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Elemosina e filantropia nella Chiesa. La comprensione teocentrico-ecclesiale della solidarietà sociale.

Discorso di Sua Em.nza il Metropolita

Discorso di S.E.R. il Metropolita d'Italia Policarpo




Elemosina e filantropia nella Chiesa.

La comprensione teocentrico-ecclesiale della solidarietà sociale.

 di SER il Metropolita Policarpo

 

 

La cornice biblica del tema

 

La ricerca ha dimostrato che il termine "elemosina", dal greco ἐλεημοσύνη, era sconosciuto nella letteratura greca antica. La traduzione dei Settanta usò il termine per designare l'opera filantropica e la ricompensa di Dio verso l'uomo. L'elemosina di Dio verso l'uomo, inoltre, costituiva il modello dell'elemosina dell'uomo verso il prossimo. Il concetto di elemosina, dunque, è presentato nell'Antico Testamento come una pratica religiosa e non semplicemente sociale.

 

La dimensione religiosa dell'elemosina appare dunque, in principio, per mezzo della Legge divina. È interessante vedere il rapporto dell'elemosina con la vita liturgica di Israele. Questo è ciò che la Legge sollecita durante la celebrazione della Pasqua, e Tobia incoraggia suo figlio a farlo durante la celebrazione della Pentecoste. Anche questo è testimoniato dalla cerimonia di restaurazione dell'Arca dell'Alleanza da parte di Davide, durante l'atto di celebrazione degli azzimi a Gerusalemme, al tempo di re Ezechia, e durante la celebrazione del "giorno santo" al tempo di Esdra. In tutti i citati casi di elemosina durante la celebrazione di un evento cultuale, sicuramente avrebbero delineato il campo le affermazioni di Proverbi: “Presta a Dio, che ha pietà dei poveri; e secondo il suo dono, sarai ricompensato… Chi dà ai poveri, non mancherà di nulla "(Prov. 19, 17 e 28, 27) e della Sapienza di Sirach: "L'acqua spegne un fuoco acceso, l'elemosina espia i peccati... Rinserra l'elemosina nei tuoi scrigni ed essa ti libererà da ogni disgrazia” (Sir. 3, 30 e 29, 12).

 

Per questo motivo l’uomo caritatevole "è benedetto" e ha la certezza che Dio "non distoglierà la sua faccia da lui". Così, il rapporto tra le cerimonie liturgiche e l'elemosina nell'Antico Testamento è evidentemente intriso della convinzione che "chi fa l'elemosina" offre a Dio un "sacrificio di lode". Questa verità viene trasmessa al Nuovo Testamento, in cui si afferma che dare al prossimo costituisce una delle cause per la "gloria del Signore" (2 Cor. 8:19).

Nel Nuovo Testamento viene adottato anche il significato generale di carità, secondo la terminologia veterotestamentaria: "Fare l'elemosina" e "dare l’elemosina", significati più vicini alla letteratura rabbinica. In entrambi i casi l'elemosina è legata alla preghiera, che essa completa e rafforza, come sottolinea l'apostolo Pietro al centurione Cornelio. Questa testimonianza sull'elemosina di Cornelio, le cui elemosine sono “salite, in sua memoria, innanzi a Dio." (At 10, 4) -cioè perché Dio non dimenticasse Cornelio- evidenzia una precisa cornice liturgica: l'espressione "innanzi a Dio" nel Nuovo Testamento si riferisce anche a una cornice di preghiera.

All'interno del già citato quadro biblico-teologico si colloca l'affermazione dell'apostolo Paolo secondo cui l'elemosina costituisce un "servizio sacro" ("λειτουργία") che "trabocca in molteplici ringraziamenti a Dio" (2 Cor 9, 12). Questa terminologia è ovviamente cultuale e non differisce dalla relazione dell'Antico Testamento tra l'elemosina e la cerimonia rituale. D'altra parte, non è da considerare banale che l'insegnamento del Signore sulla vera elemosina preceda il suo insegnamento sulla preghiera, mentre l'apostolo Paolo si riferisce anche al rapporto di "misericordia verso il suo popolo" con la "oblazione", cioè, il sacrificio nel tempio.

Il rapporto tra l'elemosina e il culto di Dio non è l'unica eredità dell'Antico Testamento sul tema della solidarietà con gli altri: la corrispondenza con Dio e la creazione del "tesoro nei cieli" sono fonti dell'insegnamento del Signore sull'elemosina, che "portano" i corrispondenti significati dell'Antico Testamento nel Nuovo, ed è certo che caratterizzeranno l'opera filantropica della Chiesa cristiana.

La mancanza di spirito misericordioso e filantropico viene rimproverata dall'apostolo Paolo quando, principalmente, si manifesta in occasione della “Cena del Signore”: la Divina Eucaristia. Questa testimonianza richiede un'attenzione speciale, perché mostra che l'Apostolo si aspettava che i destinatari della sua Lettera mostrassero la loro filantropia specialmente e specificamente durante questa circostanza. Ecco perché protesta aspramente quando osserva che la partecipazione all'Eucaristia è accompagnata da una mancanza di spirito filantropico.

Divina eucaristia e filantropia

 

Le testimonianze degli Atti in tema di elemosina e filantropia sono condensate nelle note dichiarazioni sui beni comuni. Tuttavia, la conferma di uno stretto legame tra la Divina Eucaristia e la proprietà comune merita un'attenzione speciale: "E tutti coloro che avevano abbracciato la fede vivevano insieme e avevano tutte le cose in comune" (At 2, 44). L'apostolo Paolo rivela che la sinassi dei credenti "nello stesso luogo" spiega evidentemente la cornice temporale, entro la quale si svolgeva l'azione filantropica della Chiesa neocostituita: la testimonianza che i beni "furono posti ai piedi degli apostoli" non è possibile per lui riferirsi a nessun altro incontro - alla presenza degli Apostoli - diverso dalla Divina Eucaristia. Sappiamo che la prima comunità cristiana di Gerusalemme si riuniva quotidianamente attorno alla stessa tavola: "All'unanimità ... spezzando il pane ... presero il loro sostentamento con gioia e semplicità di cuore" (At 2,46). Il senso di unione durante la sinassi eucaristica è evidenziato con il termine "comunione" (κοινωνία). I primi cristiani "erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere." (At 2,42).

Queste testimonianze si riferiscono alla celebrazione della Divina Eucaristia da parte dei primi cristiani, in accordo con la "Cena del Signore", da cui deriva la terminologia eucaristica dello "spezzare il pane". Allo stesso tempo, però, queste prime testimonianze eucaristiche rivelano anche il carattere sociale dello “spezzare il pane”, cioè dell'offerta di cibo ai tanti membri poveri della Chiesa paleocristiana. Infatti, i problemi che sorsero specificamente durante le sinassi sono citati nel brano At 6,1, in cui si parla del "mormorio degli ellenisti" perché, durante le sinassi eucaristiche quotidiane, i cristiani ebrei non assistevano come avrebbero dovuto le vedove degli Ellenisti con la fornitura di cibo.

Questa pratica eucaristica dell'associazione tra lo "spezzare il pane" e l’aiuto sociale ai poveri era l'equivalente ebraico del "piatto del povero", che condividevano quotidianamente, e del "cestino del povero", che condividevano i venerdì di ogni settimana, cioè prima della celebrazione del sabato. Osserviamo, quindi, che nella chiesa paleocristiana di Gerusalemme l'Eucaristia andava di pari passo con l'assistenza sociale, un fatto che è collegato a pratiche equivalenti del giudaismo. La differenza sta nel cambio di giorno: per la Chiesa cristiana, il rapporto della Divina Eucaristia con la "cena di beneficenza" (il pasto per i poveri) non si svolge il giorno prima del sabato, ma la domenica, in cui, d'altra parte, è stata eseguita anche la "raccolta" (λογία) della Chiesa (1 Cor 16, 2).

Le testimonianze citate dagli Atti illuminano la via della filantropia nella Chiesa Apostolica. Riteniamo, infatti, che chiarisca la testimonianza sull'elemosina dell'Epistola cattolica di Giacomo, epistola che sembra essere stata indirizzata alla sinassi liturgica. L’ “opera” dell’elemosina è presentata come aggiunta essenziale, in modo che la fede non sia "morta". E il paradigma della "fede accompagnata da opere" che lo scrittore dell'epistola menziona, non è casuale: Abramo "fu giustificato" offrendo suo figlio Isacco sull'altare. L'aggiunta dell'elemosina insieme alla prassi di adorare Dio non è certamente casuale.

Nell'Epistola ai Galati, l'apostolo Paolo fa riferimento alla decisione del Sinodo Apostolico di Gerusalemme dell’anno 48-49 di aiutare i poveri, aggiungendo che "si è preso molta cura per farlo". Resta inteso che Paolo interpreta questa decisione non come un impegno personale, ma come un lavoro preciso per l'intero corpo ecclesiastico. Questo lavoro, tuttavia, non è una semplice iniziativa sociale della Chiesa primitiva. San Paolo lo chiama “sacro servizio” (vedi sopra), ma anche “comunione” dei misericordiosi con coloro che ottengono la misericordia. E il significato di "comunione" si riferisce a un'unità più profonda, che non è salvaguardata dai rapporti umani quotidiani, ma dalla fede comune, come espressa nella vita religiosa di queste prime comunità ecclesiastiche. L'apostolo Paolo usa il termine "colletta" solo una volta, per indicare l'opera filantropica delle Chiese di Galazia e Corinto. È un termine sconosciuto nella Settanta, che tuttavia compare nei papiri con il significato di “filantropia religiosa”, la filantropia che si manifesta tra i membri di un gruppo sociale. Esistono testimonianze simili sull'ambiente religioso del giudaismo della diaspora. Degna di menzione è la testimonianza del citato testo paolino sui tempi della “colletta”: “Ogni primo giorno della settimana ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare, perché non si facciano le collette proprio quando verrò io” (1 Cor 16, 2).

Il consiglio dell'Apostolo di raccogliere il denaro "la domenica", in modo che la raccolta non sia fatta frettolosamente, si riferisce alla sinassi liturgica della domenica, cioè alla celebrazione della Divina Eucaristia. Così, durante la sinassi eucaristica domenicale, si manifestava l'opera filantropica della Chiesa primitiva. E come sottolinea san Giovanni Crisostomo, interpretando il citato frammento dell'Apostolo, la disponibilità a effettuare la "colletta" in quel particolare giorno sarebbe maggiore a causa della "comunione ai sacramenti tremendi e immortali" (San Giovanni Crisostomo, Commentario all'Epistola ai Corinzi, MPG 61, col.368).

La cornice liturgica intorno alla pratica dell’elemosina giustifica la terminologia paolina a proposito della suddetta azione filantropica: "sacro servizio" (λειτουργία), "comunione" (κοινωνία), "ministero" (διακονία), "benedizione" (εὐλογία), “grazia” (χάρις) e "frutto" (καρπός). Questi termini evidentemente si riferiscono a un quadro religioso e non legale. Per questo, forse, l'Apostolo usa il termine "colletta" (λογία) una sola volta, termine fondamentalmente legale. D'altra parte, l’atto di prendere parte a questo aiuto destinato ai santi (cioè la “colletta”, 2 Cor 8,4), San Paolo lo chiama “ben accolto” (εὐπρόσδεκτον), un terminologia che molto probabilmente concorda con il significato del sacrificio liturgico. Ma anche nell'Epistola agli Ebrei, l'Apostolo proclama che la "beneficenza" (εὐποιία), cioè la cura filantropica, costituisce il "sacrificio", di cui "Dio si compiace". La stessa sacralità di chi compie l'opera filantropica si esprime nel caso di Epafrodito, chiamato “impiegato per soddisfare il bisogno” dell'apostolo Paolo.

Tutte le testimonianze citate dimostrano che la "raccolta" delle Chiese dei Gentili per la Chiesa Madre di Gerusalemme non era solo una forma abituale di filantropia sociale: in essa si mostra anche il mistero più profondo della Chiesa. Questa offerta era un "sacrificio di lode" a Dio, un'occasione di dossologia eucaristica a Lui per la sua grande beneficenza nell'accettare i Gentili nella Sua Santa Chiesa.

 

Il carattere teocentrico-sociale della solidarietà sociale

 

Il cristianesimo, come è noto, non si rivolge solo alla mente dell'uomo, ma alla sua intera esistenza. Per questo la fede cristiana non si limita all'accettazione delle verità del cristianesimo, ma include anche la sua trasformazione in fatti e vita. La fede sterile e improduttiva è caratterizzata nel Nuovo Testamento come demoniaca: "Anche i demoni credono e tremano" (Gc 2,19). La vera fede cristiana si manifesta attraverso le opere di carità (Gal 5,6), e l'esercizio di questa carità, come applicazione del contenuto della fede, costituisce una caratteristica fondamentale della vita cristiana.

Così, la carità nel cristianesimo non è intesa come una semplice manifestazione sentimentale, ma come un corrispondere all'amore di Dio, che si è fatto uomo, e come un debito verso gli altri, che sono immagine di Dio. Questa carità si riferisce a tutto l'uomo. Per questo il sostegno ai bisogni materiali degli altri è una manifestazione evidente della vita cristiana e una conseguenza della virtù della filantropia.

La filantropia è l'insieme degli atti e delle misure adottate con l’intento di venire incontro e risolvere la sfortuna o la miseria personale o di gruppo, materiale, etica o spirituale. Condizione spirituale della filantropia è la convinzione che gli uomini siano obbligati ad aiutare il prossimo, che ne ha bisogno.

La filantropia è stata esercitata nei secoli in una varietà di forme. Nel tempo prima di Cristo era poco sviluppata ed era esercitata principalmente dallo Stato o anche dai cittadini.

 

La religione cristiana, aperta all'assimilazione di ogni buona usanza, ha preso molti elementi dello spirito greco, e coniugandole alle usanze ebraiche ha sviluppato una propria etica, essenzialmente teocentrica. La filantropia si è rivelata una virtù, che aspira principalmente a imitare l’atteggiamento di Dio, piuttosto che come una manifestazione di sentimenti umanitari o compassionevoli verso i bisognosi. La carità cristiana, cui si avvicina l'antico significato di filantropia, ebbe nella Chiesa dei primi secoli un significato più religioso. L'insegnamento che stabiliva il carattere teocentrico della filantropia era la predicazione del Signore "il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mc 10,45 / Mt 20,28). Così, il filantropo diventa un servitore di Dio, come Dio ha preso la forma di un servo. Dio non ha manifestato il suo amore per l'uomo in base a criteri egoistici, ma in modo che l'uomo potesse essere salvato. In questo sta la base dell'altruismo, della carità disinteressata, della filantropia cristiana.

Il Signore insegnò ai Suoi discepoli ad amarsi gli uni gli altri, proprio come Lui li amava (Gv 15,12). Dio è il modello, e la creazione deve imitare il suo Creatore. Secondo le parole di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri". ”(Gv 13,34-35).

La predicazione dell'amore universale diventa la parola d'ordine dei discepoli di Cristo e la pietra angolare della Chiesa primitiva. Non era semplicemente un concetto teorico astratto, ma una virtù applicata. I credenti sono esortati a fare l'elemosina ai bisognosi, agli stranieri e agli orfani, e a sviluppare un senso di uguaglianza e giustizia sociale e razziale. L'esercizio della filantropia non doveva essere il risultato di pressioni, intenzioni o criteri egoistici, ma il risultato del libero arbitrio. Questo concetto rivoluzionario di filantropia ispirò l'entusiasmo per le opere di beneficenza e si concretizzò con l'istituzione di molteplici fondazioni.

Inoltre, la filantropia aspirava a soddisfare non solo l'uomo caritatevole, ma soprattutto la fonte stessa della filantropia: Dio. La filantropia cristiana abbracciava tutti gli uomini, poiché l'uomo è la creazione suprema di Dio. La differenza tra l'antico mondo greco-romano e il cristianesimo era che il primo considerava l'uomo fondamentalmente come un essere sociale e politico, mentre il secondo come immagine di Dio che, come il figliol prodigo, era stato richiamata alla casa paterna attraverso la filantropia dell'unico vero filantropo, il filantropo per eccellenza: Gesù Cristo.

La Chiesa degli Apostoli organizzò istituzioni filantropiche e si prese cura dei poveri, delle vedove e degli orfani. Organizzava pasti comuni e i cristiani si prodigavano nel loro aiuto per quelli così come per altri nella Chiesa locale. Credevano di essere membri viventi dello stesso corpo. Il concetto di carità aveva toccato l'anima dei credenti a tal punto che la filantropia attiva divenne il compito di tutti. I poveri erano considerati, come ricordano i Canoni Apostolici, "templi di Dio", e fu introdotto il sistema delle decime, in modo che la Chiesa avesse riserve sufficienti per svolgere la sua missione filantropica. I membri della Chiesa erano incoraggiati a offrire i primi frutti dei loro raccolti, i cosiddetti "primizie" (ἀπαρχές), per i poveri.

La filantropia cristiana fu istituzionalizzata molto presto e il vescovo era responsabile dell'organizzazione dei compiti filantropici della Chiesa. Agli orfani doveva essere elargita una cura paterna, alle vedove la cura e la protezione dei mariti, la compassione ai disabili, l'offerta di riparo agli stranieri, il cibo agli affamati, l'acqua agli assetati, le visite ai malati, l'assistenza ai prigionieri.

La Chiesa ha fondato una grande tradizione di opere filantropiche, come testimoniano molti testi storici. La legislazione della Chiesa ha assicurato la costruzione di fondazioni filantropiche, come ospedali, enti di beneficenza, case di cura e istituzioni simili. L'opera filantropica della Chiesa non è stata però oggetto di freddo legalismo, che in teoria può dire molto ma in pratica realizza molto poco. I credenti non avevano bisogno di leggi che li spingessero a mostrare il loro amore per il fratello sofferente. Dal Vescovo al più semplice dei credenti, la filantropia era nell’attenzione quotidiana. In molte occasioni il Vescovo si collocava al fianco dei suoi fedeli, mostrando così la cura di tutta la Chiesa per la filantropia. Tutto l'insegnamento etico della Chiesa sulla filantropia si sviluppò e fu incorporato nelle sue liturgie divine, negli scritti patristici, nell'insegnamento dogmatico e nei suoi Canoni, e fu unito a tutto questo.

Non era raro trovare sacerdoti la cui continua attenzione quotidiana si concentrava sul prendersi cura dell'uomo, dell'uomo considerato nella sua pienezza, e di ciò che influenza la sua vita: i suoi rapporti con la famiglia, con i suoi colleghi di lavoro, con la società, con lo Stato. I Santi Padri della Chiesa hanno manifestato la loro attenzione per l'uomo in vari modi e con vari atti. Lo sviluppo della personalità e della dignità di ogni persona, giovane o vecchia, sana o ammalata, cristiana o no, è stata l'occupazione principale di molti sacerdoti e monaci. Il percorso che porta alla divinizzazione (θέωσις) finale è la carità-filantropia, perché “quanto più si ama Dio, tanto più si entra in Lui”, come scrisse Clemente di Alessandria (Chi è il ricco che si salverà?, Cap. 27).

 

La filantropia si sviluppò molto durante l'epoca bizantina. Tutti i grandi Padri della Chiesa nella loro predicazione raccomandavano e incitavano la giustizia e il compimento di buone opere. I cristiani e la Chiesa dovettero impegnarsi molto per il sollievo dei miserabili e degli oppressi. Monumenti eterni della cultura spirituale bizantina e in particolare della coscienza sociale cristiana in epoca bizantina sono le varie fondazioni caritative e filantropiche che furono fondate dalla Chiesa e dallo Stato e furono ispirate dallo spirito e dal luminoso esempio ecclesiale cristiano. I grandi Padri furono innovativi, introducendo l'organizzazione sistematica delle fondazioni filantropiche. San Basilio Magno usò l'eredità dei beni di sua madre, così come le grandi donazioni dei suoi amici e ricchi conoscenti, e persino del suo precedente nemico, l'imperatore Valente, per fondare una serie di istituzioni: ospedale, orfanotrofio, casa per anziani, un ostello per poveri viandanti e visitatori, e un ospedale privato per malattie contagiose, complesso in cui si stabilì lo stesso Basilio Magno.

Dobbiamo anche fare un breve riferimento ai lebbrosari, in cui trovavano cure coloro che soffrivano di lebbra, una malattia molto diffusa a quei tempi. Ingente era anche il numero di orfanotrofi legati ai monasteri. San Gregorio il Teologo (Omelia 42) ne parla definendoli “gruppi di orfani” (ὀρφανῶν συστήματα). Infine, i cristiani nell’epoca bizantina eccellevano anche nell'opera missionaria e filantropica per eccellenza, la salvezza di coloro che vivevano una vita di peccato. Per questo fondarono le "case delle pentite" (τάς Μετανείας), nelle quali venivano offerte le condizioni adeguate per far tornare ad una vita onorata le donne vissute nel peccato e del peccato.

La filantropia nei periodi successivi ha continuato la brillante tradizione dei tempi passati e ha sistematizzato il lavoro sociale in tutte le sue forme. Tutta quest’opera è stata sviluppata in modo importante ed è stato organizzato dai diversi paesi con la fondazione di ministeri, istituzioni e organizzazioni specializzate nel sussidio e nella coscienza sociale.


 

Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta



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i santi di oggi 28-01-2022

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i santi di domani 29-01-2022

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