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Una spiegazione patristica delle immagini simboliche del Giudizio Universale

 del Metropolita di Nafpaktos Hierotheos

Vicariato Arcivescovile della Campania- Chiesa dei SS. Pietro e Paolo - Napoli




 

Una spiegazione patristica delle immagini simboliche del Giudizio Universale

 

di Sua Eminenza il Metropolita di Nafpaktos Hierotheos

 

La seconda venuta di Cristo e la risurrezione dei morti sono strettamente connesse al giudizio futuro, il cosiddetto futuro tribunale. Tutti gli uomini staranno davanti al terribile tribunale di Cristo. Nel Credo confessiamo che Cristo verrà nella gloria "per giudicare i vivi e i morti". Questa convinzione costituisce l'insegnamento centrale della Chiesa, come vedremo in seguito. In tutte le riunioni cultuali e nella Divina Liturgia ri fa memoria della nostra presenza futura davanti al trono di Dio. Il sacerdote prega: "Per una fine cristiana della nostra vita, senza dolore, senza rimorso, pacifica e per una valida difesa davanti al temibile tribunale di Cristo, preghiamo." In quanto segue avremo l'opportunità di sottolineare il fatto che, sebbene usiamo le immagini di un tribunale, il giudizio avrà più il carattere di una rivelazione e di una manifestazione dello stato spirituale della persona. Inoltre, tutte le immagini utilizzate hanno un carattere simbolico. Cristo e i santi, come vedremo, usano tali immagini per far visualizzare alle persone quel terribile giorno in cui conosceranno la realtà. Di conseguenza, a meno che non eliminiamo queste immagini, dobbiamo entrare nella loro essenza e nel loro intrinseco contenuto. Secondo San Simeone il Nuovo Teologo, "Quello che abbiamo da dire sul giudizio è difficile da spiegare perché non si tratta di cose presenti e visibili, ma di quelle future e invisibili". Le cose presenti si vedono, il futuro è invisibile, ed è per questo che sono richiesti purezza del nous, molta preghiera e molto zelo. Nella Sacra Scrittura si parla molto del giudizio finale, che è un punto di partenza per la vita eterna e l'inferno eterno. Le parabole di Cristo sulle Dieci Vergini, sulla zizzania e sui matrimoni sono ben note. Non è facile né possibile per noi analizzare tutti questi elementi. Tuttavia, stabiliremo quelli più significativi.

 

Cristo ha affermato che Egli Stesso avrebbe giudicato gli esseri umani nell'era a venire: "Il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio" (Gv 5,22). Questo non è indipendente dal fatto che Cristo è il prototipo dell'uomo, poiché l'uomo è un'immagine di Cristo, e la sua rinascita avviene attraverso Cristo. Egli si è fatto uomo, ha sofferto, è stato crocifisso, è risorto ed è asceso al cielo. Lui, quindi, sarà il giudice degli uomini. "E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio" (At 10,42). L'apostolo Paolo predicò lo stesso insegnamento sull'Areòpago di Atene, quando disse: “Ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti” (At 17,31). In questi passaggi apostolici si sottolinea che Cristo sarà il giudice degli uomini. Un passo parallelo dell'apostolo Paolo è la sua esortazione al discepolo Timoteo: "Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno ..." (2Tm 4,1).

La Seconda Venuta di Cristo è chiamata Parusia e Regno, ed è collegata al giudizio dei morti e dei vivi, cioè di coloro che sono morti in precedenza e di coloro che saranno in vita in quel momento. La connessione della seconda venuta di Cristo con il trono indica la maestà di Dio e l'autorità di Cristo nel giudizio sugli uomini, nonché la paura degli uomini di fronte al giudizio, e al giudice. Cristo ha usato questa immagine quando ha detto che, quando verrà con gli angeli, "siederà sul trono della Sua gloria" (Mt 25,31). Il trono, che è un simbolo della sua gloria, ma anche dell'autorità che ha sugli uomini, ha la sua origine nel culto delle divinità dei tempi antichi e del dio-imperatore dei Romani, ma si ritrova anche nell'Antico Testamento, così come nell'Apocalisse di Giovanni. Il re-profeta Davide aveva già scritto in uno dei suoi salmi: “Ha preparato per il giudizio il suo trono, Egli giudicherà il mondo con giustizia” (Sal 9, 7-8). La "preparazione del trono" è stata collegata al Golgota; dall'XI secolo la "preparazione del trono" è stata collegata alla seconda venuta di Cristo e al tribunale finale.

Il significato del trono, che suggerisce il trono imperiale e il tribunale, è stato strettamente legato al giudizio di Cristo sui vivi e sui morti, e lo troviamo in molti passaggi delle Epistole dell'apostolo Paolo. Riferendosi al fatto che siamo tutti supplici servi di Cristo, e non dovremmo giudicare gli altri, egli afferma: "Tutti ci presenteremo al tribunale di Cristo" (Rm 14,10). I Cristiani di Roma, a cui si rivolgevano queste parole, avevano conoscenza ed esperienza di ciò che significava il trono dell'imperatore o del giudice. L’apostolo rivolse parole simile ai Cristiani di Corinto: "Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia nel bene che nel male." (2Cor 5,10).

 

Poiché il giudizio finale degli uomini avrà luogo e poiché il vero giudice è Cristo, i Cristiani dovrebbero evitare di giudicare i loro simili, i loro fratelli. L'apostolo Paolo scrive: "Colui che mi giudica è il Signore ... Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori" (1Cor 4,5). In questo brano, egli dice che Cristo è il vero giudice degli uomini, e presenta anche il modo in cui il giudizio avverrà. Colui che è la vera luce, con la sua apparizione rivelerà tutte le cose nascoste dalle tenebre e manifesterà tutti i desideri che ci sono nel cuore. In un altro punto l'apostolo Paolo si riferisce al giudizio che verrà dai santi. Scrive: "Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?" (1Cor 6,2). Questo passaggio mostra ancora una volta il modo in cui avrà luogo il Giudizio. Non si tratta di un tribunale mondano dove sarà pronunciata l'accusa, saranno ascoltati testimoni per l'accusa e per la difesa, e poi sarà pronunciato il verdetto. L'immagine del futuro tribunale è presa dall’amministrazione della giustizia, ma il suo contenuto è diverso. L'apparizione del Sole di Giustizia rivelerà tutto, tutto sarà privato delle distinzioni esteriori e ci sarà un confronto tra santi e peccatori. Questo è il significato del detto che i santi giudicheranno il mondo. Vedremo tutte queste cose in quanto seguirà quando parleremo di come i Padri interpretino i passaggi scritturali che si riferiscono al giudizio futuro.

 

La parabola di Cristo del matrimonio è ben nota. Quando il re arrivò nel luogo in cui si erano riuniti gli invitati al matrimonio di suo figlio, vide una persona che non indossava l’abito da cerimonia. Allora lo rimproverò, dicendo: "Amico, come hai potuto entrare qui senza l’abito nuziale?". Poi comandò che fosse legato mani e piedi e gettato nel fuoco esterno, dove c’è "pianto e stridore di denti" (Mt 22,1-14). Secondo l'interpretazione di questa parabola di San Gregorio Palamas, le nozze si riferiscono alla Seconda Venuta di Cristo e al Regno dei Cieli. L'ingresso del Re, che è Dio, è “la sua manifestazione al momento del giudizio futuro”. La veste del matrimonio spirituale, indispensabile per gli invitati, è la virtù. E naturalmente quando i Santi Padri parlano di virtù, intendono i frutti dello Spirito santo, non una virtù umana superficiale. Chi manca della veste delle virtù non solo sarà indegno del Regno di Dio, ma sarà anche punito. Sia l'anima che il corpo saranno indegni di quella camera nuziale, se non si è vissuto nell'autocontrollo, nella purezza e nella sobrietà. La punizione per non avere un abito nuziale comporta l’allontanamento dalla dimora di coloro che si rallegrano e da ogni associazione con loro. È fondamentalmente una questione di separazione da Dio e di non condivisione della sua grazia. Il fatto che le sue mani e i suoi piedi siano legati, per ordine del Re, si riferisce alla costrizione di una persona a causa di tutti i peccati commessi in vita. Il dolore insopportabile e la grande sofferenza che la persona prova quando li commette in questa vita continueranno anche nella prossima vita. Il fatto che sia gettato nel fuoco esterno indica "che si è allontanato da Dio perché nella sua vita terrena non ha compiuto opere di luce".

Poiché non ha praticato atti di luce in questa vita, in quel giorno non può partecipare alla luce. Dire che è separato da Dio significa questo. L'oscurità in cui sarà portato è sinonimo del fuoco inestinguibile, dei vermi che non dormono, del pianto e dello stridore dei denti. Tutte queste cose indicano “le sofferenze insopportabili a carico sia dell'anima che del corpo” e le grida luttuose di rammarico inutile e perpetuo. Vale a dire, si pentiranno delle azioni che hanno fatto, ma non sarà mai possibile essere confortati, il pentimento non avrà mai fine.

 

Il brano evangelico sul giudizio finale è ineguagliabile e molto espressivo e, poiché è un insegnamento di Cristo, è autentico in tutto e per tutto. Nessuno può dubitarne e pretendere di essere chiamato cristiano. E questo perché ciò che si dice sul giudizio viene dalla bocca indiscutibile di Cristo (Mt 25, 31-46). Non citeremo il testo del Vangelo che descrive il giudizio imminente, ma faremo riferimento all'interpretazione datane da San Gregorio Palamas, e all'interno dell'interpretazione esamineremo anche gli eventi correlati.

Quando Cristo sarà venuto nella gloria e con i suoi angeli, separerà il popolo, come fa il pastore, e i giusti saranno posti alla sua destra e i peccatori impenitenti alla sua sinistra. Il giudizio sarà basato sull'amore o sull'odio mostrato verso i fratelli che si sono trovati in circostanze difficili. La domanda è: perché la carità è l'unico criterio? È del tutto giusto che le persone siano salvate dalla carità, mentre alcune persone sono condannate alla morte eterna semplicemente perché non mostravano simpatia ai loro simili?

San Gregorio Palamas fa una bellissima analisi del brano, alla luce dell'esperienza spirituale della Chiesa. Dice che i giusti godranno del Regno di Dio, non semplicemente a causa di un piccolo atto di carità che hanno fatto, ma a causa della loro intera esistenza rinnovata. Ciò è dimostrato da tre cose. Primo, dal fatto che prendono il nome di pecore. Con questo termine Cristo mostra che sono giusti, gentili, tolleranti e che percorrono il sentiero piano e conosciuto delle virtù, vale a dire che hanno seguito Cristo, che è il vero Pastore degli uomini. E non solo l'hanno seguito, ma sono diventati come Lui, che è l'agnello di Dio. Ciò significa che per tutta la vita hanno osservato i comandamenti di Dio, ma anche che erano sempre pronti "a morire per il bene". Alcuni di loro sono figli di Dio perché sono testimoni "della mistica rinascita da Dio" e altri sono lavoratori pagati, perché hanno acquisito la grazia col sudore del pentimento e dell'umiltà. In secondo luogo, i giusti hanno vissuto nella loro vita l'amore, che è il compimento della legge, e la virtù che sovrasta tutte le altre virtù ed è il loro inizio. L'amore verso l'umanità è un'espressione dell'uomo rinato, specialmente quando quell'amore è radicato nell'amore per Dio. Terzo, anche i giusti sono caratterizzati dall'umiltà. Perché anche se Cristo ricorda loro quello che hanno fatto, non ne sono consapevoli. L'umiltà è collegata all'amore. I giusti si sentono indegni di lode. Pertanto, per tutte queste caratteristiche i giusti mostrano di essere uniti a Dio, spiritualmente rinati.

L'opposto accade con i peccatori, che staranno alla sinistra di Cristo. Non sono condannati semplicemente per l'omissione di pochi piccoli atti di amore e carità, ma per le ragioni opposte per le quali i giusti sono stati lodati. In primo luogo, chiama i peccatori figli " impudenti e indisciplinati, che scendono nei precipizi del peccato". Proprio come i capri salgono sulle alture, lo stesso si osserva nei peccatori. I peccatori impenitenti non hanno acquisito la prudenza di Cristo, non sono diventati pecore che sono guidate dal vero pastore, ma hanno preferito la vita disordinata e sfacciata; non si sono fatti come l'agnello di Dio, il che significa che non possiedono la caratteristica del sacrificio per i loro fratelli. In secondo luogo, non hanno mostrato carità e amore, il che significa che non erano rinati dallo Spirito santo. Allo stesso tempo hanno mostrato odio. Proprio come l'amore è la pienezza di tutte le virtù, così anche l'odio e le azioni equivalenti, i modi scostanti e la segretezza del pensiero sono "la pienezza del peccato". I peccatori sono giudicati dalla loro misantropia, perché da questo derivano tutti i mali. In terzo luogo, i peccatori si distinguono per la loro arroganza, che è collegata ai modi antipatici. E poi, quando vengono rimproverati per la loro mancanza di simpatia umana, invece di avvicinarsi umilmente, contraddicono e si giustificano. Ciò mostra che la misantropia è diventata la loro natura. Proprio per questo i giusti entrano nel Regno dei Cieli, ma i peccatori vengono mandati all'Inferno.

Analizzando questo punto, San Gregorio Palamas afferma che i giusti godranno della vita eterna: "Hanno la vita e l'hanno in abbondanza". "Vita" si riferisce alla convivenza con Dio, e "abbondantemente" significa che sono figli ed eredi del Regno di Dio, vale a dire che condividono la stessa gloria e lo stesso regno. I peccatori non condividono niente di Dio. Coesisteranno con i demoni e saranno consegnati al fuoco dell'inferno.

San Simeone il Nuovo Teologo, interpretando questo brano, dice che Cristo si sta riferendo a qualcosa di più profondo ed essenziale. Il fatto che rimproveri i peccatori, poiché aveva fame e non gli davano dato da mangiare o aveva sete e non gli avevano dato da bere, significa che aveva fame della loro salvezza ma essi non erano all'altezza. Creato da Dio a sua immagine e somiglianza, l’uomo, attraverso la sua entrata nella Chiesa, che è il Corpo di Cristo, realizza una stretta connessione con Dio. Allo stesso modo, attraverso i sacramenti, diventa un membro del Corpo di Cristo. Dunque, quando non vive secondo i comandamenti di Dio, è come se stesse lasciando Cristo affamato e assetato.

Approfondendo questa idea, San Simeone dice che Cristo era affamato di conversione e pentimento, e l'uomo non ha soddisfatto la sua fame. Aveva sete di salvezza dell'uomo, e l'uomo non gli ha dato la possibilità di assaporarla. Era spoglio di azioni virtuose e l'uomo non lo ha rivestito di esse, perché quando il cristiano come membro del corpo di Cristo manca di queste virtù, è come Egli se fosse lasciato nudo, con le sue membra esposte. Era rinchiuso nella prigione stretta, sporca e oscura del cuore dell'uomo, e l'uomo non desiderava visitarlo o portarlo fuori alla luce.

Il cristiano sapeva che Cristo era malato a causa della sua indolenza e inattività, e non lo aiutava con opere e azioni buone. Cristo desidera veramente la salvezza dell'uomo, che ha creato, e per amore ha sopportato molte sofferenze per la sua salvezza. Allo stesso tempo, attraverso il santo Battesimo, il cristiano è un membro del suo corpo. E quando non è all'altezza di questo desiderio di Cristo, rimanendo nelle tenebre del peccato, allora condanna se stesso.

Colpiscono molto le sue parole, quando dice che era ‘nella stretta, oscura e sporca prigione del cuore’. In realtà attraverso il santo Battesimo la grazia di Dio rimane nel profondo del cuore dell'uomo. Ma la grazia divina è nascosta dai peccati che commettiamo dopo il nostro ingresso nella Chiesa. Così Cristo è come imprigionato nel cuore. L'inferno dell'uomo sarà proprio questo.

 

Collegata a questo è l'interpretazione di San Gregorio Palamas della parabola di Cristo delle dieci vergini. Secondo la parabola, le cinque vergini sagge che avevano con sé olio insieme alle loro lampade, andarono alle nozze, mentre le cinque vergini stolte, che non avevano olio, non furono ritenute degne di questa grande gioia (Mt 25, 1-13). Secondo San Gregorio Palamas, l'ingresso nel Regno di Dio è connesso con la verginità, non solo del corpo, ma propriamente dell'anima. Tutti possono sperimentare questa verginità. La verginità è praticata con l'ascetismo, l'autocontrollo e le varie lotte per le virtù. Ma servono anche le mani per reggere le lampade accese, così come l'olio. Le mani sono la vita attiva dell'anima, cioè il pentimento, lo sforzo per purificare l'anima. Le lampade accese sono il giusto nous in cui ci sarà quella diligente conoscenza spirituale che poggia sulla vita attiva dell'anima, è consacrata attraverso una vita in Dio ed è accesa dalla luce che proviene da Lui. Sembra qui che si tratti di purezza di cuore e illuminazione del nous. La preghiera noetica, la comunione incessante con Dio, è legata alla luce che viene da Dio. Ma c'è bisogno di olio in abbondanza, che è l’amore, il vertice di tutte le virtù.

 

A giudicare dalla nostra analisi dei passaggi patristici che si riferiscono al futuro tribunale, sembra che il giudizio imminente non sia un tipico processo legale, ma l'espressione e la rivelazione di Cristo della condizione spirituale vera dell'uomo. Colui che è rinato dallo Spirito santo apparirà allora chiaramente a tutti gli uomini; la sua affinità con Cristo, che risplenderà radiosa, sarà rivelata. E colui che non è rinato, e specialmente colui che ha un nous tenebroso e non illuminato, sarà parimenti rivelato a tutti gli uomini, perché non avrà parte in Dio. Proprio come l'apparire del sole getta luce su tutte le cose, così anche la venuta del vero Sole di Giustizia sarà una vera rivelazione delle disposizioni e dei desideri interiori degli uomini. Lo vedremo espresso in modo più chiaro, specialmente nell'insegnamento di San Simeone il Nuovo Teologo.

Innanzitutto va sottolineato ancora una volta che Cristo è il Regno dei cieli. È la vera luce che risplenderà alla Sua venuta per giudicare gli uomini. San Simeone il Nuovo Teologo, riferendosi a Lui, dice: "Tu Regno dei cieli, Tu Cristo, terra dei miti, Tu paradisiaco giardino, Tu divina camera nuziale, Tu ineffabile sala dei banchetti, Tu mensa aperta a tutti, Tu pane della vita, tu bevanda nuova ... " Aggiunge che Cristo, che è il sole inavvicinabile, risplenderà in mezzo ai santi, e allora tutti saranno illuminati secondo la loro fede, pratica, speranza, amore, purezza e illuminazione, che viene dal Suo Spirito. Le diverse dimore che esisteranno in Paradiso saranno preparate "in misura del loro amore e della loro visione di Te". Quindi, secondo il grado di purezza spirituale, ogni uomo rifletterà lo splendore di Dio. La venuta del Sole della Giustizia tra gli uomini rivelerà tutto. Così si intende anche il detto dell'apostolo Paolo: "... la tua vita è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, che è la nostra vita, apparirà, allora anche tu apparirai con Lui nella gloria” (Col 3, 3-4).

Un altro detto dell'apostolo Paolo è parallelo: “Tutto ciò che viene mostrato dalla luce sarà illuminato; e qualunque cosa illuminata è essa stessa luce” (Ef 5, 13). Tutti coloro che hanno compiuto cose divine nella loro vita saranno nella luce, e coloro che hanno fatto cose depravate, come insegna san Simeone il Nuovo Teologo, "saranno nell'oscurità delle punizioni", e ci sarà un grande distanza tra loro.

Così alla sua apparizione Cristo rivelerà lo stile di vita degli uomini, il loro intero essere, ciò che si trova nel profondo del loro cuore. Questa rivelazione è la vita eterna e l'inferno eterno, perché la prima è la partecipazione a Dio e la seconda è collegata alla non-partecipazione e alla-non comunione con Dio.

Ciò che accadrà nella prossima vita, dopo il Giudizio finale, sta già accadendo. San Gregorio Palamas dice che Cristo è il Sole della Giustizia, la luce che non tramonta, vera ed eterna. Le anime dei santi sono in essa adesso, e nella vita futura ci saranno anche i loro corpi. Coloro che non si pentono ora, sebbene godano del sole fisico e sensibile e siano confortati dalle altre creature di Dio, vivono fuori dalla luce, e nella vita futura si troveranno molto lontani da Dio e saranno consegnati all'inferno eterno.

Quindi ciò che sarà nella prossima vita è già sperimentato adesso. Così San Simeone il Nuovo Teologo chiede a Dio di dargli la Sua grazia già ora, come pegno, affinché possa goderne nella vita futura: "Concedimi d'ora in poi di servire Te, mio Salvatore, e di ricevere il Tuo Spirito Divino, promessa del tuo regno e quindi di godere del Tuo banchetto, della Tua gloria, affinché io possa vederti, o mio Dio, nei secoli dei secoli”.

Questa è una preoccupazione di tutti i santi. Non temono la morte, ma temono ciò che accadrà dopo, specialmente alla Seconda Parusia di Cristo. Non si preoccupano tanto del momento della loro morte quanto del modo in cui si addormenterrano, vale a dire quale sarà la loro condizione in quell'ora, poiché ciò avrà conseguenze eterne. San Simeone dice che ha paura e orrore di morire con un nous cieco. Anche se una persona avrà la luce degli occhi dopo la sua risurrezione, non sarà di alcuna utilità se non avrà occhi spirituali per vedere Dio. In tal caso un uomo che sarà venuto dalle tenebre dimorerà di nuovo nelle tenebre e sarà separato da Dio nei secoli.

Così l'apparizione di Dio come sole rivelerà la nudità spirituale di un uomo. Ora abbiamo la possibilità di nascondere la nostra nudità spirituale con vari mezzi, ma allora tutto sarà rivelato. In uno dei suoi Catechesi, San Simeone il Nuovo Teologo presenta la verità che per l’uomo non si tratta di trarre profitto da tutti i doni materiali, sensoriali e mentali che gli capita di avere nella sua vita. Il santo si pone molte domande, dove saranno le cene sontuose, gli abiti costosi, l'arroganza di chi è in posizioni di autorità, e così via. Vorrei focalizzare l'attenzione sul suo dire che la nudità dell'anima dell'uomo sarà rivelata. Chiede: “Dove saranno i grandi nomi? Dov'è la santità che gli altri ci attribuiscono o noi attribuiamo a noi stessi? Dove saranno quelli che ora ci adulano e ci ingannano, che ci chiamano santi e si prostrano ai nostri piedi?". Molti di noi hanno l'illusione di essere santi, di essere pieni di virtù, poiché ci sono anche molti adulatori che ci inducono a sovrastimarci. Ma nel giudizio tutto sarà rivelato e tutti gli uomini vedranno la nostra nudità. Ci sono molte cose in questa vita che nascondono la cecità dei nostri cuori e la nudità delle nostre anime. Molte volte si dissimulano attraverso la saggezza e la conoscenza mondane. Pensiamo di essere qualcosa, mentre essenzialmente siamo morti a Dio, non abbiamo niente di buono. Nel giudizio tutto sarà rivelato. San Simeone il Nuovo Teologo chiede: “Dove sarà la pretesa prudenza di coloro che sono onorati per la loro conoscenza e saggezza del mondo? Dove sarà la nostra presunzione e illusione di essere qualcosa, anche se non siamo niente?". Questo è precisamente il motivo per cui grande paura e tremore si impadroniranno di coloro che sono pigri, sbadati e indolenti. Quindi, benedetto è l'uomo che vive nel pentimento e si vede “inferiore a ogni creatura”, perché “allora starà alla Sua destra in vesti gloriose”. Solo quelli adornati con la grazia di Dio staranno alla destra del trono di Dio.

QuandoSsan Simeone parla di abiti e nudità, non intende solo l'esistenza o la mancanza di virtù, ma lo Spirito santo, la luce stessa di Dio. Allora la notte diventerà luminosa come il giorno; ogni casa e grotta, anche il cielo e la terra saranno rimossi, e così tutti coloro che non si sono rivestiti di Cristo, vale a dire "quelli che non hanno ricevuto la luce ... e non vi abbiano dimorato in precedenza e siano diventati luce", appariranno nudi e saranno pieni di vergogna. Ogni atto, buono o cattivo, ogni pensiero, ogni ricordo che è sorto in noi dalla nostra nascita fino al nostro ultimo respiro apparirà. Tutto sarà rivelato davanti agli uomini.

È significativo qui che coloro che appariranno nudi saranno principalmente coloro che non hanno visto la luce in questa vita e non sono diventati luce. In questo caso il problema non è morale, ma spirituale, ontologico. La nudità è legata al non aver partecipato alla luce in questa vita. Quindi san Simeone raccomanda che si entri per la porta stretta attraverso la penitenza, “e vedano la luce che è in essa” già in questa vita. La visione della luce increata non è un lusso della vita spirituale, ma l'essenza e lo scopo di essa.

Nell'insegnamento di San Simeone il Nuovo Teologo appare anche qualcos'altro che è connesso con quanto è stato detto. Quando osserviamo i comandamenti di Dio, veniamo portati alla luce. Quindi non osservare i comandamenti ci allontana dalla luce e ci immerge nelle tenebre. Dunque i comandamenti di Dio condanneranno l'uomo. La parola di Dio è viva e rimane per sempre. La parola di Dio trascurata “starà allora alla presenza di ciascuno di noi e condannerà chi non l'ha osservata”. Il giudizio avverrà mediante i comandamenti di Dio, che metteranno alla prova i fedeli e gli infedeli. Per la verità gli infedeli si condanneranno da soli per le azioni compiute. Allora un uomo non riceverà aiuto dalla saggezza e dalla conoscenza umana, né dall'eloquenza delle parole, né dal denaro o dai beni terreni.

Nella tradizione biblico-patristica vediamo anche un altro modo in cui gli uomini saranno giudicati nel futuro giudizio. Si dice che gli uomini saranno giudicati dai santi. Lo troviamo già nelle parole di Cristo ai suoi discepoli: “In verità vi dico che voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele" (Mt 19, 28). L'apostolo Paolo sostiene la stessa cosa. Rimproverando i Cristiani per essersi rivolti a tribunali mondani per risolvere i loro vari affari, dice: "Non sapete che i santi giudicheranno il mondo?" (1Cor 6, 2).

Ma come è compreso questo giudizio da parte dei santi?

San Simeone risponde anche su questo punto. Dice che ogni uomo, trovandosi di fronte alla vita eterna e a quella luce ineffabile, vedrà “uno che è come lui e sarà da lui giudicato”. Tutti gli uomini che hanno vissuto sulla terra secondo modi diversi di vita saranno giudicati da altri uomini che avranno vissuto con loro nelle stesse condizioni. Questi vissero secondo la volontà di Dio, gli altri rigettarono i suoi comandamenti. Ciò significa che non ci possono essere scuse che le condizioni di vita erano difficili e che quindi non si era potuto vivere secondo le disposizioni di Dio. Così i padri saranno giudicati dai padri, i parenti e gli amici dai parenti e dagli amici, i fratelli dai fratelli, i ricchi da quelli che erano ricchi, i poveri da quelli che erano poveri, gli sposati da coloro che hanno brillato nella vita coniugale etc. Quando i peccatori guarderanno i peccatori che si sono pentiti e i frequentatori di prostitute che impenitenti vedranno chi invece si sarà pentito di questo, quando i re vedranno i re santi, e in generale, quando ognuno vedrà che qualcuno come lui, che aveva la stessa natura, le stesse mani e gli stessi occhi, le stesse condizioni di vita, è stato salvato, questo porterà all'autocondanna, nessuno avrà più argomenti o scuse. Le parole di San Simeone che citerò esattamente sono molto caratteristiche: "Così ognuno di noi peccatori sarà condannato da ciascuno dei santi, i non credenti da coloro che credono, i peccatori che non si sono pentiti da coloro che forse hanno peccato di più ma si sono pentiti con tutto il cuore".

Sarà terribile in quell'ora per qualcuno vedere nella gloria di Dio "colui che ha ricevuto la tonsura con lui stando al suo fianco, colui che ha mangiato e bevuto con lui, il suo contemporaneo, il suo collega", completamente circondato da grande gloria come Cristo, mentre lui stesso sarà all'opposto. Allora non ci saranno più parole. Questo è proprio ciò che significa che saremo giudicati dai santi. Saremo censurati dalla loro penitenza e dal fatto che hanno vissuto nelle stesse condizioni e tuttavia si sono dimostrati ricettori dello Spirito santo, imitatori di Cristo sotto ogni aspetto.

Non saremo in grado di giustificarci affatto.

 

Un altro punto che vediamo nell'insegnamento di san Simeone il Nuovo Teologo è che nel futuro giudizio coloro che non abbiano ricevuto lo Spirito santo saranno privati ​​della vita eterna. Non solo coloro che hanno peccato saranno privati ​​del Paradiso. Qualcuno può non aver peccato, ma se non ha virtù, che sono il frutto dello Spirito santo, sarà privato della vita eterna, sarà espulso dal Paradiso e andrà all'Inferno. Quello che diceva San Simeone è caratteristico: "Anche se l’uomo non ha peccato, ma è privo di virtù, resta nudo". Quindi, anche se non abbiamo commesso peccati, ci dimostreremo indegni della gloria di Dio se non avremo virtù.

Il Santo continua ancora sottolineando che anche le stesse virtù non bastano, ma è necessaria la gloria di Dio, la grazia di Dio. Ciò significa che le virtù non sono semplicemente conquiste dello sforzo individuale dell'uomo, ma frutti dello Spirito santo. Proprio come Adamo, che non aveva osservato i comandamenti di Dio e fu spogliato della gloria divina e privato del Paradiso, così anche colui che sarà trovato "veramente spogliato della gloria divina" sarà privato del paradiso del regno di Dio e della celeste camera nuziale. Ciò di cui si ha bisogno per entrare nel Regno di Dio alla seconda venuta di Cristo è la partecipazione dello Spirito santo. Il Giorno del Giudizio sarà terribile perché, oltre ad altre cose, si imparerà “che coloro che non hanno lo Spirito santo che risplende come una torcia nel loro spirito e dimora inesprimibilmente nel loro cuore saranno condannati all'oscurità eterna”.

Pertanto le ripetute esortazioni di san Simeone il Nuovo Teologo, che è giustamente considerato il "teologo della Luce", sono intese a tenersi lontano dai mali e dalle passioni, di liberare il cuore da ogni impurità, di acquisire un puro nous, di partecipare alla grazia divina, di godere della divina luce. Ad un uomo che vive in questo modo, quando Cristo verrà sarà rivelata ed espressa una gioia ineffabile. Parteciperà a Dio, mentre il peccatore vedrà Dio, ma nell’auto-condanna e auto-punizione, e sperimenterà l’energia bruciante della luce.

 

In conclusione, lasciatemi dire che Cristo verrà di nuovo nel mondo, e questa sarà la sua Seconda Venuta. L'intera creazione sarà rinnovata, i morti risorgeranno, tutti coloro che saranno in vita allora saranno trasformati, ed allora avverrà il giudizio degli uomini. Tutte queste cose sono verità e si realizzeranno certamente, anche se non conosciamo il giorno e l'ora in cui avverranno.

Quindi Cristo ci esorta ad essere sempre pronti. Proprio come accadde con il diluvio al tempo di Noè, quando gli uomini erano intenti a "mangiare, bere, sposarsi e organizzare matrimoni", fino a quando Noè entrò nell'arca e poi tutti capirono che il diluvio era proprio arrivato, lo stesso accadrà all'apparizione del Figlio dell'uomo. Perciò Cristo dice: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore" (Mt 24, 37-42). E alla fine della parabola delle dieci vergini Cristo disse: "Vegliate dunque, perché non conoscete né il giorno né l'ora in cui verrà il Figlio dell'uomo".

 

Fonte: dal libro Vita oltre la morte, 1996, cap. 6: "Il futuro giudizio".

 

 


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