proprio a partire dalle opere compiute qui riceviamo il perdono per i nostri peccati, ci diamo da fare mentre ancora ci muoviamo in questa vita, per ottenere la misericordia eterna e per renderci degni della divina filantropia; quel giudizio, infatti, è senza misericordia per chi non ha avuto misericordia.

3. Riguardo alla incomparabile misericordia di Dio nei nostri confronti, l’altra volta, anticipando, abbiamo premesso qualche considerazione, mentre oggi il nostro discorso verte sulla seconda parusia di Cristo, sul terribile giudizio e sugli eventi che con essa si verificheranno indicibilmente: “Cose che occhio non vide, orecchio non udì, e non salirono al cuore d’un uomo” (1Cor 2,9) senza partecipare dello Spirito divino, cose che trascendono non solo l’umana percezione, ma anche l’intelletto e la parola umana; infatti egli, anche se è colui che tutto sa e giudicherà tutta la terra, e che c’insegna queste cose, tuttavia accondiscende alla capacità degli allievi, concedendo dei discorsi a loro commisurati; perciò sono introdotte folgori e nubi, tromba e trono, e cose simili a queste, sebbene attendiamo nuovi cieli e una nuova terra (2Pt 3,13), secondo il suo annuncio, con il mutamento delle cose che sono ora.

4. E se anche le parole soltanto dette, e dette con tanta condiscendenza, riempiono di tremore e timore l’anima di quanti ascoltano con comprensione, chi sopporterà allora il compiersi degli eventi che esse significano? Per quanto tempo bisogna che noi ci atteniamo ad una condotta santa e religiosa, attendendo la parusia del giorno di Dio? “Nel quale”, come dice il divino Pietro, “i cieli incendiati si dissolveranno, e gli elementi si disintegreranno, consumati dal calore” (2Pt 3,12); e “la terra e le opere in essa saranno riarse dal fuoco” (2Pt 3,10). Prima di questi eventi, ci saranno la gravissima parusia e l’insolenza dell’Anticristo contro la fede: e se queste non fossero abbreviate e consentite solo per breve tempo, nessuna carne si salverebbe, come afferma il Signore nei Vangeli (cfr Mt 24,22), dicendo: “Vigilate, dunque, pregando in ogni momento, perché siate ritenuti degni di sfuggire a tutti questi eventi futuri e d’essere posti davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,36).

5. Quindi tutti quegli eventi sono pieni di smisurato orrore, ma a coloro che consumano la loro vita nell’infedeltà, nell’ingiustizia e nell’indifferenza, sono minacciati eventi più terribili anche di quelli detti, come afferma il Signore stesso: “Allora piangeranno tutte le tribù della terra” (Mt 24,30). E “tribù della terra” sono coloro che non obbedirono a colui che è venuto dal cielo, che non riconoscono il cielo, non invocano il Padre celeste e non riferiscono a lui la loro origine attraverso la somiglianza delle opere. Ed ancora: “Quel giorno come un laccio sopravverrà su tutti coloro che siedono sulla faccia di tutta la terra” (Lc 21,35; Is 24,17), cioè su quelli che nell’abbondanza della tavola, nell’ubriachezza, nelle delizie e nelle sollecitudini della vita sono inchiodati alla terra e alle cose della terra, e che si dedicano completamente alle parvenze più evidenti ai sensi, alla ricchezza, alla gloria e al piacere; con “faccia” della terra, ha accennato alla sua apparente piacevolezza, mentre, dicendo che essi “siedono”, suggerisce la loro fissità persistente ed innata. Ed attraverso tali parole unisce agli empi coloro che hanno peccato senza pentirsi sino alla fine, come fu predetto anche da Isaia: “Saranno bruciati insieme gli ingiusti e i peccatori, e non ci sarà chi spegnerà” (Is 1,31). Ma “la nostra cittadinanza è nei cieli, da cui aspettiamo anche il Salvatore” (Fil 3,20), dice l’Apostolo, e “voi non siete di questo mondo” (Gv 15,19), diceva ai suoi discepoli il Signore, ai quali di nuovo ripete: “Ma quando staranno per accadere tutti questi fatti, guardate in alto e sollevate la testa, perché è vicina la vostra redenzione” (Lc 21,28).

6. Vedete che coloro che vivono secondo Cristo sono pieni di gioia e di straordinaria libertà di parola per gli eventi che si producono subito dopo i primi, mentre quelli che vivono secondo la carne sono pieni di vergogna, di dolore e di tristezza? Come grida anche Paolo dicendo: “Dio darà a ciascuno secondo le sue opere: vita eterna a quanti, con la perseveranza delle buone opere, cercano gloria, onore ed immortalità, ma ira ed indignazione a quanti non prestano fede alla verità, lasciandosi invece persuadere dalla malvagità: collera, tribolazione ed angoscia per ogni anima d’uomo che opera il male” (Rm 2,6-9).

Una volta, al tempo di Noè, quando il peccato s’accrebbe e dominò quasi tutto il genere umano, avvenne il diluvio mandato da Dio, ed esso cancellò ogni soffio di vita, mentre fu conservato quel solo giusto con tutta la sua famiglia, per la nascita di un secondo mondo. E dopo di lui, quando di nuovo la malvagità crebbe rigogliosamente in ogni dove, Dio la recise, riducendo in cenere col fuoco i Sodomiti, sommergendo in mare prodigiosamente gli uomini del Faraone e disperdendo la stirpe temeraria dei Giudei con carestie, guerre intestine, malattie e pene intollerabili.

7. Il medico comune, pur essendo ricorso ad aspri rimedi e cure, per il nostro genere umano non trascurò i mezzi favorevoli e che portano giovamento con del piacere, anzi innalzò i padri, mostrò i profeti, produsse dei segni, dette una legge e mandò degli angeli. Poiché anche questi rimedi erano deboli nei confronti dell’incoercibile impeto della nostra malvagità, lo stesso grande rimedio che fa cessare i grandi peccati, la stessa Parola di Dio, abbassati i cieli, discese sulla terra; e, divenuta in tutto come noi, tranne il peccato, uccise in se stessa il peccato e, dopo averci rafforzati, affievolì lo stimolo di quel peccato ed ammonì nella croce i suoi promotori e i suoi complici, distruggendo con la sua morte colui che aveva il potere sulla morte (cfr Eb 2,14).

8. E come ai tempi di Noè aveva lavato i peccatori per mezzo dell’acqua, così più tardi, lavando il peccato per mezzo della sua giustizia e della sua grazia, fece levare se stesso immortale, come un seme ed un principio originario del mondo eterno, esempio ed immagine della risurrezione da noi sperata senza inganno. Risorto dunque e salito nei cieli, mandò per tutta la terra gli apostoli, produsse un’innumerevole moltitudine di martiri, propose un gran numero di maestri e mostrò assemblee di santi. Ma, dopo aver fatta nuova ogni cosa, senza tralasciare nulla di ciò che era necessario, vide di nuovo crescere tanto la malvagità per la decisione del nostro libero arbitrio, e la vedrà giungere ad una tale vetta, anzi la vedrà un giorno tanto innalzata, che allora gli uomini si prostreranno davanti all’Anticristo e gli ubbidiranno, abbandonando lo stesso vero Dio ed il suo vero Cristo, ed egli scenderà di nuovo dai cieli con molta potenza e gloria, non più per mostrarsi indulgente, ma per punire coloro che, nel tempo della sua indulgenza, con opere malvagie hanno accumulato per se stessi un tesoro d’ira (cfr Rm 2,5). E, tagliando via quanti sono incurabili da quanti sono sani, come membra infette, ed abbandonandoli al fuoco, invece riscatterà i suoi dai maltrattamenti e dalla convivenza con gli uomini malvagi, rendendoli eredi del regno dei cieli.

9. Quindi, subito dopo l’infame libertà di parola dell’Anticristo, chi tutte le cose ha costruito insieme le sconvolgerà tutte, secondo quanto è stato detto attraverso il Profeta: “Ancora una volta scuoterò non solo la terra, ma anche il cielo” (Ag 2,21). Subito, dunque, travolge il mondo, infrange il confine più alto dell’universo e chiude la cavità celeste, mescola la terra al fuoco e sconvolge l’universo, distruggendo dal basso, per così dire, i fondamenti dell’universo, ed invece dall’alto la moltitudine delle stelle, come fiaccole innumerevoli, scagliandole sulla testa di coloro che avevano reso onori divini al Maligno, perché, per mezzo di esse i fedeli dell’Anticristo siano puniti da subito per quelle colpe da cui sono stati stravolti nella mente e per le quali obbedirono all’Anticristo come a Dio. Poi egli, apparso nella sua gloria ineffabile, con una tromba dal suono squillante darà la vita a tutti, come una volta fece con un soffio il Progenitore, e davanti a lui collocherà vivi quelli che sono morti da sempre. Ma non condurrà in giudizio gli empi e non li considererà degni neppure di una parola; gli empi, infatti, non risorgeranno per un giudizio, com’è stato scritto, ma per una condanna.                                                                                                                      

10. Produrrà in giudizio tutte le nostre opere, secondo la parola del Vangelo letta oggi; dice: “Verrà il Figlio dell’uomo nella sua gloria e tutti i santi angeli con lui”. Infatti, al tempo della precedente parusia, la gloria della sua deità era nascosta sotto la carne che prese da noi per noi; ora invece è nascosta al cospetto del Padre nel cielo con la carne divina, ma allora si manifesterà tutta la sua gloria; dall’alba al tramonto apparirà nello splendore, illuminando tutt’intorno i confini con i raggi della sua deità, mentre risuona in giro la tromba universale e vivificatrice e chiama a raccolta insieme verso di lui tutte le cose. Ed anche prima condusse dinanzi a sé gli Angeli, ma nascostamente, trattenendo il loro zelo contro i nemici di Dio; ma poi verrà apertamente e non tacerà, anzi accuserà ed abbandonerà alle pene quanti non si sono fatti persuadere.

11. Dice: “Quando verrà il Figlio dell’uomo nella sua gloria e tutti i santi angeli con lui, allora siederà sul trono della sua gloria” (Mt 19,28). Così infatti anche Daniele ha previsto e predetto; dice infatti: “Ecco, sono stati posti i troni, e l’Antico dei Giorni sedette; e vidi che il Figlio dell’uomo veniva sulle nubi del cielo, e giunse fino all’Antico dei Giorni, ed a lui fu dato tutto l’onore e il potere; migliaia di migliaia lo servivano e miriadi di miriadi gli stavano accanto” (Dn 7,9); in armonia con lui anche il santo Vangelo dice allora: “Si uniranno tutte le genti presso di lui; ed egli le separerà le une dalle altre, come il pastore separa le pecore dai capri” (Mt 25,32). Chiama pecore i giusti, perché essi sono docili e mansueti, percorrono la strada piana della virtù, già battuta da lui, e perché sono divenuti simili a lui; poiché anche lui fu chiamato agnello dal Precursore e Battista, che diceva: “Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo” (Gv 1,29). Chiama capri i peccatori, perché violenti e sregolati, e perché si spingono sui precipizi del peccato, e gli uni, dice, li metterà alla destra, perché operatori di azioni buone, mentre gli altri, che non sono tali, li metterà alla sinistra. “Allora dirà il Re”, dice, senza aggiungere quale o di chi fosse il re, perché non ce n’è nessun altro, tranne lui; infatti, anche se là ci sono molti signori e re, tuttavia uno solo è veramente il Signore, uno solo il re, che per natura è sovrano dell’universo. L’unico re dirà dunque allora a coloro che stanno alla sua destra, “Qui voi, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,32).

12. Proprio a questo mirava sin dal principio la fondazione del mondo, e per questo fine avvenne quella deliberazione celeste ed originaria del Padre, secondo la quale l’Angelo del Gran Consiglio del Padre fece l’uomo vivente non solo a sua immagine, ma anche a sua somiglianza,  perché un giorno potesse ricevere la grandezza del regno divino, la felicità della divina eredità ed il compimento della benedizione dell’altissimo Padre, per mezzo della quale furono fatte tutte le cose visibili ed invisibili; non ha detto infatti “del mondo sensibile”, ma indifferentemente “del mondo”,  sia celeste, sia terreno. E non fece soltanto questo, ma anche il divino ed ineffabile svuotamento, la condizione, le passioni salvifiche e tutti i misteri; per questo fine tutte queste cose furono predisposte con avvedutezza ed estrema saggezza, perché chi, grazie ad esse, si sia mostrato fedele nel presente, senta da parte del Salvatore: “Bene, servo buono, poiché sei stato fedele nel poco, ti arò autorità su molte cose, entra nella gioia del tuo Signore” (Mt 25,21). Venite, dice dunque, erediterete il mondo sovrastante, che permane, voi che nel mondo terreno, corruttibile e passeggero, bene vi siete attenuti alla mia disposizione. “Ebbi fame e mi avete dato da mangiare, ebbi sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, ero nudo e mi avete vestito, fui ammalato e mi avete visitato, fui in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 35-36).

13. A questo punto ci si chiede per quale ragione ha fatto menzione solo dell’elemosina, e per questa ha dato la sua benedizione, l’eredità e il regno. Eppure non ha fatto menzione solo di questa, per coloro che lo ascoltano comprendendo: infatti, poiché prima aveva chiamato pecore quanti operano in essa, con questa denominazione ha testimoniato la loro somiglianza con lui ed ogni virtù, e come siano sempre stati disposti alla morte per il bene; allo stesso modo anche lui, come una pecora, fu condotto al sacrificio, e, come era scritto (Is 53,7; At 8,32), rimase muto come un agnello davanti a chi lo tosava.

14. A costoro, quindi, che sono anch’essi tali, ha raccomandato il beneficare: bisogna infatti che colui che riceverà in eredità quel regno eterno lo abbia come prova e frutto dell’amore e come un capo che stia sopra a tutte le virtù. Ciò ha mostrato il Signore anche per mezzo della parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13): infatti non tutte quelle che vanno incontro alle divine nozze sono fatte entrare, ma solo quelle adorne di verginità, che non si conserverebbe rettamente senza ascesi e temperanza, e senza molte e complesse gare per la virtù, ed inoltre quelle tenevano in mano delle lampade, vale a dire il proprio intelletto  e,  in  esso,  l’insonne conoscenza, sostenuta e mantenuta costante con la pratica dell’anima –cosa che è indicata dalle mani-, e dedicata a Dio per tutta la vita e collegata alle lampade che hanno in mano. C’è bisogno nondimeno anche d’abbondante olio, che basti a tenerle accese. L’olio è l’amore, che è il vertice delle virtù. Come dunque se tu, se hai posto le fondamenta e costruito i muri, ma senza aver sovrapposto il tetto, hai lasciate irrealizzate tutte quelle opere, così, se tu possedessi ogni virtù, ma non avessi acquisito l’amore, tutte quelle sarebbero inutili e vane, ed il tetto della casa, senza le mura che lo sostengano, non può essere costruito.

15. Dunque il Signore mette a disposizione la sua  eredità per quegli uomini che hanno messo il sigillo alle altre virtù per mezzo delle opere dell’amore; e sono corsi verso di essa attraverso una vita irreprensibile, e vi si sono rifugiati con il pentimento; di essi, io chiamo gli uni figli, poiché custodi della mistica rigenerazione da parte di Dio, mentre chiamo gli altri mercenari, perché, attraverso le molteplici lacrime del pentimento e dell’umiltà, hanno ottenuto di nuovo la grazia come ricompensa.

16. Perciò, dopo aver spiegato prima in molti modi la forma del giudizio nei divini Vangeli, successivamente ha posto in evidenza le opere dell’amore, come le virtù precedentemente elencate, che esso porta a perfezione o innalza. Ma i giusti risponderanno dicendo: “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare , o assetato e t’abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e t’abbiamo accolto, o nudo e t’abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a visitarti?” Vedete anche quelli chiamati giusti alla sua destra? Certo, la compassione deriva loro dalla giustizia e con giustizia. Vedete anche un’altra virtù, l’umiltà, testimoniata dai giusti con la pienezza dell’amore, come una cinta di mura opportunamente innalzata? Sostengono con forza di essere indegni della proclamazione e delle lodi , come se non avessero fatto niente di bene, essi che invece testimoniano di non aver lasciato niente di intentato.

17. Per questo, io credo, il Signore risponde loro parlando liberamente, perché essi si manifestino per quello che sono, perché siano innalzati dalla loro umiltà e trovino giustamente grazia presso di lui, che la offre in abbondanza agli umili; “infatti il Signore resiste ai superbi, mentre dà grazia agli umili” (Gc 4,6;  Pr 3,34),  ed  egli  anche  ora  dice loro: “ Così dico a voi, quanto avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me”. Dice “più piccolo” per la povertà e la piccolezza, “fratello”, invece, perché anche lui è vissuto così sulla terra, secondo la carne.

18.  Ascoltate e gioite, quanti siete poveri e bisognosi: infatti proprio per questo siete fratelli di Dio; e se siete poveri e modesti involontariamente, con la sopportazione ed il ringraziamento avete fatto volontariamente il bene per voi stessi. Ascoltate, voi ricchi, e desiderate la felice povertà, per diventare eredi e fratelli di Cristo, e migliori di coloro che sono involontariamente poveri: anche lui, infatti, volontariamente è divenuto povero, per noi. Ascoltate e piangete, voi che guardate i vostri fratelli che stanno male, anzi i fratelli di Dio, e non rendete partecipi dei beni che avete in abbondanza coloro che mancano di cibo, di riparo, di vesti e di una cura che spetta loro, e non prendete ciò che avete in eccesso per il loro bisogno. Piuttosto ascoltiamo e piangiamo: infatti anch’io, che vi dico queste cose, sono accusato dalla mia coscienza, perché non sono completamente fuori dalla mia passione; infatti, mentre ci sono molti pieni di freddo e miserabili, io sono sazio e con indosso delle vesti. Ma sono degni di una assai maggiore afflizione coloro che hanno e tengono saldamente dei tesori superiori alla quotidiana necessità, o che addirittura cercano d’accrescerli, mentre noi abbiamo ricevuto l’ordine di amare il nostro prossimo come noi stessi e non di considerarlo come cenere. In effetti, che altro sono l’oro e l’argento, che amiamo più dei nostri fratelli?

19. Ma ravvediamoci, pentiamoci e rendiamo comuni i nostri beni, venendo in aiuto con i mezzi che abbiamo ai bisogni dei fratelli poveri che sono in mezzo a noi e, se abbiamo deciso di non spendere completamente, per amore di Dio, tutti i beni presenti, almeno non tratteniamoli tutti presso di noi senza misericordia; ma in ciò che facciamo, per quello che abbiamo trascurato, umiliamoci di fronte a Dio, ed otteniamo il perdono da lui, poiché la sua filantropia colma la nostra mancanza, affinché non abbiamo a sentire –che non possa mai succedere!- la deprecabile parola: “Allora”, dice, “dirà a quelli alla sua sinistra: andate via da me, voi maledetti”. Quant’è spaventoso questo! Siete allontanati dalla vita, siete respinti dalla gioia, siete privati della luce!

20. Tuttavia non dice solo questo, ma anche: “andate via da me, voi maledetti,  nel  fuoco  eterno  preparato  per il diavolo e per i suoi angeli”; infatti, come quelli di destra avranno vita, e l’avranno migliore –la vita in unione con Dio, ma migliore per il fatto che rimangono figli ed eredi del suo regno-, così coloro che stanno alla sinistra, allontanati dalla vera vita per il fatto di essere allontanati da Dio, avranno un male maggiore, per essere annoverati assieme ai demoni e per essere abbandonati alla punizione del fuoco.

21. Qual è dunque quel fuoco che si attacca sia ai corpi, sia alle menti che si trovano nei corpi, sia agli spiriti incorporei, che contiene in sé dolori inestinguibili, e per mezzo del quale anche il nostro fuoco sarà dissolto, come è stato scritto: “Gli elementi infiammati si scioglieranno” (2Pt 3,12)? Quanto accrescimento di dolore provoca il non potersi attendere la redenzione? Infatti quel fuoco è inestinguibile. Ma poi cos’è “l’impeto violento”? Infatti, dice, un fiume trascina quel fuoco, come sembra, e porta sempre più lontano da Dio; perciò non ha detto “andate via”, ma “andate via da me, voi maledetti”, infatti siete stati maledetti da molto tempo dai poveri, perché, se questi hanno sopportato, voi siete degni di maledizione. Andate via, dice loro, nel fuoco preparato non per voi, ma per il diavolo e per i suoi angeli; non è mia questa precedente volontà, non per questo vi ho fatti, non per voi ho preparato la pira: a causa di quei demoni che hanno una immutabile consuetudine alla malvagità fu acceso prima il fuoco inestinguibile, e ad essi vi ha unito il vostro pensiero senza pentimento, come il loro. Dunque è stata scelta da voi la somiglianza di vita con gli angeli malvagi; infatti “ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; ero straniero e non mi avete accolto; nudo e non mi avete vestito, ammalato e in prigione e non mi visitaste (Mt 25, 42-43); infatti, fratelli, come l’amore e le opere dell’amore sono la pienezza delle virtù, così l’odio, le opere dell’odio, la modalità d’esistenza senza misericordia e la mentalità gretta sono la pienezza del peccato; e come le virtù tengono dietro e vanno insieme alla filantropia, così la malvagità tiene dietro alla misantropia: perciò sono condannati anche per questo solo male.

22. Volevo dunque dirvi che non c’è nessun segno maggiore di odio che anteporre al fratello il denaro superfluo; ma vedo che la malvagità ha trovato un segno anche maggiore di questo, la misantropia; ci sono infatti coloro che non solo non mostrano compassione a partire dai beni che hanno in abbondanza, ma anche si impossessano di quelli altrui. Deducano quindi logicamente, dalla maledizione contro coloro che non hanno dimostrato compassione, che cosa otterranno e che cosa subiranno, e di quale condanna attorno alla quale non c’è intendimento ed insopportabile sono degni, si tengano lontani dall’ingiustizia e si rendano favorevole il divino con le opere del loro pentimento. Allora essi risponderanno dicendo: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato, o straniero, o nudo, o malato, o in prigione, e non ti abbiamo soccorso?” (Mt 25,44)

23. Vedete che anche questo estremo male, la superbia, è legato a chi ha una modalità di vita priva di compassione, come anche l’umiltà è collegata alla misericordia? I giusti, lodati a causa del loro ben operare, sono umili e non si giustificano. I superbi, invece, accusati da chi non mente per la loro durezza, non si prostrano umiliati, ma si oppongono e si giustificano; perciò sentiranno anche dire: “Così vi dico: quanto non avete fatto per uno di questi più piccoli, non lo avete fatto neppure per me”. E così se ne andranno via, dice, “gli uni verso un’eterna punizione, i giusti, invece, verso una vita eterna”.

24. Dunque, abbiamo compassione di noi stessi, fratelli, con la compassione verso i nostri fratelli, acquisiamo  la compassione con la compassione, facciamo del bene per ricevere del bene, la restituzione è alla pari: operare bene, filantropia, amore, misericordia e compassione, però, non sono pari al valore e alla misura della ricompensa; tu, infatti, offri secondo quello che ha un uomo, e per quanto un uomo può fare del bene, ma dai divini ed inesauribili tesori ricevi in cambio cento volte tanto e la vita eterna, e sei beneficato da quei beni e per quanto Dio può beneficare: “Quelle cose che occhio non vide ed orecchio non udì, e non salirono al cuore dell’uomo” (1Cor 2,9).

25. Affrettiamoci dunque ad ottenere la ricchezza della bontà, con pochi denari comperiamoci un’eredità eterna, temiamo la maledizione or ora udita contro coloro che non hanno compassione, perché, allora, non siamo condannati per questo motivo; non temiamo di diventare poveri, se diamo l’elemosina; infatti ascolteremo da Cristo: “Venite qui voi, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno”. Temiamo e facciamo tutto per non apparire fuori dell’amore di Dio a causa della nostra durezza; dice l’Evangelista: “Chi non ama il suo fratello, che vede, come amerà Dio, che non vede?”; ma colui che non ama Dio, come potrà stare con lui? E chi non sta con lui se ne andrà lontano da lui; ma chi va lontano da lui precipiterà in ogni caso nella geenna.

26. Ma noi mostriamo ai nostri fratelli in Cristo opere d’amore, avendo compassione dei poveri, correggendo quelli caduti in errore, in ciò che si potrebbe chiamare errore e povertà, difendendo gli offesi ed infondendo coraggio a coloro che giacciono malati, che subiscano questo sia a causa di nemici percettibili e di malattie, sia a causa di spiriti malvagi ed invisibili, sia per le passioni del disonore, visitando coloro che sono chiusi in carcere, ma anche tollerando quanti ci colpiscono ed essendo indulgenti l’uno con l’altro, se uno muove un rimprovero ad un altro, come anche Cristo è stato indulgente con noi; e semplicemente in ogni modo, con tutte le opere e le parole con cui possiamo, mostriamo il reciproco amore, per ottenere l’amore anche da parte di Dio, per essere benedetti da lui e ricevere in eredità il regno celeste ed eterno, promesso a noi e per noi preparato fin dalla fondazione del mondo.

Avvenga a tutti noi d’ottenerlo per la grazia e la filantropia del Signore nostro Gesù Cristo, e con lui siano onore e gloria al Padre, assieme allo Spirito santo, per i secoli dei secoli. Amin.

 

 

 


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